Se il suo rigore da un lato affascina, dall’altro in qualche modo intimorisce, soprattutto a chi a quella quiete, apparente, non è certo abituato. Stoccolma è una di quelle città che sembra ordinata, ordinaria, almeno in superficie, quasi trattenuta; ma poi vivendola, anche solo per qualche giorno, ci si accorge che sotto lavora come una corrente continua.
Non è un caso che già dalla fine dell’Ottocento uno dei suoi scrittori più feroci, August Strindberg, celebre drammaturgo e scrittore vissuto fra il 1849 e il 1912, la descrivesse così: «Stoccolma, o Stoccolma, sfera serpentina, fatta di veleno e sibilante piccola rabbia, tu fermenti». Dentro questa tensione si muove oggi una scena artistica che non si limita più ai musei o alle gallerie: l’arte, in tutte le sue forme, esce, occupa ristoranti, attraversa bar, si infiltra nelle case, nei cortili, nei locali dove una cena può trasformarsi in una performance e una lettura poetica in una sorta di jam session.
Qui, infatti, il confine tra arte e vita quotidiana è sempre più sottile: le inaugurazioni non finiscono quando si spengono le luci delle gallerie, continuano nei locali vicini, nei dialoghi tra artisti seduti al bancone di un bar e persone comuni; una creatività che non si chiude a sé stessa, ma si mescola e si fonde nell’ordinarietà apparente della vita. Ed è proprio in questa mistura che nascono collaborazioni che poi si trasformano in progetti condivisi.

Foto cortesia Stockholm Art Week
È una rete culturale che non si regge soltanto sulle istituzioni, ma su una comunità fluida che attraversa linguaggi diversi, arti visive, poesia, musica, teatro. Accanto a musei e spazi consolidati, Stoccolma ha sviluppato negli ultimi anni una costellazione di luoghi indipendenti e ibridi che stanno ridefinendo il modo stesso di fare arte. Qui la città non è soltanto uno sfondo, ma un organismo attivo che partecipa alla produzione culturale. Ed è proprio da questa energia diffusa che si può leggere oggi una delle scene più interessanti del Nord Europa: una scena che non si presenta come sistema, ma come movimento continuo, fatto di incontri, attraversamenti e contaminazioni.
«La scena artistica di Stoccolma è molto vivace» – ci racconta Joanna Sundström, direttrice della Stoccolma Art Week, un appuntamento annuale che si tiene ogni fine aprile, «è internazionale ma allo stesso tempo abbastanza compatta da permettere di vedere moltissime cose in poco tempo. Questo è uno degli aspetti che la rendono speciale».

Nick Cave, Kulturhuset Stadsteatern. Foto cortesia Stockholm Art Week
Il dinamismo della città non dipende soltanto dalle istituzioni storiche, ma da una trasformazione più ampia. Accanto a realtà consolidate come Fotografiska, Sven-Harrys Art Museum, giusto per nominarne alcune, negli ultimi anni si è moltiplicata una rete di gallerie e iniziative indipendenti. «Abbiamo circa cinquanta gallerie di qualità e negli ultimi cinque anni ne sono nate molte altre», dice. «Non è semplice spiegare perché stiano aprendo proprio in un periodo economico complesso, ma credo che molte persone sentano il bisogno di fare qualcosa che abbia un significato. La cultura è una parte fondamentale di una società aperta e democratica».
Anche la geografia della città si sta trasformando. Se la zona di Östermalm resta un punto di riferimento storico, nuove energie si concentrano in aree come Västberga, ex area industriale oggi riconvertita in distretto creativo, mentre Södermalm continua a essere uno dei centri più fluidi tra arte, musica e vita notturna. Tuttavia, per percepire, anche solo sottilmente, questa Stoccolma bisogna uscire dalle mappe ufficiali e seguire chi la città la vive dal suo interno. «Quando ho iniziato a scrivere poesia non sapevo nemmeno dove trovare gli ambienti artistici» racconta Elis Monteverde Burrau, 34 anni, poeta, scrittore, drammaturgo e musicista, co-fondatore insieme a Ludvig Köhler, scrittore (ed ex postino) del centro d’avanguardia itinerante Antikvariat Frankfurt. «Così io e i miei amici abbiamo dovuto costruire da soli i nostri spazi».

