Il nome Nicholas Wood ai più non dirà nulla. Eppure la figura di questo contadino del Kent, vissuto tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, è una di quelle che potremmo definire con facilità larger than life. Letteralmente.
Contadino, dicevamo, proprietario delle proprie terre e lavoratore indefesso, è il protagonista del pamphlet The Great Eater of Kent, or Part of the Admirable Teeth and Stomach Exploits of Nicholas Wood, scritto da John Taylor, poeta che seppur mai considerato penna troppo elegante e sofisticata ebbe il merito di tramandare, attraverso oltre 150 pubblicazioni, curiosi acquerelli storico-sociali dell’Inghilterra dei suoi tempi. Tra questi, quello del Grande Mangiatore del Kent.
Grazie allo scritto promozionale di Taylor, che infatti ne era anche agente, oggi possiamo considerare Nicholas Wood il padre putativo del competitive eating – le gare di abbuffate diventate famose con il programma tv Man vs Food e oggi tornate alla ribalta nei nostri algoritmi di Instagram e TikTok grazie alle migliaia di video virali di ristoratori e creator che cercano di riempire coperti e monetizzare visualizzazioni.
Nicholas Wood, famoso per aver mangiato, tra le tante abbuffate, un’intera pecora cruda, oltre 300 piccioni e 84 conigli, venne sconfitto da 12 pagnotte inzuppate di birra (finì con l’addormentarsi sotto l’effetto della combo alcool e carboidrati) e morì, alcuni dicono in povertà, per aver venduto tutti i suoi averi inseguendo sfide sempre più barocche, scomparendo a Londra tra le pieghe della storia.
La sua eredità è però più viva per mai: due secoli dopo la sua morte, il competitive eating era passato dall’essere una sorta di freak show a rappresentare un momento, quasi sportivo, di intrattenimento comunitario durante le fiere delle contee inglesi, statunitensi e canadesi. In principio, il cibo prediletto per queste competizioni erano le torte: nel 1878 venne organizzata una gara a Toronto e dal 1909 diverse edizioni di sfide si svolsero al Fat Men’s Club di Manhattan.
Ma la vera Coppa del Mondo di abbuffate competitive si tiene a Coney Island ogni 4 luglio dal 1909: il Nathan’s Hot Dog Eating Contest. La cosmogonia dell’evento racconta che i primi a sfidarsi furono quattro immigrati che decisero di dimostrare il loro patriottismo, in singolar tenzone a mangiare il più velocemente possibile il più alto numero di hot dog preparati da Nathan Handwerker, arrivato dalla Germania insieme al know-how perfetto per aprire un chiosco di salsicce. E poco conta se siamo davanti all’ennesima buona intuizione di marketing per inventare la tradizione: nel 2010 è stato svelato che la data di inizio della sfida fosse solo una trovata pubblicitaria e che la prima edizione avvenne “solo” all’inizio degli anni Settanta.
Ma non è qualche decennio in più o in meno a scolpire l’heritage del Nathan’s Hot Dog Eating Contest; quel che importa è che, da più di mezzo secolo, centinaia di persone festeggiano il Giorno dell’Indipendenza americana seguendo il sogno di quei quattro leggendari patrioti di Coney Island, in una competizione organizzata dalla Major League Eating (MLE – la lega che organizza e supervisiona gli eventi di competitive eating) e trasmessa in diretta tv su ESPN. Per capire la portata dell’evento: due anni fa Joey Jaws Chestnut, detentore del record di vittorie (17) e del maggior numero di hot dog mangiati in 10 minuti (76) e Takeru The Tsunami Kobayashi, terzo sul gradino del podio con 6 edizioni vinte, sono saliti sul ring per quella che è stata definita “la sfida del secolo” del competitive eating, con tanto di palco a Las Vegas e diretta Netflix.
I tempi di Man vs Food non sono così lontani. Il programma tv è andato in onda a partire dal 2008, e noi giù a osservare mentre Adam Richman andava alla scoperta degli angoli più inesplorati degli Stati Uniti per conoscere la cultura gastronomica del luogo e partecipare alle sfide lanciate da diner, steak house e gastropub: piatti estremamente piccanti o in quantità industriali, oppure giganti e da mangiare in un lasso di tempo ristretto. Una performance para-sportiva raccontata dallo stesso Richman alla fine di ogni episodio in una finta conferenza stampa, inscenata all’interno del locale con le domande degli spettatori.
Come dichiarato dal protagonista in diverse interviste al Guardian e all’Independent, un programma del genere – e quindi il competitive eating in generale – richiede un ferreo rigore fisico e una disciplina assoluta: rimanere a digiuno il giorno precedente, idratarsi molto, fare (almeno, aggiungo io) tapis roulant dopo le sfide. Nonostante questa preparazione, negli anni ha ammesso che durante una puntata ha pensato di rimetterci le penne, non tanto per la quantità di cibo ingerito, quanto a causa di un proprietario sabotatore. La sfida quasi letale fu quella delle alette di pollo dal nome particolarmente descrittivo “Fire In Your Hole” a Sarasota (Florida). Come ricostruito da Mashed, il regista origliò il boss del locale intimare al cuoco di versare un’intera bottiglia di ghost chili invece della dose standard (e di quella che poi si vedrà nel montaggio). Fortunatamente Adam Richman è ancora in vita, e nonostante abbia condotto solo 4 stagioni su 10 del programma tv è in assoluto uno dei volti più riconosciuti nel mondo mainstream di questa disciplina gargantuesca.
Da questa breve storiografia emerge molto chiaramente come questa pratica sia legata in modo indissolubile agli Stati Uniti (stupisce?), ma il baricentro del competitive eating si è spostato – come molti dei prodotti culturali contemporanei – verso la Corea del Sud, dove si è evoluto quando la “moda” del mukbang ha incontrato il gigantismo delle porzioni.
