L'amore culturale per i cattivi odori | Rolling Stone Italia
s-tapparsi il naso

Puzzolenti per cultura

C'è stato un tempo non molto lontano in cui le puzze erano usate per imbarazzare. Ora, quella stessa generazione cresciuta a cattivi odori li ha ritrovati nel cibo. Cambiando loro il nome: ora, si dice "funky"

formaggio

Foto: Duskfall Crew su Unsplash

Mia madre mi sequestrò l’album delle figurine dei Simpsons in una giornata di primavera del 2000. Messo sotto chiave. Fine dei giochi. Era un must-have della generazione nata a cavallo degli ultimi due decenni del secolo: ragazzini e ragazzine delle elementari che celebravano il culto eversivo di Bart, canticchiavano Señor Burns el Diablo col dinero e compravano magliette con scritto Ciucciami il calzino.

Tra il tanto merchandising prodotto sull’onda del successo della creatura di Matt Groening, l’album delle figurine fu particolarmente innovativo perché aveva delle card adesive puzzolenti: grattando la superficie con l’unghia o una moneta, venivano sprigionati odoracci di calzino marcio, di uovo guasto o di ascella sudata. Almeno nella testa di chi le aveva prodotte. Ai nasi dei preadolescenti del Duemila arrivava solo un generico cattivo odore, destinato a sparire con il tempo, a furia di sfogliare.

Non era un caso isolato. Gli anni Novanta e i primi Duemila erano ossessionati dalle puzze. Un’estetica sensoriale ben delineata. Una filosofia dello schifo, progettata non tanto per disgustare, quanto per far ridere come dei cretini i wannabe monelli del tempo: i Puzzones erano pupazzetti di gomma prodotti dalla GIG. Ciccio Maiale, Bud Budino di Vacca, Dick Fiato di Cane. Ognuno di questi ripugnanti personaggi da colleziona rilasciava un fetore specifico. Lo Skifidol, nato come gelatina verde in barattolo, invenzione della Mattel del 1976, poi rielaborato in decine di varianti sempre più colorite e chimicamente ripugnanti. Gli adesivi scratch-and-sniff, diffusissimi negli States ma arrivati anche in Italia, da grattare e annusare.

Un’industria globale dell’intrattenimento incentrata sulla puzza, sull’ironia bartsimpsoniana fatta di caccole e scorregge con le ascelle; un’innocua manifestazione di super-undicenni nietzscheani, catalizzata in acquisti collezionabili dal capitalismo. I bulli non sono bulli, davvero.

Forse tutte quelle puzze ingurgitate tra la fine delle elementari e l’inizio delle medie hanno lasciato un imprinting. Oggi, per i ragazzini diventati trentenni à la page, gli scaffali della GIG sono stati sostituiti dai banconi dei nuovi alimentari e dalle proposte delle enoteche naturali con piccola cucina. Eppure, la loro educazione dell’odorato torna fuori, e si ricopre di sentimento.

Molti dei trend enogastronomici contemporanei tanto amati si basano infatti su gusti e aromi molto forti, al confine tra un odore imbizzarrito e una sfumatura di fetore. I formaggi erborinati, sempre più sdoganati e ricercati – gorgonzola, Roquefort, Stilton – sono il frutto di un processo in cui le muffe del penicillium provocano la produzione di composti volatili come l’ammoniaca o lo zolfo: sono odori che sin da quando nasciamo riconosciamo come un segnale di allarme, fastidioso, mentre oggi diventano il contrappunto sensoriale di un prodotto gastronomico ricercato.

Il garum è un caso ancora più estremo. Gli antichi romani lo producevano con gli scarti e le interiora dei pesci lasciati marcire in salamoia per mesi, fino a liquefarsi in un fluido maleodorante con cui condivano qualsiasi pietanza. Oggi, il testimone di questa produzione è tra i terzigni di rovere o castagno in cui si produce colatura di alici di Cetara, ingrediente uscito dai confini più territoriali per diventare un attivatore di umami nei menu di tutto il mondo; e nei garum contemporanei, di legumi, ortaggi, cereali, koji. Il risultato è sempre lo stesso: un prodotto da maneggiare con cura, da usare letteralmente con il contagocce, perché il confine tra esaltare o distruggere gli ingredienti su cui si posa è molto labile.

Sono nuovi trend che trovano terreno fertile nelle tradizioni gastronomiche orientali, oggi più alla moda che mai. Il kimchi fino a pochi anni fa era un prodotto di nicchia, mentre ora è un fonema riconosciuto nella lingua della cucina internazionale, anche alle nostre latitudini: più invecchia più si solforizza, più chi lo mangia giura che quello “vecchio” – il muk-eun-ji, fermentato per mesi o anni – sia l’unico degno di questo nome (cioè, kimchi). È una logica che un undicenne avrebbe applicato ai Puzzones: quello più puzzolente ha più valore, fa più status all’intervallo. Solo che il cortile ora è un Sub-Reddit per appassionati di fermentazione. Dove le puzze hanno imparato a chiamarsi funky: che sanno, cioè, di fermentazione. E che negli anni, grazie anche ai primi passi mossi qualche decennio fa dai vini naturali, hanno creato un immaginario che passa dai piattini in ferro alle magliette di Everpress.

E poi c’è il durian, il “re dei frutti”. Un enorme bozzo tropicale, tipico del Sud-Est asiatico, che può arrivare a pesare 3-4 kg, ricoperto da una scorza verde-marrone irta di spine piramidali che protegge la polpa, gialla e cremosa. Il suo odore viene descritto come un misto di cipolla marcia, gas di scarico e calzino sudato. Una “puzza” così forte da farne vietare il trasporto nei mezzi pubblici, ma al tempo stesso, complici i trend virali su Instagram e TikTok, il centro di un’industria legata anche al turismo gastronomico: in Malesia e Thailandia esistono varietà come il Musang King che si vendono anche a 20 euro al chilo nei periodi di picco, con mercati notturni costruiti solo per la stagione di raccolta pronti ad accalappiare il creator di turno.

Non so se la mia passione per lo Stilton sia una reminiscenza freudiana del sequestro dell’album dei Simpsons, o se gli amici che preparano il kimchi in casa collezionassero i Puzzones. Quello che è certo è che anche gli odori si annusano con le lenti della cultura. Una che, oggi, si nutre anche di un recondito e viscerale bisogno di riempirci le narici di puzze decisamente funky.