Ella Lundblad, ‘Sol’, SEART. Foto cortesia Stockholm Art Week
Quindici anni fa la scena era molto diversa, le letture poetiche erano spesso chiuse in contesti istituzionali, librerie o eventi formali che, racconta, risultavano distanti dalla vita reale. «Anche quando amavo un poeta, vederlo leggere in uno spazio sterile mi sembrava noioso. Così abbiamo portato la poesia nei club, nei bar, abbiamo pubblicato su riviste indipendenti e online». Da quella necessità è nata una delle caratteristiche più riconoscibili della nuova Stoccolma: la contaminazione tra linguaggi. Da quel momento, infatti, la poesia non è più rimasta una semplice raccolta pubblicata su libri, ma è entrata a far parte di performance, di concerti, di spettacoli teatrali e di installazioni. «Mi interessa mescolare linguaggi diversi. Poesia, arti visive, performance, musica, teatro. Le cose più interessanti succedono quando discipline differenti si incontrano», sottolinea.
È una filosofia che si riflette anche nei luoghi della città. Spazi come Taverna Brillo, ristorante italiano, che ha chiuso i battenti alcuni anni fa, hanno ospitato per anni giovani artisti, diventando punti di incontro informali tra creativi. Oggi questa energia si ritrova in posti come Café Klotet, dove performance e serate musicali convivono fra una cena e un cocktail, o Lilla Baren, il piccolo bar del ristorante Riche. La stessa logica attraversa anche molte delle nuove realtà della città. Tra queste c’è Hospitalet, spazio multidisciplinare che unisce mostre, performance, musica e ricerca curatoriale. Non è una galleria nel senso tradizionale, ma un luogo dove la produzione artistica si intreccia con la costruzione di una comunità. In parallelo cresce anche una rete di artist-run spaces e gallerie indipendenti che stanno ridefinendo il panorama locale, spesso fuori dalle logiche commerciali più rigide.

Milles Diana Orving, Himlakroppar, Millesgården. Foto cortesia Stockholm Art Week
«Mi mancava l’energia di New York» racconta Marie Karlberg, artista e fondatrice della galleria Beau Travail. «Lì ogni opening era un incontro tra artisti. A Stoccolma mi sembrava che le gallerie fossero più orientate ai collezionisti che agli artisti». Da questa distanza nasce il suo progetto: una galleria ospitata in una casa del XVII secolo nel centro della città, pensata non solo come spazio espositivo ma come luogo di relazione. «Non mi interessava creare una galleria tradizionale, ma costruire uno spazio in cui le persone potessero incontrarsi e lavorare insieme».
Molti degli artisti che ospita non producono lavori pensati per il mercato. «Ci sono artisti che non trovano spazio semplicemente perché il loro lavoro non è facilmente vendibile. Io volevo dare visibilità a questo tipo di ricerca». Secondo l’artista, la riduzione dei finanziamenti pubblici ha cambiato il modo di lavorare. «Dopo aver vissuto a New York ho capito che l’autorganizzazione può essere liberatoria. Gli artisti oggi, in questo modo, hanno maggiori possibilità di trovare collaborazioni, di esprimersi e di rendere più visibile e fruibile il loro lavoro».
Ristoranti, bar e spazi ibridi, insomma, sono diventati a Stoccolma luoghi naturali per performance e incontri. «Quando quasi dieci anni fa tornai a Stoccolma, mi invitarono a fare una performance in un ristorante. All’inizio ero scettica, pensavo che una performance dovesse stare in un museo. Poi ho capito quanto fosse liberatorio». Uno dei luoghi simbolo, oggi, di questa dimensione è il ristorante Bambi, che serve cucina francese rivisitata, spazio dove concerti, performance e serate artistiche si intrecciano con la vita notturna. «C’è qualcosa di profondamente bohemien in tutto questo», aggiunge. «Puoi fare una performance davanti a persone che stanno cenando. Puoi essere pagata e in più goderti una cena o un bicchiere di vino».

Anna Berglund, Galleri glas. Foto cortesia Stockholm Art Week
Oggi Stoccolma appare come una città in equilibrio tra due forze: da un lato la crescente istituzionalizzazione del sistema dell’arte, dall’altro una rete sempre più ampia di spazi indipendenti e pratiche informali. Accanto a figure consolidate, conosciute anche a livello internazionale, come Karin Mamma Andersson, Klara Kristalova, Nathalie Djurberg e Klara Lidén, cresce una generazione che preferisce muoversi tra formati diversi e contesti non definiti, hub indipendenti che continuano a moltiplicarsi. In questo scenario, quel fermento elogiato da August Strindberg continua ancora a definire una città dove la produzione culturale non si limita a essere esposta, ma viene costantemente vissuta.