Letteralmente “trasmissioni di cibo” (muk + bang), il mukbang consiste in live streaming in cui un mangiatore, da solo, si ingozza e interagisce con la sua audience virtuale. Un trend iniziato negli anni Dieci del Duemila e diventato sempre più diffuso (e virale) grazie anche alla non indifferente componente ASMR, in netto contrasto con la cultura gastronomica locale che di certo non incentiva il consumo smodato di junk food e il mangiare in solitudine – e invece entrambi si stanno affermando con forza nelle nuove generazioni.
Il mukbang è la testimonianza del potenziale virale dei contenuti legati al competitive eating (anche se in questo caso la sfida è solo con sé stessi, o al massimo con i propri follower) sui social network, dove non solo c’è un pubblico potenzialmente infinito disposto a farsi incantare da un ingozzatore seriale immortalato in primo piano da un video verticale, ma anche un esercito di creator ed esercenti che sulle abbuffate, competitive e non, provano a costruire una carriera.
Finito il trend del cibo pistacchioso, forse vi sarete imbattuti nel ristoratore di turno che, fissando in camera un pubblico immaginario, invita i “mangiatori” nel suo locale per accettare la sfida del chilo di ravioli con il ragù, della maxi pizza, del super panino o del menu completo, per abbuffate da completare in 30, 20 o 15 minuti, rigorosamente documentate via smartphone.
Siamo spesso, ma non esclusivamente, nella provincia italiana, la quale come pochi altri contesti riesce a essere un attivatore di competizioni incentrate su una quotidiana grandeur. Lo sfidante arriva, si presenta, proclama la sua città di origine, ordina. Il ristoratore fa partire il timer sull’iPhone e lo mette bene in vista. Poi inizia un frenetico timelaps con il partecipante alla sfida che morde, strappa, ingolla. Raramente è l’uomo a trionfare sul cibo, come una corrida in cui l’animale fa da mattatore, ma quando succede entra di diritto nella hall of fame.
Perno di questo ecosistema mediatico sono i creator, come Chiara Mangia Tutto, che attraversa l’Italia per affrontare giganteschi panini con il pollo fritto, menu completi di hamburgerie o 3 chili di pizzoccheri: un tour instancabile in cui la giovane mangiatrice (più di 85mila follower su Instagram e oltre 600mila su TikTok) affronta le sfide dei ristoranti del Bel Paese, testimoniandole in contenuti pubblicati in collaborazione con i profili dei locali stessi, e portando visualizzazioni a entrambi i gastro-rivali. O Pasquale Grasso (105mila follower su Instagram) che con le stesse dinamiche inserisce nella sua dieta social, accanto ai classici contenuti del miglior aperitivo in città X, le sfide lanciate da locali in tutto il Centro-Nord Italia, a volte in compagnia della madre.
D’altronde, l’engagement di questo genere di contenuti è garantito: il cibo è ormai un attivatore naturale di interazioni, l’approccio ASMR e in stile mukbang rompe la quarta parete con gli spettatori, mentre un certo machismo da competizione gratuita spinge gli utenti a commentare quanto sarebbero in grado di completare la sfida in minor tempo o come per loro quelle porzioni luculliane non siano altro che normali piatti casalinghi, anche in preda – e perché dovremmo aspettarci il contrario – a derive complottistiche tanto sulla salute fisica (e mentale) dei creator, quanto sulla veridicità delle sfide. Giusto per capire la portata: Chiara Mangia Tutto ha dovuto pubblicare un post per rassicurare i suoi follower di godere di ottima salute e di non essersi mai imbarcata nelle sfide contro la sua volontà.
Sarebbe però da ingenui pensare che non esista un lato oscuro del competitive eating. Come ricostruito abilmente da Mashed, affidandosi a biografie e interviste di mangiatori professionisti, e come forse è abbastanza intuibile, partecipare a una gara di abbuffate è tutto tranne che un piacere.
Prima di una competizione è infatti necessario un attento allenamento per preparare il corpo a superare i suoi limiti. Per iniziare, è necessario addestrare il proprio stomaco a contenere una quantità di cibo fuori dal comune, e questo avviene tracannando litri di liquidi (non necessariamente acqua, anzi) in poche ore o minuti. È poi fondamentale imparare ad anestetizzare il riflesso faringeo, la risposta involontaria che provoca il vomito quando il cibo tocca la parte posteriore della bocca, cosa che può capitare con estrema facilità se ci si infila decine di hot dog in gola. Infine, bisogna rafforzare i muscoli della mascella. Durante la gara, il corpo viene sottoposto a uno stress fuori dal comune, con lo stomaco che può arrivare a ingrandirsi fino al 400% del suo volume, spostando e schiacciando gli altri organi interni. Purtroppo a volte, anche a causa dell’assenza di paramedici sul posto, le gare si sono concluse con decessi per soffocamento (South Dakota 2014; Albuquerque 2016). Per non parlare del post-gara e degli strascichi che può lasciare nel breve periodo, anche fosse solo in bagno, e nel lungo periodo (ma su questo tema c’è molto silenzio da parte di organizzatori e partecipanti).
Nicholas Wood e John Tayolr, l’invenzione della sfida degli hot dog di Coney Island, Adam Richman che dice che quando vince una sfida il locale di turno si riempie di nuovi avventori, i creator mangioni di Instagram e TikTok, ci raccontano come le abbuffate competitive (e mediatiche) sono un modello di intrattenimento che avrà successo finché avremo fame. E, anche se con un lato oscuro da indagare, soprattutto un facile modo per farsi pubblicità.










