Bresh al Porto Antico: tutte le rotte (ri)portano a Genova | Rolling Stone Italia
Nella tana del granchio

Bresh al Porto Antico: tutte le rotte (ri)portano a Genova

Dal tributo a De André all’ospite Sayf, e una band che cambia stile a ogni brano, un concerto con i feat del mare, del vento, delle navi da crociera e della «città più bella del mondo». Si replica domani, sabato e domenica

Bresh. Foto: Andrea Bianchera

Bresh

Foto: Andrea Bianchera

Passata la bufera, dopo ore di pioggia, il Porto Antico torna a respirare. Di fianco al palco si alzano i palazzi di Genova, stretti tra la collina e il mare, accanto alle navi da crociera, ai velieri storici e ai pescherecci. Le coperture della struttura finiscono per nascondere gran parte del panorama, un peccato perché sarebbe stata una scenografia da cartolina. Il vento, però, non si può coprire. E nel caso di Bresh basta quello. Nell’ultima intervista ci aveva raccontato: «Se non avessi fatto musica, avrei lavorato in porto» e «mio padre ha lavorato lì tutta la vita». È difficile immaginare un luogo più naturale di questo per le sue canzoni.

L’inizio ieri sera all’Arena del Mare slitta alle 21.45 per permettere di asciugare il palco dopo il temporale. Nel frattempo il pubblico si scalda con i cori da stadio. A differenza del live al Ferraris di Olly, qui si vedono quasi esclusivamente maglie del Genoa, ma è inevitabile per chi ha trasformato Guasto d’amore nell’inno di una tifoseria (arriverà nel finale). È lo stesso posto dove pochi anni fa, nel 2021, mille spettatori paganti sembravano già un traguardo: «La prima volta avevamo venduto mille biglietti ed era stato un miracolo, è pazzesco essere qui oggi», ricorderà più tardi dal palco. Adesso le quattro date porteranno 20mila persone nello stesso luogo. Più che un ritorno sottolinea la misura di una crescita esponenziale.

Bresh. Foto: Stefano Seria per Altra Onda Festival

Foto: Stefano Seria per ‘Altra Onda Festival’

La scenografia è un enorme veliero argentato. La band occupa l’intera struttura, da poppa a prua, mentre Bresh resta spesso da solo sulla passerella, quasi fosse il comandante di una nave che continua ad andare incontro al suo pubblico. Ma a far navigare quel veliero non è soltanto lui. La band è uno dei punti di forza dello spettacolo, capace di cambiare pelle a ogni brano passando con naturalezza dal cantautorato al rap, dal reggae allo swing, fino a improvvise aperture rock. Le chitarre di Dibla (Luca Di Blasi) e Rocco Biazzi, il basso di Shune (Luca Ghiazzi), le tastiere di Michele Bargigia, le percussioni di David Pechioli e la batteria di Andrea Polidori costruiscono un impianto sonoro sempre dinamico. La sezione fiati composta da Giulio Tullio, Francesco Montisano e Matteo Pontegavelli aggiunge nuove sfumature, mentre i cori di Cristiana Cattaneo, Claudia Ginga e Roberto Tiranti ampliano il respiro delle canzoni, permettendo al concerto di attraversare linguaggi musicali diversi senza perdere identità.

Parte con La tana del granchio e la dedica: «Ai genovesi autoctoni, a chi ha preso il vento e la pioggia, a tutte le terrazze… signori, buonasera». Bastano poche parole per rompere il ghiaccio. Su Umore marea i led si riempiono di onde e imbarcazioni che seguono rotte destinate a riportare sempre a Genova. A un certo punto la base si interrompe di colpo. Il pubblico continua da solo, senza perdere una sillaba. È il segno della sintonia tra Bresh e la sua gente. Non solo lo accompagnano, lo sostengono.

Bresh sembra non scrivere canzoni sugli eventi, ma canzoni sui luoghi. Come se fosse convinto che le persone passano, mentre i luoghi restano ed è proprio lì che si conservano i ricordi. Per questo il Porto Antico non risulta una semplice location: è il luogo dove le sue canzoni trovano il loro habitat ideale. Durante Alcol & acqua passa una nave da crociera a pochi metri dal palco. Lui la indica e invita il pubblico a salutare i passeggeri: «Abbiamo in comune un viaggio».

Con Caffè scherza: «Non l’abbiamo fatta nei palazzetti, qualcuno si è lamentato». Poi arriva Torcida, dove risuona quel “siamo sognatori con gli occhi stanchi” che racconta bene la sua generazione. Tutto a puttane abbassa improvvisamente i toni, illuminando soltanto le funi del veliero, mentre Cuore di latta restituisce quello spirito proletario che attraversa gran parte della sua scrittura. Da Dio è tra le più acclamate, il mash-up degli esordi proietta i video realizzati in giro per il mondo e illumina il pubblico più che il palco, come se il racconto appartenesse ormai a chi quelle canzoni le ha fatte proprie.

Bresh. Foto: Stefano Seria per Altra Onda Festival

Foto: Stefano Seria per ‘Altra Onda Festival’

Con Crêuza de mä si assiste a uno dei momenti più intensi: «Finalmente posso cantare questa canzone qui». Anche perché la considera più di una canzone: «Grazie Faber per essere nato in questa città». E ringrazia anche Cristiano De André «per avermi concesso di cantarla». Subito dopo c’è la sua Aia che tia in dialetto ma mette le mani avanti, come a togliersi un po’ di pressione: «Senza voler copiare nessuno, ho voluto anch’io provare a scrivere una canzone in genovese per omaggiare questa città». Intanto il vento aumenta davvero, quasi fosse dettato dalla scaletta dello spettacolo. E su Kamala scherza: «Questo è il momento più ventilato della serata, dal punto di vista musicale». 

Non ho eroi è uno dei passaggi più emozionanti. Bresh si siede per la prima volta al centro del palco e canta insieme al pubblico. «È una delle prime canzoni scritte, una di quelle senza numeri. Ma voi ci tenete sempre tanto». Il set acustico è il cuore del live. Ricorda: «Nel 2018 ero rovinato fino al collo, poi mi è arrivato un pacchetto di beat e ci siamo salvati la vita», dice rivolgendosi a Shune. Rievoca il trasferimento a Milano («eravamo arrivati nel posto più brutto d’Europa»), prende in giro i lombardi tra il pubblico e gli fa rispondere da un boato dei genovesi, ricostruisce gli inizi facendo scendere dal veliero i due chitarristi. Per No Problem chiama sul palco alcuni fan scelti tra quelli che per ore hanno agitato cartelli. Poi, fuori programma, regala anche Hooligans cantata con la sua gente. In Parlar d’amore spunta Sayf, ospite a sorpresa, perfetto nel suo intervento reggaeggiante. Il pubblico però ne vuole ancora e intona Erica. Altro fuori programma: Bresh e Sayf sorridono e la intonano a cappella.

Infine, prima di Capo Horn, la dichiarazione d’amore: «Genova, sei la città più bella del mondo». E ci riporta a quando raccontava di aver bisogno di «tornare a casa per risentire la voglia di scappare». Dopo una trentina di pezzi in quasi tre ore di concerto, effettivamente quello che rimane è il sapore di un viaggio che pare sempre sul punto di allontanarlo dalle radici, ma che canzone dopo canzone finisce inevitabilmente per riportarlo qui, al Porto Antico, perché certe rotte non hanno altra destinazione.