La riapertura di Paggeria Arte a Sassuolo | Rolling Stone Italia
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In una galleria d’arte, una sola opera può bastare

Questa è la scommessa delle Paggerie di Sassuolo, rinate come spazio dedicato all'arte. In cui, da oggi e per due anni, vige un progetto ambizioso: "One Only", un'opera sola, di un'artista affermato o meno, per un solo weekend

Paggeria Scandiano

Paggeria Arte, Scandiano

Foto stampa

Negli ultimi anni le città italiane hanno imparato una lezione importante: non basta restaurare un edificio per farne un luogo culturale. Servono idee, una visione e, soprattutto, il coraggio di immaginare che anche lontano dalle grandi capitali possa nascere qualcosa di inatteso. Sassuolo, città che il mondo conosce soprattutto per la ceramica, sembra aver deciso di giocare questa partita.

Dopo il restauro finanziato dal PNRR, Paggeria Arte riapre le porte con un progetto che evita la tentazione più prevedibile: trasformarsi nell’ennesimo white cube di provincia. Il nuovo corso, affidato a Nicolas Ballario, punta invece a costruire un luogo dove convivono grandi protagonisti dell’arte internazionale, artisti Under 35 e una riflessione costante sul patrimonio produttivo del territorio.

«Con le Paggerie abbiamo deciso di fare un programma strano», ci racconta Ballario. «È nato quasi per caso l’anno scorso, quando sono andato a parlare di Warhol a Sassuolo e per un solo giorno era stata esposta una Marilyn. Da lì abbiamo trasformato quell’intuizione in un format: Only One. Un’opera sola per un solo weekend».

La dichiarazione d’intenti è già tutta qui. In un’epoca in cui le mostre sembrano rincorrere numeri sempre più grandi – cento opere, cinquanta artisti, chilometri di percorso espositivo – Ballario sceglie la direzione opposta. Una sola opera. Un solo weekend. Tutta l’attenzione concentrata su un unico lavoro. Un formato che restituisce tempo allo sguardo, quasi un antidoto alla bulimia visiva con cui oggi consumiamo l’arte.

Il debutto, il 27 e 28 giugno, è affidato a Damien Hirst e a uno degli Spot Paintings, forse la serie che meglio sintetizza la sua ricerca sul rapporto tra ordine, serialità e ossessione. Ma il vero colpo di scena non è il dipinto. È il suo allestimento.

«Iniziamo con uno Spot Painting di Damien Hirst, una seconda tappa del progetto realizzato a Milano durante la Design Week, dove abbiamo mescolato l’euforia del gioco con l’arte», spiega Ballario. «Per questo lo immergiamo in una piscina di palline colorate».

Una scelta che potrebbe sembrare una provocazione perfetta per Instagram e che invece racconta qualcosa di più interessante. Gli Spot Paintings nascono da una regola ferrea: ogni punto ha la stessa dimensione, ogni colore compare una sola volta, ogni elemento obbedisce a un sistema rigoroso. La piscina, al contrario, è il regno del caos, del gioco, dell’imprevedibilità. È quasi come se alcuni punti del dipinto avessero deciso di uscire dalla tela per invadere lo spazio reale.

È un’immagine efficace anche per raccontare quello che dovrebbe fare oggi un centro d’arte contemporanea: smettere di proteggere le opere dietro una distanza reverenziale e costruire invece esperienze capaci di coinvolgere pubblici diversi, senza trasformare l’arte in un luna park. «Il mondo dell’arte si prende troppo sul serio», osserva Ballario. «La verità è che è pieno di persone curiose nei confronti dell’arte contemporanea e l’idea di concentrarsi su un’opera è una specie di porta d’accesso».

La programmazione autunnale conferma questa direzione. In occasione di festivalfilosofia, dal 18 al 20 settembre, Paggeria Arte inaugurerà un dialogo tra Julian Schnabel, protagonista della scena internazionale dagli anni Ottanta, e Pietro Moretti, giovane artista italiano. Non un semplice confronto generazionale, ma un modo per affermare che la storia dell’arte continua a scriversi proprio nell’incontro tra maestri e nuove voci.

«Poi esporremo altri grandi artisti contemporanei e io cercherò di raccontarli partendo ogni volta da un’opera singola», ci anticipa il curatore. «E poi c’è tutta la parte dedicata ai giovani artisti: Under 35 che metteremo a confronto con giganti dell’arte oppure con altre discipline creative».

La scelta di Nicolas Ballario racconta molto dell’identità del progetto. Formatosi nella factory di Oliviero Toscani, giornalista, autore televisivo e divulgatore, Ballario appartiene a quella generazione che ha smesso di considerare la mediazione culturale come una semplificazione. Al contrario, raccontare l’arte significa renderla più accessibile senza impoverirne la complessità.

Intorno alle mostre nasceranno workshop, laboratori e attività dedicate agli artisti Under 35, mentre la ceramica – vero DNA di Sassuolo – diventerà materia di sperimentazione contemporanea e non soltanto memoria industriale. È forse questo l’aspetto più interessante del progetto: non usare l’identità del territorio come un marchio nostalgico, ma come materiale vivo da reinterpretare.

Del resto, anche la sede racconta questa trasformazione. Le Paggerie furono costruite nel Seicento dal Duca Francesco I d’Este e progettato da Bartolomeo Avanzini come alloggio per i giovani paggi della corte estense. Oggi, dopo la riqualificazione, quello stesso edificio torna a essere un luogo dedicato ai giovani, ma non più al servizio di un duca. Al servizio delle idee.

«Con il progetto delle Paggerie, che durerà quasi due anni, proviamo a sparigliare le carte», conclude Ballario. «Abbiamo un sindaco e un assessore alla Cultura molto giovani e molto effervescenti. Sarà un bel percorso».

Insomma, se oggi molte istituzioni culturali inseguono il blockbuster, Sassuolo sceglie una strada diversa: meno quantità, più intensità. Una sola opera può bastare, se è capace di cambiare il modo in cui guardiamo uno spazio. E forse anche una città.