È difficile raccontare il live di un’altra band quando la sera prima ha suonato Nick Cave and the Bad Seeds: chi scrive si trova in questa posizione scomoda. Ma è l’esercizio dei festival: una forma organizzata di rimozione.
Il giorno dopo si ricomincia. Cambiano le magliette, cambiano le persone appoggiate alle transenne, i simboli sugli schermi. Il luogo cancella sé stesso e si riprogramma. Dove venerdì c’erano un pianoforte a coda e un australiano in abito, oggi c’è un sipario rosso proiettato, che potrebbe nascondere una band che non c’è.

Foto: Stefano dalle Luche. Via La Prima Estate
Sono venuto al concerto con Monique stasera, o meglio – con il suo ologramma: doveva venire qui con me di persona, ma poi ha fatto casino con le date, le deadline, gli aerei, e quindi eccoci qui. 2-D, Murdoc, Noodle e Russel proiettati, e l’ologramma di Monique – la quinta Gorillaz in borghese – di fianco a me. Io so che non c’è. Lei sa che io so che non c’è. Ma non ci sono problemi: siamo a un concerto dei Gorillaz, la presenza è sempre stata una questione negoziabile.
Infatti, dal sipario high tech entrano dei musicisti in carne e ossa. Niente band cartoon: nel 2026 Jamie Hewlett continua a dominare gli schermi, mentre Damon Albarn è davanti al sipario, direttore artistico e ringmaster di un circo technicolor. Assieme a lui altri tredici musicisti, con coriste, percussioni e strumenti indiani. Albarn entra pacato e saluta «Ciao Lucca!». Ieri Cave aveva detto Pisa. La produzione spieghi a questi artisti dove ci troviamo, per carità, che poi se si perdono non sanno tornare a casa da soli.
Murdoc si affaccia e viene accolto come una rockstar. 2-D spalanca gli occhi vuoti, e una parte del prato reagisce come quando rivedi un compagno di scuola a cui volevi genuinamente bene, ma di cui ti eri dimenticato.

Gorillaz in concerto a La prima Estate
Attacca The Mountain, ed è il secondo concerto consecutivo – qui a La Prima Estate – che ruota attorno a un lutto. Venerdì era un uomo in completo nero che cercava gli occhi del pubblico e ci si buttava dentro. Sabato è un cartone che attraversa la giungla indiana, cade in acqua e riemerge adulto. Padri, figli e viceversa: The Mountain, il nuovo disco dei Gorillaz, nasce anche dalla perdita dei padri di Albarn e Hewlett. La morte torna sul palco, ma cambia tecnologia e metodo: reincarnazione, archivi, voci di artisti scomparsi, disegni proiettati su uno schermo enorme. La sera prima Cave metteva sul palco la morte di un figlio e la propria sopravvivenza di padre. Albarn e Hewlett fanno l’esercizio opposto: sono figli che cercano un modo per trasportare i padri oltre il punto in cui la vita ha smesso di trasportarli, trasformano la morte in viaggio, reincarnazione, moltiplicazione di corpi e di voci.
L’India, nell’immaginario del disco, diventa il luogo in cui il rapporto con la morte può essere pensato senza ridurlo all’interruzione. Damon indossa una sorta di uniforme militare, una spilla con una scritta in un linguaggio che ignoro, e una cuffia rossa. Più avanti aggiungerà una mantellina dello stesso colore. Che bocca grande che hai, Damon: è per cantare meglio? Canta dentro quello che sembra essere uno Shure 527B, un vecchio microfono da comunicazioni radio con il cavo spiralato e un timbro da megafono.
Monique mi spiega che non è solo una scelta sonora, ma ha anche un significato politico. La prima sezione alterna The Happy Dictator, Tranz, 19-2000 e Rhinestone Eyes. Sullo schermo si muove una figura che sembra una specie di Mowgli androgino, una creatura magra che attraversa la giungla indiana tra riferimenti kiplinghiani. Non è un nuovo personaggio, e – verifico che si trovi effettivamente ancora di fianco a me – non è Monique, per quanto mi pare che le assomigli: è Noodle da bambina. Incontra un enorme serpente, gli scivola dal dorso e cade nell’acqua. Quando riemerge è adulta. Il serpente è Vritra, figura della mitologia vedica, ma rimanda apertamente a Kaa. E quando compare la tigre, la memoria disneyana inevitabilmente conduce a Shere Khan.
