‘Supergirl’: come si rappresenta una supereroina oggi? | Rolling Stone Italia
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‘Supergirl’: come si rappresenta una supereroina oggi?

Le superhero donne non sono mai state davvero capite (o valorizzate) dagli Studios. Dalle varie Wonder Woman alle guerriere del MCU, qualcosa è cambiato. Ora arriva un film non riuscitissimo, che però può scrivere un nuovo canone

‘Supergirl’: come si rappresenta una supereroina oggi?

Milly Alcock è Supergirl

Foto: Warner Bros.

Supergirl di Craig Gillespie sbarca in sala, ridando vita al personaggio creato da Otto Binder e Al Plastino a fine anni ’50 e diventato una delle supereroine più popolari di ogni tempo. Negli ultimi anni, ad essere onesti, non si può mettere da parte l’interpretazione di Melissa Benoist della serie tv chiusasi nel 2021; questa invece ha il volto discolo e impertinente di Milly Alcock, lanciata da House of the Dragon. Già nei primi minuti, Supergirl ci fa capire che siamo molto distanti dall’eterea e possente presenza dalla Wonder Woman di Gal Gadot, che sempre il DC Universe ci propose quasi dieci anni fa in uno dei pochi film di successo della gestione precedente. Tanto l’amazzone guerriera era una scultura in movimento, fatta a un tempo di innocenza e princìpi morali, così invece questa nuova Kara Zor-El ci saluta tutti con i postumi di una sbornia mostruosa. Vive in una roulotte con il cane Krypto che le lecca la faccia, tra cibo avanzato, spazzatura, serate nei pub, alcol e scarsa igiene intima. Insomma, non proprio la ragazza acqua e sapone del passato.

Enormi differenze quindi con la capostipite, la Wonder Woman di Lynda Carter, che nel 1975 plasmò il concetto di supereroina per la prima volta. Quella mitica serie tv edificò un archetipo la cui eredità è ancora viva oggi. Quella Diana era potente, sexy, idealista, coraggiosa e sicura di sé. In Supergirl invece abbiamo una ragazzina misantropa, incasinata, che pensa solo ad ubriacarsi per soffocare i ricordi del pianeta e della famiglia scomparsi, incapace di adattarsi alla vita sulla Terra come suo cugino Superman (David Corenswet) e che non vede per sé alcuna prospettiva. Verrà costretta a smuoversi da quella situazione da un’orfana, Ruthye (Eve Ridley), che le chiederà aiuto per vendicarsi del crudele Krem (Matthias Schoenaerts), capo di una gang di briganti galattici, colpevole di averle massacrato la famiglia. In Supergirl fa la sua comparsa anche lui, Lobo, interpretato da Jason Momoa, uno dei pochi salvatisi dalle epurazioni, per così dire, messe in atto da James Gunn.

SUPERGIRL | Trailer Ufficiale

Sarò onesto con voi: Supergirl non è venuto molto bene. Il film di Gillespie sa di déjà-vu da lontano un miglio e, nonostante il cast ci provi, la trama è troppo banale, ripetitiva, non aggiunge né toglie nulla a ciò che Gunn (vero deus ex machina) ci aveva mostrato già in passato. Tuttavia, almeno ci dà una protagonista che ci dice quanto sia cambiata la figura della supereroina nel tempo. Dopo Lynda Carter, l’altro vero, grande rinnovamento lo portò la Catwoman di Michelle Pfeiffer in Batman – Il ritorno di Tim Burton. Ancora oggi la scena della sua trasformazione, che sa quasi di possessione o magia nera, e poi il suo diventare da donna debole, succube di una autorità patriarcale e maschilista, a temibile femme fatale letale e affascinante è tra le più significative che si ricordino.

La supereroina cambiò ancora, e in meglio, negli anni 2000, in concomitanza con la terza ondata femminista. Furono gli X-Men della Fox, personaggi come Tempesta, Rogue, Jean Grey, Mystica, nei vari momenti della saga, a portarci verso una caratterizzazione molto più profonda. Non vivevano con serenità il loro potere, non sempre almeno. Queste supereroine affrontavano una profonda solitudine, si sentivano emarginate, spesso anche impossibilitate ad avere una vita sociale e sentimentale. La rabbia era sempre in agguato, così come la volontà di lottare contro un sistema tanto fascista, quanto palesemente maschilista.

Dal 2008, con l’esplosione del Marvel Cinematic Universe, delle nuove serie tv e della quarta ondata femminista, il concetto di supereroina cambia ancora una volta. Le abbiamo conosciute molto bene in questi quasi vent’anni: Vedova Nera, Wanda Maximoff, Captain Marvel, Wasp, Gamora, Nebula, Mantis, Valkyria, Shuri, Yelena, Jane Foster, Miss Marvel, Jessica Jones, Elektra Natchios. L’elenco potrebbe continuare. In comune hanno il non aver potuto impugnare la propria vita, il dover lottare per l’autodeterminazione e la propria libertà. Ma c’è di più: in Wanda in particolare, il desiderio di maternità distrutto e le continue perdite che subisce la portano verso un delirio folle e distruttivo. Devono vedersela tutte con dipendenze, malattie, lutti, disturbi psicologici. Insomma, siamo distanti da Lynda Carter e il suo lazo d’oro.

Milly Alcock con Eve Ridley. Foto: Warner Bros.

In generale, le supereroine in questo secolo sono diventate le vere portatrici di complessità, di una fragilità che le pone su un piano completamente diverso rispetto alle controparti maschili. Sono fatte di una difficoltà di vivere causata dal mondo che le circonda, e da una società insensibile che tende ad isolare i diversi dalla norma e le donne in particolare. Sono sopravvissute con la solidarietà, la sorellanza anzi, che anche in Supergirl è la carta vincente, è ciò che permette alle due protagoniste di andare avanti. Certo, non sempre al cinema o nelle serie tv è andata bene, su questo bisogna essere chiari. I due film dedicati a Captain Marvel e compagnia sono il perfetto esempio di come non strutturare supereroine convincenti, a causa di un overpowering assurdo, di una mancanza di complessità nata dalla volontà di scimmiottare le controparti maschili. L’ultimo film sui Fantastici 4 da questo punto di vista è stato un notevole miglioramento: Vanessa Kirby ha fatto della sua Donna Invisibile l’elemento più interessante, perché chiamata ad assumersi una quantità di responsabilità semplicemente enorme: amica, compagna, sorella, madre, e in realtà la vera leader di quel gruppo.

Le nuove supereroine portano il mondo sulle proprie spalle, sono connesse ad una visione molto più complessa e articolata di quella manichea che spesso vediamo mettere addosso ai colleghi maschi. Il loro stesso rapporto con il superpotere appare più connesso all’emotività, sono meno entusiaste di sentirsi parte di un ingranaggio. In questo, se non altro, Supergirl sa come colpire, unendo tutto al concetto di coming of age, come fece benissimo una serie come Miss Marvel. A guardare il concetto di protagonista femminile, come si è sviluppato anche grazie a personaggi come la principessa Leia, il tenente Ripley, Sarah Connor, fino ad arrivare alla Furiosa di Charlize Theron, appare chiaro che non sempre nei cinecomic la rappresentazione delle supereroine è andata a slegarsi da una visione maschiocentrica. Il concetto di supereroina è ancora tutto da scrivere, così come la nuova identità femminile è un continuo divenire. Non ci sono dei reali confini, limiti. Forse per questo Supergirl piacerà nonostante tutto alle ragazzine di oggi. Parla di loro, della loro paura di vivere, di un futuro incerto, di come non farsi schiacciare dal resto del mondo.