‘Good Luck, Have Fun, Don’t Die’ è il film più folle (e lucido) che vedrete quest’anno | Rolling Stone Italia
Apocalypse Now

‘Good Luck, Have Fun, Don’t Die’ è il film più folle (e lucido) che vedrete quest’anno

Il ritorno di Gore Verbinski è scatenata fantascienza (?) in loop con Sam Rockwell che trasforma l'intelligenza artificiale, gli smartphone e i videogiochi nell'incubo più contemporaneo. Starring anche un centauro di gattini

‘Good Luck, Have Fun, Don’t Die’ è il film più folle (e lucido) che vedrete quest’anno

Sam Rockwell in 'Good Luck, Have Fun, Don't Die'

Foto: Vertice 360

C’è un uomo che entra in una tavola calda di Los Angeles alle 22:10. Il locale si chiama Norm’s, è di quelli aperti h 24 dove nottambuli simil-hopperiani mangiano pie da soli e guardano imbambolati lo schermo del telefono. Il tizio è conciato male: praticamente vestito di plastica, ha fili e tubicini dappertutto (che servono pure per, ehm, espletare funzioni corporali); insomma ha l’aria del senza tetto che ha dormito sotto un cavalcavia o di un matto complottista che vive fuori dalla realtà. E infatti dice di avere una bomba sul petto e sostiene di venire dal futuro, un futuro in cui un’intelligenza artificiale ha già fatto fuori l’umanità. Cerca volontari, gli serve la combinazione giusta di persone per tornare indietro nel tempo e impedire che tutto cominci. È il suo tentativo numero 117.

Ah, quell’uomo è Sam Rockwell (who else), e Good Luck, Have Fun, Don’t Die è il film con cui Gore Verbinski torna al cinema dopo nove anni di latitanza. L’ultima volta che lo avevamo visto dietro la macchina da presa era il 2016 per La cura dal benessere, un thriller/horror termale piuttosto sottovalutato. Prima ancora c’era stato il disastro di The Lone Ranger, la cosa più vicina a una scomunica che Hollywood sappia comminare a un regista che le aveva regalato la miniera d’oro dei Pirati dei Caraibi. Verbinski è uno che ha diretto Johnny Depp ubriaco di kohl, ha spaventato mezzo pianeta con The Ring, ha vinto un Oscar con il camaleonte di Rango e, poi… be’ è un po’ sparito. Rieccolo ora con un film da venti milioni di dollari girato a Città del Capo che negli Stati Uniti è passato quasi inosservato, incassando una miseria. Da noi però arriva soltanto adesso.

GOOD LUCK, HAVE FUN, DON'T DIE | Official Trailer | February 13 - Only in Theaters

Il titolo, intanto, è una battuta da gamer. “Good Luck, Have Fun” (mi dicono) è quello che i giocatori si scrivono a inizio partita online, la stretta di mano digitale prima del match. Verbinski e lo sceneggiatore Matthew Robinson aggiungono il “Don’t Die” e ci lasciano lì, a fissare lo schermo. Il regista non l’ha mai ammesso a chiare lettere, ma il film è montato come una partita: perché l’uomo del futuro non sta salvando il mondo, lo sta sostanzialmente giocando e rigiocando. Muore, ricomincia, cambia squadra, ritenta. Si fa l’apocalisse a colpi di salva-e-ricarica, come un ragazzino accanito su un livello impossibile. Centodiciassette respawn per arrivare in fondo.

La minaccia è un bambino di nove anni che scrive codice in stato catatonico mentre mangia Cheetos. E la fine del mondo, nel racconto di Verbinski, è già cominciata: sta nei ragazzi che seguono il telefono come zombie, nelle sparatorie scolastiche all’ordine del giorno e nelle aziende che ti vendono il clone del figlio morto, nelle persone che mollano un compagno vero per una realtà virtuale che li illude di essere meglio. Al punto che qualcuno alla tecnologia diventa addirittura allergico, sangue dal naso e tutto il resto. Perché, dicono Verbinski e Robinson, non c’entrano robottoni con gli occhi rossi e simili: il disastro ce l’abbiamo già in tasca. È l’algoritmo che mentre scrolliamo ci smonta e ci rimonta un pezzo alla volta, e manco ce ne accorgiamo. Anzi, semmai, ringraziamo. È la stessa angoscia di Don’t Look Up, ma capovolta: lì l’apocalisse cadeva dal cielo e nessuno staccava gli occhi dallo smartphone; qui l’apocalisse è il telefonino, e a gridarla è un improbabile profeta che nessuno sta a sentire.

Foto: Vertice 360

In ogni loop arriva un nemico diverso a sbarrare la strada; a volte sono mercenari, a volte un milione di topi. E quando i protagonisti si chiedono speranzosi se per una volta non possa toccargli qualcosa di carino (chessò: un qualsiasi animaletto puccioso) ecco materializzarsi un centauro gigante fatto interamente di gattini (!) che semina il panico tra gli adolescenti zombificati. Una cretinata sublime, il genere di trovata che davamo ormai per persa a Hollywood. Good Luck sta a metà strada tra la paranoia da “ci fa o ci è?” di Bugonia (pure lì c’è un invasato che potrebbe avere ragione o essere solo un pazzo pericoloso) e l’anarchia creativa di Everything Everywhere All at Once, quella di buttare in scena qualunque cosa ti passi per la testa e farla pure funzionare. Ma c’è tanto, tutto il cinema sci-fi, da La jetée a Black Mirror . Eppure allo stesso tempo è tutto follemente original.

Per non far collassare l’intreccio nel delirio serviva qualcuno disposto a crederci fino in fondo. Quel qualcuno è ovviamente Rockwell, santo cialtrone capace di essere insopportabile e adorabile nello stesso fotogramma. Oscar con Tre manifesti a Ebbing, Missouri, caratterista (nell’accezione migliore del termine) sopraffino e ladro di scene di professione, ogni tanto un film se lo prende tutto: dopo Moon eccolo di nuovo a reggerne uno (fantascientifico?) da cima a fondo. Intorno a lui Haley Lu Richardson, Michael Peña, Zazie Beetz e una Juno Temple che si porta dietro il dolore più nero della storia. Sono i clienti della tavola calda, e ognuno trascina dentro di sé una piccola tragedia da incubo contemporaneo.

Foto: Vertice 360

Non vi rovinerei il finale per nulla al mondo, dico solo che l’happy ending arriva (il sole che sorge, l’ambulanza, le rivelazioni, gli abbracci) e che è la cosa più crudele di tutto il film. L’AI ti regala il lieto fine che vuoi e ti ci fa addormentare pacificamente dentro. Quando il sospetto si fa certezza, tutto ricomincia da capo. Stessa storia, stesso posto, stesso bar. Solo che stavolta il piano è diverso, più disperato, e a pronunciare le ultime parole è un carlino.

Troppo weird per il pubblico generalista, troppo commerciale per i puristi, troppo intelligente per essere un blockbuster e troppo costoso per essere un cult. Sta esattamente nel punto cieco dove si nascondono i film che tra dieci anni qualcuno riscoprirà giurando di averli sempre amati. Ma voi andateci adesso in sala. E buona fortuna, divertitevi, non morite.