Albarn a tratti è contemplativo, immobile, a tratti tende ad andare dove gli pare, mentre un tecnico funambolico e fedele gli corre dietro cercando di impedire che si inciampi o strangoli qualcuno con il cavo del microfono. Un po’ sembra che lo stia tenendo al guinzaglio, un po’ è una forma di pesca a strascico. Albarn si sporge, il fonico recupera. Albarn scende, il fonico concede corda. Qualcuno gli porge un manifesto. Lui lo prende e prova a leggerlo. Individua la proprietaria, la abbraccia e la bacia, e si porta il cimelio sul palco.
Il concerto prosegue con El Mañana e On Melancholy Hill. Kara Jackson entra per Orange County, Pauline Black per Charger, Michelle Ndegwa per Kids With Guns. Eppure, nonostante le presenze sul palco, un po’ si sente la mancanza dei grandi feat che fanno dei Gorillaz un organismo così plurale. Forse pesa il concerto monstre di una settimana fa al Tottenham Hotspur Stadium – la loro prima volta in assoluto in uno stadio – che ha visto alternarsi (tra gli altri) Johnny Marr, Little Simz, Shaun Ryder, Sparks e Fatoumata Diawara -, forse sono un po’ affaticati, o forse una discografia (e delle collab) come la loro impone decisioni inevitabilmente dolorose.
La scarica di adrenalina arriva con Yasiin Bey in Stylo e Damascus, a cui segue la fiammata di Bootie Brown in Dirty Harry. Poi la diamonica di Albarn ci riporta in India. The Shadowy Light è il momento per me più intenso del set: nel brano cantava Asha Bhosle, morta ad aprile a 92 anni (un altro lutto). La canzone si allunga in una coda nella quale ci si perde insieme. «We do it one more time, più dolce», chiede Albarn. E noi lo accontentiamo, in una nenia liberatoria. Poi si sente una risata. Monique mi dice che un giorno parlando con Viktor della canzone banger che potrebbe sintetizzare l’inizio degli anni Duemila, lui le aveva detto Feel Good Inc., e aveva ragione. Perché tiene insieme la rabbia e la presa male di quegli anni, ma in un modo che te la canti, e poi ti passa. Funziona se la mettono al bar, se stai parlando con qualcuno, o se te la ascolti a casa, da solo. La città spezzata, il mulino che gira, l’isola volante, la prigionia di 2-D, il rap dei De La Soul: tutto era abbastanza strano da sembrare nuovo e abbastanza pop da diventare universale.
Feel Good Inc. e Clint Eastwood sono il finale inevitabile, il punto in cui il prato diventa una voce sola, proprio nel momento in cui si scopre che si è al capolinea. Scatta il novantesimo minuto, e sarà che siamo in periodo di mondiali, ma dopo il triplice fischio i Gorillaz escono, e non tornano. Senza nemmeno un minuto di recupero. Rimaniamo a guardare gli schermi, quasi aspettando che succeda ancora qualcosa dopo i titoli di coda. Però vedo Monique accanto a me dissolversi, e capisco che non ci saranno colpi di scena: è proprio finito.
I Gorillaz non sono una band facile da contenere in un concerto. È il pregio e il limite di un progetto così orizzontale. Lavora e si arricchisce per connessioni: Albarn resta la base, Hewlett costruisce il mondo, poi intorno arrivano rapper, cantanti, musicisti, produttori, culture e lingue. Il progetto si mantiene vivo perché non deve difendere una purezza. Può aprire a piacimento finestre: sull’Africa, sull’India, sul Giappone. Difficile capire quale guardare, e ancor di più quale far vedere. E ogni scelta è in perdita, soprattutto nell’arco di un set di un’ora e mezza. Il nuovo materiale è colto, stratificato, la discografia è fulgida. La sensazione a tratti è che il live non ne abbia restituito appieno l’abbondanza, che sia mancata un poco di immediatezza nella resa, e che di quella montagna – stasera – se ne sia vista poco più che la cima.















