La recensione di ‘The Wow! Signal’, il breakup album dei Muse | Rolling Stone Italia
Il problema dei 2 corpi

Ma quale cosmo, ma quali alieni: ‘The Wow! Signal’ dei Muse è un breakup album

Cantare lo spazio profondo per evocare il vuoto interiore e cioè la fine di un amore. È il tema più antico del pop, ma trattandosi di Matthew Bellamy è reso in modo contorto, eccessivo, pomposo, kitsch. E a tratti contagioso

Ma quale cosmo, ma quali alieni: ‘The Wow! Signal’ dei Muse è un breakup album

Muse

Foto: Tim Saccenti

Vi diranno che Wow! è il nome del misterioso segnale radio captato nel 1977 e che è stato interpretato come un possibile messaggio extraterrestre. Vero. Vi spiegheranno giustamente che The Dark Forest è ispirata alla teoria della foresta oscura secondo la quale non abbiamo mai trovato tracce di vita aliena perché, se esistono, si nascondono per la paura di essere annientate. Magari scriveranno che Cryogen parla di una luna ghiacciata di Giove. La verità è che nel nuovo album dei Muse Matthew Bellamy canta lo spazio profondo per evocare il vuoto dello spazio interiore e cioè, pare di capire, anzitutto la fine di un rapporto. «Come individui cerchiamo l’amore per non sentirci soli e come specie cerchiamo di non essere soli nell’universo», ha detto. E insomma The Wow! Signal ha tutta l’aria di essere un breakup album.

Ascoltatelo dalla fine, cominciate da Space Debris e sarà chiaro. I detriti alla deriva nello spazio non sono quelli di una navicella, ma i rimasugli di una relazione. La connessione perduta non è quella tra la capsula e la base di controllo, ma tra due persone, il nero dello spazio profondo è quello dell’ignoto che si affronta dopo un trauma. “Un amore del genere” canta Bellamy “non può invecchiare con dignità, brucia e si affievolisce in uno spazio freddo, vasto e vuoto”. Ecco di cosa canta Bellamy in The Wow! Signal: il buco nero in cui si può finire dopo la fine di una storia importante e forse dopo qualche altro sovvertimento della vita. “Tutto quello che ho sognato” canta in Shimmering Scars su una parte drammatica di pianoforte e con un’enfasi che fa sembrare Bono un cantante dallo stile misurato “è volato via verso le stelle e si cela nel buio”.

Non mi pare che Bellamy abbia finora parlato apertamente dei motivi della fine del matrimonio con Elle Evans, che per ora è materia per lo più di mezze parole e indiscrezioni, ma scommetto il mio euro che è anche di questo che l’album tratta. C’è una battuta memorabile che Tina Fey ha fatto ai Golden Globe di una dozzina d’anni fa su Gravity, il film con George Clooney e Sandra Bullock: «È la storia di come George Clooney preferirebbe vagare nello spazio e morire piuttosto che passare un minuto in più con una donna della sua età». The Wow! Signal è la storia di come Matthew Bellamy preferisce avventurarsi in un disco di 45 minuti pieno di immagini misteriose, riferimenti allo spazio e all’intelligenza artificiale, cori simil-ecclesiastici, bizzarrie sonore e testi in latino piuttosto che raccontarci chiaramente cosa gli è successo.

Nonostante i quaranta orchestrali e il coro di una cinquantina di elementi, Space Debris è tra le altre cose una delle tracce meno cariche di un disco invece carichissimo. È la specialità della casa. Un esercito di archi, tastiere che somigliano a organi da chiesa, assoli acuti, bassi distorti affiancati da squadre di contrabbassi acustici, sintetizzatori dai suoni lancinanti sono lì per raccontare questa storia in modo epico. Ma sapete cosa? Meglio i pezzi in cui i Muse esagerano e si avvicinano al muro del kitsch, e volte lo sfondano, dei pezzi in cui vogliano sembrare un gruppo pop normale. E quindi meglio il riff ultradistorto di Cryogen che ricorda Plug in Baby del poppettino anni ’80 di Nightshift Superstar (nonostante il basso).

Perché sì, se la parola kitsch definisce oggetti che vorrebbero essere artistici, ma sono in realtà caratterizzati da qualcosa di eccessivo e grossolano, un pezzo come The Dark Forest è kitsch con quella parte orchestrale da musical distopico e il passaggio in latino “Sanctus Signum, Dominus Deus, Cometa Altissimus, Currus Machina, Navis Lucifer, Kyrie Eleison”. Se vi viene da ridere, non trattenetevi, ma nella sua spudoratezza il pezzo è contagioso. Oltre al ruolo inedito di Dan Lancaster, il quarto Muse, c’è quello che credo sia il primo featuring in un album del gruppo, un brutto pasticcio chiamato Hush con Ellie Goulding che inizia con una frase che sembra una riscrittura del riff di Seven Nation Army. I Muse del resto sono sempre stati di quella scuola lì: nel rock nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Poi d’accordo, a volte i Muse danno l’impressione di voler coprire con la fantasia e l’abilità la modestia delle composizioni e in The Sickness in You & I sembrano indecisi se essere sexy funkettari o rudi thrasher e io sono indeciso se è una porcheria o un pezzo forte (ci risentiamo fra qualche ascolto). Comunque sia, dopo il maldestro tentativo di fare un disco post anni ’80 come Simulation Theory e dopo le visioni populiste intercettate in Will of the People, The Wow! Signal rappresenta tutto sommato una buona notizia. È sia il disco più personale di Bellamy, sia il ritorno a come i tre facevano canzoni alcuni anni fa, con richiami a Absolution e Black Holes and Revelations.

L’introduzione carichissima di Hexagons fa sembrare la canzone insopportabilmente appassionata oppure sublime, un attacco ostile alle orecchie o un momento esaltante, che è precisamente la linea che separa chi detesta il gruppo da chi lo apprezza. A volte viene da mettere in pausa l’album e ascoltare Satie per ripulirsi le orecchie, ma l’“anche meno” non fa parte del vocabolario del gruppo. I Muse sono qui non per fare di meno, ma di più, anzi per fare troppo e questo è il lavoro di una band che sa suonare e che lotta duro, una cosa che si sente e che fa bene alla musica. I dischi che raccontano e rappresentano la contemporaneità sono altri, ma una buona metà di The Wow! Signal dimostra che i Muse non hanno alcuna intenzione di perdersi nello spazio profondo dell’irrilevanza.