San Siro è il luogo perfetto per esaltare l’ego di Tedua | Rolling Stone Italia
Orange County, Milan

San Siro è il luogo perfetto per esaltare l’ego di Tedua

C’era bisogno di uno stadio per mettere in prospettiva il talento e l’ossessione per la perfezione del rapper, che ieri sera ha fatto le cose in grande, ma con stile. Il report del concerto

San Siro è il luogo perfetto per esaltare l’ego di Tedua

Tedua a San Siro

Foto: Sara Sabatino

Ieri sera Tedua ha cavalcato per la prima volta quel mostro che è lo Stadio San Siro di Milano, concependo uno show volutamente enorme. Uno spettacolo intervallato dai soliti cliché e amarcord all’insegna del “ce l’abbiamo fatta”, un’ambizione dietro cui si intravede quell’ego ingombrante che nella sua carriera non è stato mai nascosto, ma sempre esibito senza pudore. Eppure ridurre tutto a questo a un gioco di ego sarebbe sbagliato perché proprio grazie a quell’esasperata auto-narrazione, diventata motore della sua carriera, il rapper ligure ha costruito uno spettacolo con cura e attenzione.

Tedua mancava da Milano da due anni, l’ultima volta era stato agli I-Days nel 2024 (qui la recensione). Un’attesa febbrile per i suoi fan, alimentata anche dall’ultimo mixtape Ryan Ted e accompagnata dai 38 gradi percepiti ieri in città, con l’asfalto che si scioglieva sotto i piedi e decine di migliaia di persone che si sono trascinate boccheggianti ad assistere allo show. Prima ancora dell’inizio del concerto, San Siro sembra una piccola città colorata di arancione, il colore sociale dell’artista (il riferimento è al suo universo Orange County). Magliette color mandarino a perdita d’occhio con Milano che per un attimo si trasforma in Amsterdam al King’s Day.

Sul palco, tra i megaschermi che ospitano video e grafiche, sorgono i due palazzoni popolari in omaggio alla Zona 4 di Milano, il quartiere che ha adottato Tedua dopo Genova, i cui balconi sono abitati dalla band e, in vari intervalli, dal rapper e dai suoi ospiti. Non solo punti di osservazione, quindi, ma rifugi. Ecco videoclip di Tedua bambino che corre tra i vicoli di Genova, grafiche curate, immagini di skyline e pellicole consumate alternati a pioggia, lampi, inferni danteschi, con il fuoco che esce dai lanciafiamme ai piedi del palco in un dialogo costante tra la nostalgia, puro divertimento e continui richiami alla sua storia.

Eppure, nonostante il budget da capogiro, sul palco non ci sono scenografie o allestimenti fuori scala, nessun corpo di ballo o coreografia, nessun orpello. Al centro resta sempre e comunque Tedua, rendendo chiaro a tutti chi è la star. Lo spettacolo diventa così un gigantesco esercizio di stile costruito intorno alla sua figura. Ce lo ricordano anche i numerosi ospiti, che quasi immancabilmente gli restituiscono la scena con parole di stima e amore, un simbolico bacio dell’anello al padrone di casa.

Foto: Sara Sabatino

E gli ospiti, in effetti, sono tantissimi – da Sfera Ebbasta, Lazza, Capo Plaza, Kid Yugi a Tony Effe, Sayf, Nerissima Serpe, Annalisa – una lunga lista che però non suona come una sterile sfilata di feat. Ognuno di loro sembra certificare una delle diverse tappe della carriera di Tedua, in partcolare quelle scandite dagli amici di una vita. Con Rkomi tra battute e abbracci sembra che per un attimo i due si siano dimenticati di essere a San Siro, tornando a essere i ragazzini che questo traguardo lo sognavano da lontano. Con Bresh, sulle note di Capo Horn, i due giocano come bambini per poi sedersi sui gradini del palco e, prima di intonare Step by Step, raccontare al pubblico di quando a 17 anni l’hanno scritta insieme.

Lo scambio con i fan è continuo. Tedua fa alzare le mani, creare onde e coreografie, come quando sugli spalti appare a tutto stadio la scritta “Il futuro è in mano ai deboli che si sono fatti coraggio”. «Dietro questa frase c’è tutto il concept della mia carriera», spiega il rapper. Dall’emotività alla festa, con l’invito finale a togliersi e sventolare la maglietta su Wasabi 2.0, ricreando così un momento da curva, un po’ come fossimo a vedere la sua amata Inter.

Certo, ci sono stati dei momenti in cui la ricerca del grandioso ha sfiorato l’autocompiacimento, qualche ospite che si è perso tra i tantissimi invitati. Come se Tedua avesse avuto paura di togliere qualcosa, di fare un po’ di editing. Eppure il concerto funziona, un po’ come nei suoi testi, e il manierismo esagerato si traduce in qualcosa di coinvolgente perché sotto quella voglia di stupire sempre ci sono la fame e l’autenticità che lo contraddistinguono. Cambiato, pompato, a tratti fin arrogante, ma senza dimenticare il suo passato, la sua Genova, la Zona 4. Sul finale arrivano Lingerie, Wasabi 2.0 e Vertigini, le hit che hanno accompagnato la sua crescita e quella del suo pubblico, e lo stadio canta da solo. Così Tedua chiude lo show ringraziando tutti con un augurio di essere umili che suona quasi come una riflessione rivolta anche a sé stesso.

Perché San Siro, in fondo, è anche questo: il luogo dove l’ambizione rischia di trasformarsi in hybris. Tedua è arrivato lì con un progetto stracolmo di simboli, autocelebrazione e una voglia smisurata di lasciare il segno. Un po’ come i suoi idoli prima di lui. Ha sfiorato numerose volte di superare il confine tra l’iconico e l’eccessivo, ma raramente lo ha oltrepassato. Nel suo volo verso il mito non si è avvicinato troppo al Sole, ma è atterrato tra le braccia aperte di chi lo aspettava da anni. Al netto di ogni esercizio di stile, è forse proprio questa la misura del successo di un concerto.