Non dovrebbero farli i musei dedicati agli idoli di quand’eri adolescente. Finiranno per farne uno per David Letterman e uno per Reggie Jackson? Inventeranno un centro studi dedicato alla coniglietta di Penthouse Corinne Alphen? Quando ascoltavo Born to Run sul giradischi nel seminterrato di casa a Edison, New Jersey, o quando ne cantavo i testi in coro con altre 22.000 persone al Madison Square Garden nelle sere in cui Bruce Springsteen predicava speranza e lo faceva per tre ore e mezza, non stavo osservando un’opera d’arte, stavo consumando il carburante necessario per superare l’adolescenza. Springsteen non è uno che può essere rinchiuso dietro una teca più di quanto una corsa in bicicletta all’una di notte per intrufolarmi in casa di Samantha Blodgett.
E quindi sì, l’idea di andare a visitare il Bruce Springsteen Center for American Music, costato 50 milioni di dollari e inaugurato a giugno, un po’ mi eccitava e un po’ m’innervosiva. Il tempo può sterilizzare i sentimenti così come la storia può ridurre i miracoli a date da imparare a memoria. So che ci sono cattolici che vanno in pellegrinaggio per vedere le ossa dei santi e percepiscono la presenza di Dio, ma io ho visitato il Memoriale della pace di Hiroshima, il National September 11 Memorial and Museum e l’Holocaust Memorial Museum e nessuno di questi mi ha fatto piangere per la storia che si portano dietro. The Rising e Streets of Minneapolis, quelle sì che mi hanno fatto piangere. Osservare un vero dipinto di Chagall o entrare in un edificio di Frank Lloyd Wright è un’esperienza diretta. Temevo che sarebbe stato necessario un atto di fede di cui non ero capace e che mi sarei allontanato ancora di più dal mio vecchio io.
Perfino il terreno su cui sorge il centro era importante per il me adolescente. Si trova nel campus della Monmouth University, dove ho passato un’estate ai tempi del liceo facendo entrare di nascosto alcolici sotto il naso degli hippie che ci insegnavano analisi delle politiche pubbliche alla Governor’s School of New Jersey. Il museo è nato per raccogliere in un solo posto i cimeli donati dai fan alla biblioteca pubblica di Asbury Park, che li aveva ammassati in un deposito. Sono stati invasi dai visitatori e sommersi dalle donazioni. Nel 2011 la biblioteca ha offerto la collezione springsteeniana alla Monmouth che prima l’ha rifiutata e poi l’ha sistemata in una piccola costruzione in stile Cape Cod dall’altra parte della strada. Quando un ex studente, Bob Santelli, è venuto a sapere della cosa ha chiamato Springsteen.
Santelli è stato un giornalista musicale. Ha conosciuto Springsteen nel 1968 e ha iniziato a scrivere di lui nel 1974, arrivando poi a co-firmare il libro di Max Weinberg della E Street Band. Ha lasciato il giornalismo quando il fondatore di Rolling Stone Jann Wenner ha chiesto a cinque autori di lavorare al lancio della Rock and Roll Hall of Fame. Da allora ha continuato a creare musei dedicati alla musica come l’Experience Music Project e la Grammy Hall of Fame. Nell’ultimo decennio sono nati molti nuovi musei musicali dedicati a singoli artisti: il Buddy Holly Center a Lubbock, Texas; il Woody Guthrie Center e il Bob Dylan Center a Tulsa, Oklahoma; il Louis Armstrong Museum nel Queens, New York; il Johnny Cash Museum a Nashville, Tennessee; e il futuro museo dei Beatles a Londra. E così nel 2016 Santelli ha proposto a Springsteen di fare una cosa simile.
Springsteen temeva che un museo dedicato esclusivamente a lui non fosse compatibile con la sua immagine da uomo del popolo e così ha proposto di donare il suo archivio formato dalla bellezza di 48.000 pezzi se Santelli lo avesse inserito nel contesto di un centro dedicato all’intera storia della musica americana. Era peraltro una cosa che l’ex giornalista cercava di fare una ventina d’anni promuovendo l’idea di un grande museo a Washington per raccontare il più importante prodotto culturale americano da esportazione (senza offesa per il fast food). L’idea di Springsteen è che col passare del tempo e il diminuire della sua rilevanza, la sua storia si ridurrà a una sola vetrina.
«Bruce» racconta Santelli ricordando i due concerti inaugurali «mi ha detto: “Ci sarò, ma non voglio essere la star. Quando lo pubblicizzerete, voglio stare in basso, sotto la lettera S di Springsteen”. Solo che il secondo spettacolo era dedicato alla musica del dopoguerra e gli ho detto: “Dovrai aprire tu facendo Elvis”. E lui: “Io non apro mai”». Lo ha fatto e ha cantato Jailhouse Rock.

Foto: C&G Partners LLC
Percorsa la stradina che porta al museo, progettata per ricordare una passeggiata sul lungomare circondata dalle dune, si arriva a un edificio di due piani in acciaio che è stato appositamente arrugginito per ricordare la fabbrica di tappeti in cui lavorava il padre di Springsteen. Sembra davvero di trovarsi a quattro isolati dal luogo in cui Bruce ha scritto Born to Run, anche perché è lì che effettivamente siamo.
