Un disco della Madonna | Rolling Stone Italia
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Un disco della Madonna

In ‘Confessions II’ la popstar non cerca il singolo per le radio, ma ti vende un’esperienza. E va più in profondità di quello che ci si aspetta

Un disco della Madonna

Madonna

Foto: press/Warner Music

Madonna è tornata, e sarebbe già un avvenimento. Perché a differenza di molti espertoni che fanno sempre un po’ fatica a capire quanto la sua figura abbia plasmato la cultura pop del mondo che abitiamo (e che abitano), salvo poi essere mega reattivi nel giudicarne i filler, qui la portata di questo evento la capiamo benissimo. Come capiamo benissimo che, dopo una vita del genere, è un po’ come se un nuovo album fosse una sorta di miracolo. Non c’è niente di dovuto dopo 40 anni nel game, ma anche dopo molto meno.

Non sarei quindi stato troppo duro nemmeno se questo disco non fosse stato buono, un po’ come si fa con i regali di Natale che comunque te li fai andar bene. Per fortuna qui però non devo autoconvincermi.

Riprendere uno dei dischi che hanno definito il pop dei primi 2000, Confessions on a Dancefloor del 2005, era un’operazione ambiziosa. Anche utile, ma ci arriviamo. Parliamo del suo album di maggiore successo di questo secolo, una sequenza di momenti irripetibili. Gli ABBA, quell’immaginario estetico da classe di danza. Il tipico disco che, come dicono i giovani su TikTok, si merita un 10/10, con i singoli che scalano le classifiche e i video che te li ricordi ancora trent’anni dopo. Dance ma con un’anima pop fortissima, brani che potevi ballarli in discoteca ma pure sentirli canticchiare a tua madre in macchina.

Ebbene, oggi che esce il secondo capitolo, chiamiamolo così, vediamo subito che una cosa in comune col primo c’è già ancor prima di aver sentito tutto: per il lancio di Confessions II c’è stata un’operazione di marketing come si faceva una volta, gigante. Madge è tornata con Warner, e per questo nuovo album le cose andavano fatte come si deve. Quel corto di 15 minuti uscito qualche settimana fa grida budget, e poi le copertine dei giornali, l’esibizione a Times Square, il disco che puoi comprare in edizione limitata su Grindr e via così. Creare attesa: fatto.

Ma com’è, nel sound, questo Confessions II? Non un tentativo di replicare il primo, piuttosto un modo di farci vedere che Madonna, quando ne ha voglia, sa ancora farci ballare. In questo caso, poi, le tracce sono mixate una dopo l’altra a creare un lungo dj set a volte house, a volte EDM, a volte semplicemente malinconico.

Chi ha sentito le prime anticipazioni, nel video, avrà già inquadrato molto bene l’atmosfera. Come diceva qualcuno, in tempi miseri Madonna torna e ti fa ballare. «Quando io e Stuart Price abbiamo iniziato a lavorare a questo album, questo era il nostro manifesto: “We must dance, celebrate, and pray with our bodies”». Intenzioni rispettate. Schiacciare play su questo album significa entrare in quello che gli americani chiamano a moment. Siete in un club, e questo è il mixtape della vostra sudatissima serata.

Foto: press/Warner Music

Dal punto di vista sonoro Confessions II sceglie quindi una strada diversa dal suo predecessore. Se nel 2005 la disco era il punto di partenza per virare verso il pop, qui è l’anima. E più che inseguire il ritornello che si stampa in testa al primo ascolto, il disco punta sull’ipnosi, sul tenerti in una condizione che potremmo definire quasi esperienziale. “Everyone here is a work of art”, canta in Danceteria, una delle più forti al primo ascolto, omaggio alla scena di NY che l’ha accolta a fine anni ’70. Forse vera autobiografia del disco. Il titolo rimanda al club newyorkese in cui Madonna lavorava al guardaroba e dove il DJ Mark Kamins passò per la prima volta Everybody.

Seguono altri pezzi martellanti come Everything, in cui canta quasi arrabbiata “Ok, I don’t fuck with it”, seguita da Love Sensation, sorellina di Bring Your Love, dove su base house-disco Madonna ci ricorda perché il club, prima di essere un luogo di confessione dell’anima, è un posto dove sentirsi vivi.

Confessions II è un disco che funziona meglio se ascoltato dall’inizio alla fine. Ci sono tracce che spiccano, ma in generale il mood è molto simile per quasi tutta la durata. E grida: siamo in pista, siamo tutti uguali, lasciatevi andare, la musica è good for the soul. Non c’è la ricerca del singolo per le radio, nonostante Bring Your Love (feat. Sabrina Carpenter) si avvicini moltissimo a quel concetto, perché qui è l’album nel suo insieme il prodotto da consumare. Lontano da logiche di canzoni che possono performare bene singolarmente, perché tanto non siamo in un periodo storico in cui succede che una donna over 50 vada alta nella classifica degli stream.

E quindi no, non credo ci sarà una nuova Sorry e nemmeno una nuova Hung Up, per tornare al discorso di prima. Sarebbe anche azzardatissimo pensare che le cose possano ripetersi in quel modo. Ma amen. Perché questo è un disco vero.

Tanta house, dicevamo, e nella seconda parte si cambia il mood e ci troviamo davanti a dei pezzi molto più intimisti. Il duetto con Stromae, che inizia con una parte parlata in francese (ed è subito “Je suis désolée”), ricorda una Madonna del passato, poi c’è il brano dedicato al fratello scomparso non troppo tempo fa, Fragile, in cui canta che le persone non muoiono davvero ma diventano energia (lo spero davvero), fino a Betrayal, che arriva in maniera inaspettata tra tutta quella club scene, e spara una frase potentissima che parla di dolore d’infanzia: “Non prenderai mai il posto di mia madre”. In The Test, invece, cantata con la figlia Lourdes, la narrazione è al contrario: “Non hai chiesto tutte quelle luci, non ho pensato a quanto potesse disturbare o a quanto potesse far male”.

Insomma, la Regina del pop è tornata, e ha sia voglia di ballare che di tirare le somme della sua vita e della sua carriera. Ma lo fa in maniera vitale, non nostalgica. Un po’ come ha fatto con il Celebration Tour. E se non avremo più un biopic sulla sua vita, almeno ci restano le canzoni. Poi certo, qualcuno potrà anche dire che riprendere una delle sue ere più famose e fortunate sia stata una mossa astuta, oltre che ambiziosa. Ma non è forse anche questo saper far bene il proprio mestiere?