Domenica scorsa, spremuto dalla canicola milanese, ho fatto doppio spettacolo al cinema, entra-esci-rientra nella stessa sala. Prima un nuovo Radu Jude (Kontinental ’25: quando torneremo anche noi a fare cinema politico, sociale, civile – e con due lire?), poi un vecchio Clouzot (Legittima difesa: quando torneranno tutti a scrivere così bene i personaggi, i dialoghi, le situazioni?). Una sala d’essai, come si diceva una volta, gelida e mezza vuota. Bellissimo.
Il cinema salva sempre: dal caldo, dalla tristezza, da tutto. E salva anche da tutti i refrain – “il cinema è morto/al cinema i giovani non ci vanno più/il cinema verrà spazzato via dai vertical drama” – che ci siamo passati di bocca in tutti questi anni, soprattutto in questo momento storico che sembra del tutto antistorico. Ho visto Backrooms e Obsession entrambi in sala, cioè col pubblico vero, cioè non alle anteprime stampa dove son sempre tutti incontentabili (la gente che scrive di cinema, qualunque cosa significhi oggi, è la categoria più noiosa della Terra). Ho visto Backrooms e Obsession entrambi in sala, e tutte e due le volte ero il più vecchio della platea. Bellissimo pure questo.
E però perché, in realtà, d’estate non vogliamo vedere più niente? Almeno io. Perché fa caldo, che discorsi. Perché per Paesi come il nostro questa è la bassa stagione: tutti hanno sempre preferito andare al mare, vuoi dargli torto? Qualcosa è cambiato negli ultimi anni, con il picco di Barbenheimer a siglare l’americanizzazione definitiva della nostra offerta estiva (quest’anno di nuovo Nolan con l’Odissea, subito seguito dal nuovo Spider-Man: ma escono tardi, il 16 e il 29 luglio, faranno gli stessi numeri d’inizio luglio 2023?).
Però è come se d’estate quell’altro refrain che canticchiamo dai lockdown in avanti – “c’è troppo da vedere, e allora non vedo niente” – diventasse improvvisamente vero. Come se anche noi che dal cinema veniamo salvati d’improvviso perdessimo interesse. Un tuffo nel cemento ligure, un libretto di un finalista dello Strega a caso, un cruciverba senza schema: dateci tutto, ma non un film.
Certo, per me che col cinema ci lavoro – ne scrivo, ne parlo, lo presento, lo divulgo (scusate per la parolaccia) – è come se questa fosse la vera vacanza. Poi, a settembre, back to school (a Venezia, che quest’anno ricomincia davvero come la scuola, dopo anni di aperture agostane). Ma non era, il cinema, la cura per me? Non era la salvezza?
Da qui il senso di colpa: basta un sole un po’ più caldo a farmi perdere la voglia? Oppure cos’è? Perché succede? Una volta al cinema ci andavo sempre, qualunque cosa uscisse, pure i blockbusteroni estivi, soprattutto i blockbusteroni estivi, d’estate. Quest’anno ho visto solo Spielberg, ma perché è Spielberg. Non ho visto Toy Story, non ho visto Scary Movie, non ho visto Supergirl, non ho visto Masters of the Universe. Film di grande o di scarso successo, ma comunque uscite mainstream che, anche solo per mestiere, un tempo avrei monitorato. L’unica uscita mainstream che mi interessa al momento è il disco di Madonna. Per tutti quei film posso aspettare, mi dico, prima o poi arriveranno su una qualche piattaforma, ci diciamo tutti, sempre di più.
Ma pure le piattaforme: chi c’ha voglia, adesso? Non ho visto Cape Fear che pure mi titilla, la prima di Four Seasons m’aveva divertito ma la seconda boh chi se ne importa, non ho finito la nuova di Your Friends & Neighbors che trovo deliziosa ma dieci puntate che barba, scrivono tutti bene di questa Widow’s Bay ma vi pare che comincio una roba totalmente ignota in piena estate, è partita l’ultima di The Bear e forse la vedrò a settembre, a ottobre, chissà quando. Senza contare tutte quelle che nemmeno so essere uscite, o addirittura esistere. È perché c’è troppo? Sì, ma no.
Il cinema (e anche le serie, ma ormai in misura molto minore: chi l’avrebbe mai detto) è conversazione collettiva, sempre di più (e anche questo: chi l’avrebbe mai detto). Ho visto Backrooms e Obsession perché lì stava succedendo qualcosa: ventenni (o anche meno) che tornano in massa nelle sale, dibattito pubblico (o quel che ne rimane) che si muove tra social e chiacchierate post-visione, sensazione che il cinema ci può ancora salvare da vivi, non solo da morti – o da morto.
Il problema è che è anche colpa nostra. Abbiamo reso il cinema un evento, un appuntamento da fissare nell’agenda tra la palestra e una cena, il dovere da rispettare per sentirci più colti, ma sapendo che in realtà se ne può fare a meno. Non parlo per me, che sono un pazzo e alla fine vedrò tutto (pure Supergirl, e He-Man, eccetera). Parlo di quel che sento e vedo in giro. Il cinema è il compito in classe invernale per avere una buona pagella a giugno, poi arrivederci. E l’anno finisce sempre prima: non ho praticamente nessun amico – cinefilo, militante, essaista duro e puro sempre pronto a farti la lezione sull’importanza della sala – che sia corso a vedere l’ultimo (sottovalutatissimo) Almodóvar quando è uscito. Era maggio.
Che poi non dovete credere a quello che scrivo. È tutto falso. In realtà vedo tutto, e vedo sale piene di pubblico giovane anche al di là degli horror, e presentazioni affollate pure d’estate, e festivaloni e festivalini che animano ogni provincia, e arene estive dove la gente subisce persino le cuffie e le zanzare pur di recuperare quel che non ha visto a febbraio. Io però sto già comprando le Settimane Enigmistiche da portarmi in vacanza. E ogni tanto, sì, mi butto su qualche vecchio film. Provate a rivedere, come ho fatto io una domenica pomeriggio, L’eclisse, il Backrooms di Antonioni, solo con le strade dell’Eur al posto dei corridoi giallo burro. Ecco, siamo persi così come Monica e Alain, noi che crediamo nel cinema ma che d’estate non ne possiamo più, noi ingrati che scappiamo perché sappiamo che saremo salvati di nuovo.