La visita inizia in un auditorium da 240 posti con sedili rivestiti in denim dove viene proiettato un filmato di 25 minuti in cui Springsteen tiene una sorta di corso introduttivo alla musica americana vista attraverso la lente di un baby boomer. Dopo la proiezione, Melissa Kozlowski mi accompagna al piano terra dove ci sono due sale dedicate a una mostra temporanea sulla musica americana senza alcun riferimento a Springsteen. Il mio entusiasmo si azzera proprio come mi era successo al museo dell’Academy of Motion Pictures, dove C-3PO e R2-D2 sembravano essersi persi in cerca di un Hard Rock Cafe.
«Questo non dovrebbe essere uno sfoggio di celebrità», dice Kozlowski. «Dovrebbe spingere le persone a riflettere. Non è semplicemente una targhetta che dice: “Questo è il reggiseno e queste sono le mutandine di Madonna”. Ti racconta il ruolo del genere e le aspettative nei confronti delle donne nella società americana. Cerchiamo di stimolare conversazioni più profonde di quelle che si farebbero davanti a dei bastoncini di mozzarella». Il reggiseno e le mutandine di Madonna, come gran parte del materiale esposto al piano inferiore, sono stati prestati dall’Hard Rock Cafe, lo spartito di God Bless America è stato acquistato su eBay e io comincio a desiderare dei bastoncini di mozzarella.
Incontro Santelli al piano superiore, quello più grande, dedicato ai cimeli di Springsteen. Ci sono un quaderno del liceo in cui proponeva nomi per gruppi musicali (quasi tutti contenevano la parola “Buffalo”), la minuscola giacca di pelle nera che indossa sulla copertina di Born to Run, il TEAC Tascam 144 Portastudio con cui ha registrato da solo Nebraska. E ancora, la Telecaster che ha portato in tour per anni, i jeans che indossa sulla copertina di Born in the U.S.A., che un dipendente Levi’s in visita quella settimana ha identificato come già vecchi di dieci anni quando sono finiti sulla cover, e il cappellino rosso che spunta dalla tasca posteriore dei pantaloni, regalo di un amico. Sopra c’è scritto “REMBASS”, nome di un sistema militare sviluppato in una base dell’esercito del New Jersey per l’utilizzo in Vietnam.
Santelli, 74 anni e le braccia che spuntano dalla maglietta nera scolpite da una vita passata a fare surf, comprende le mie paure. «Non siamo un museo, siamo un archivio con spazi espositivi e un teatro per spettacoli». È consapevole dei limiti dei cimeli messi in esposizione. «I millennial non restano impressionati quando vedono gli stivali di Bruce Springsteen, devi inserirli in una storia più grande». Ha preso in prestito materiale dall’Hard Rock per costruire questo tipo di narrazione, che verrà arricchita dagli archivi di Jann Wenner, appena acquisiti, e da un’altra collezione che spera di ottenere presto. È convinto che il museo musicale del futuro debba essere interattivo e sta progettando esposizioni che vanno in questa direzione. E se da una parte è affascinante scorrere su uno schermo le bozze coi cambiamenti ai testi di Springsteen (la frase “Well, they blew up the Chicken Man in Philly last night / They blew up his house, too” era presente fin dalla prima stesura), dall’altra esiste il rischio che filmati di concerti e interviste non risultino granché diversi da ciò che si può vedere su YouTube.
Springsteen, che ha curato la propria eredità artistica con la stessa cura che dedica ai testi, scrivendo un’autobiografia e raccontandosi nello spettacolo a Broadway, non è stato coinvolto nella realizzazione del centro. Si è limitato a donare gli oggetti riservandosi il diritto di riprendere alcuni di essi per indossarli o usarli nei concerti. «Non ha dato alcun contributo. Zero. Non sapevo neanche se stavo andando nella direzione giusta», racconta Santelli, che è andato nel panico quando Springsteen ha visitato il centro solo poche settimane prima dell’apertura. «Prima o poi dovrò chiedergli: perché me l’hai lasciato fare?».
Mi piace pensare che Springsteen non si sia coinvolto perché crede che questo non diventerà mai un museo dedicato a lui. Certo, nelle prime settimane persone come me verranno in pellegrinaggio per vedere quella Telecaster. Ma, come spiega Kozlowski, mentre indica il reggiseno e le mutandine di Madonna, l’obiettivo del centro è riempire il parcheggio di scuolabus. «Non vogliamo parlare ai convertiti, ai fan di Bruce», dice Santelli. «A Bruce e a me interessa soprattutto parlare ai loro nipoti e assicurarci che abbiano l’opportunità di osservare la storia e la cultura americana attraverso la musica».
È un museo pensato per il me liceale. Un museo che mi avrebbe spinto a leggere A People’s History of the United States di Howard Zinn, che ho visto tra i libri della biblioteca personale di Springsteen e che è in vendita nello shop. Mi avrebbe spinto a scoprire chi sono stati Jackie Wilson e Benny Goodman. A conoscere la musica di protesta di Woody Guthrie. Per poi tornare a casa e ascoltare la musica di questo tizio chiamato Bruce Springsteen.















