Bait
Prime VideoChi sarà il prossimo James Bond? Riz Ahmed prende il tormentone più stucchevole del momento e ci ricava la satira più affilata dell’anno: Shah Latif, rapper-attore britannico di origini pakistane, fallisce il provino per 007 e fa girare lui stesso la voce di averlo ottenuto. «Se interpretassi Bond, lui non sarebbe bianco!»; «Sì, ma tu sì», gli rispondono. Sull’identità e sul tribunale social dell’opinione pubblica, quest’anno non c’è niente di più brillante.
Beef – Lo scontro 2
NetflixLee Sung Jin riapre la sua antologia da zero: tutto nuovo, ma stesso veleno. Stavolta un country club di lusso è il ring di un beef passivo-aggressivo tra una coppia in disfacimento (Oscar Isaac e Carey Mulligan) e i due dipendenti Gen Z (Cailee Spaeny e Charles Melton) che li filmano durante una lite e li ricattano. Più barocca e affollata della prima, feat. performance di serie A: un Isaac in bilico tra grottesco e patetico e, soprattutto, una Youn Yuh-jung in versione MVP, villain inattesa e perfettamente calibrata. Una scommessa d’autore da guardare senza cellulare in mano.
Da Belfast al Paradiso
NetflixCosa fa la creatrice di Derry Girls dopo Derry Girls? Un comedy-thriller, per giunta riuscitissimo. Tre amiche di Belfast (Roísín Gallagher, Sinéad Keenan e Caoilfhionn Dunne) tornano in Donegal per il funerale della quarta del gruppo, morta in circostanze sospette: tra una veglia che va storta e un segreto sepolto da anni, si improvvisano detective e finiscono ben oltre la loro portata. Lisa McGee tiene insieme risata e mistero senza che il tono si spezzi mai: caotico e splendidamente irlandese fino al midollo. Tra le sorprese più godibili dell’anno.
Due spicci
NetflixZerocalcare chiude (forse) la sua trilogia del disagio Millennial con il capitolo più amaro, e probabilmente il migliore. Stavolta a Zeroland entra il crime: Calcare e Cinghiale mandano avanti un localetto romano, finché debiti e guai spalancano la porta a Paturnia, “il terrore di Roma Est”, e a un vortice di usura, guerre tra clan e minacce di morte («sta a diventa’ Suburra dei poveri», cit.). Ma è una guerra di facciata: sotto, la vera battaglia è intima, tra la solitudine adulta, le relazioni tossiche e il sospetto che sia troppo tardi per essere felici. Michele Rech alza l’asticella e firma il suo lavoro più doloroso, fino alla scena che strappa il cuore: «Ma sì che so’ felice, ma’».
Gomorra – Le origini
Sky / NOWQuattro anni dopo il finale, Marco D’Amore torna dentro la serie delle serie con un prequel che cambia le regole del gioco per capire come quel “gioco” è cominciato. Napoli, 1977: prima della droga, prima della guerra totale, c’è l’educazione criminale di un Pietro Savastano ragazzino (Luca Lubrano), tra povertà, fame e l’illusione di poter sognare. È il capitolo più doloroso della saga, un affresco sull’inevitabilità del male e sulla perdita dell’innocenza, con una malavita ancora piratesca e guascona, non ancora militarizzata. E D’Amore ne riscrive perfino la grammatica, firmando questo passo “di lato” da padre creativo di una storia bigger than life.
Heated Rivalry
HBO MaxUn romance queer ambientato nel mondo dell’hockey, nato da un caso BookTok e diventato uno dei fenomeni TV dell’anno. Jacob Tierney (quello di Letterkenny) adatta il romanzo di Rachel Reid e segue, lungo quasi nove anni, la relazione clandestina di due campioni, Shane Hollander e Ilya Rozanov (gli esordienti Hudson Williams e Connor Storrie, instant star), nemici giurati sul ghiaccio e amanti fuori. La forza sta nella chimica tra i due e nel sesso, tanto sesso, mai decorativo ma, anzi, l’unico momento in cui i due sono davvero onesti l’uno con l’altro. In un’epoca di prestige cupo e pluripremiata, è l’anomalia che mancava.
Industry 4
HBO MaxDopo aver fatto saltare in aria Pierpoint nel finale della terza, Industry abbandona il pavimento del trading e alza la posta: la quarta stagione è la più ambiziosa, sicura e, diciamolo, scandalosa di sempre. Restano in piedi solo le due grad originarie, Harper (Myha’la) e Yasmin (Marisa Abela), in equilibrio perenne tra amicizia e rivalità, mentre intorno volano overdose, risse, accuse di incesto a una festa in stile Maria Antonietta e perfino una Yasmin su traiettoria Ghislaine Maxwell. Nuovi innesti di lusso (Kit Harington, Kiernan Shipka, Charlie Heaton, Toheeb Jimoh) e una manciata di episodi-gioiello confermano una serie che scava sempre più a fondo nelle psicologie torturate dei suoi protagonisti.
A Knight of the Seven Kingdoms
HBO MaxA Knight of the Seven Kingdoms fa la mossa più intelligente possibile: prende la mitologia dei Sette Regni, la mette nella sacca e parte per una serie picaresca, sporca e laterale, che guarda all’epica dal basso, dagli occhi di Dunk (un Peter Claffey dalla fisicità tenera e goffa) e di Egg (Dexter Sol Ansell, tutto sguardi e silenzi), cavaliere errante e scudiero ragazzino, motore emotivo di una strana paternità rovesciata. Un viaggio, fatto di tornei di provincia, attese, fango e funzioni corporali che la macchina da presa non evita mai. I Targaryen arrivano, come sempre, ma di traverso. E A Knight dimostra che il modo per sopravvivere a sé stessi non è rilanciare verso l’alto, ma spostarsi di lato, inciampare nel fango e andare avanti lo stesso. Nel frattempo in HOTD i draghi sono tornati, e più in forma che mai.
Margo ha problemi di soldi
Apple TVDavid E. Kelley adatta il romanzo di Rufi Thorpe e tira fuori una delle dramedy più sorprendenti dell’anno. Elle Fanning (magnifica) è Margo, giovane working-class brillante che il professore d’inglese seduce per poi mollarla incinta: addio Harvard, benvenuta una nuova e imprevista forma di creatività. Quale? Un account OnlyFans (ciao, Euphoria). Potrebbe scivolare nel solito grigiore del dramma sociale e invece è un racconto pieno d’anima su la famiglia che ti scegli e la solidarietà femminile, con un papà ex wrestler (Nick Offerman) a darle una mano e una madre fin troppo tosta, la Shyanne di una Michelle Pfeiffer in stato di grazia. Audace sui tabù quanto è secco il titolo: la serie, al contrario, è tutto fuorché asciutta.
The Pitt 2
HBO MaxIl medical drama dei record torna e alza l’asticella: la seconda stagione resta fedele al suo rodatissimo format (un episodio per ogni ora di un turno di quindici, in tempo reale, senza musica né scorciatoie emotive) ma cambia tono, più duro e “punk rock”, tutto ambientato il giorno del 4 luglio. Noah Wyle (anche autore, produttore e regista) accompagna il dottor Robby in una deriva da Difficult Man: bravissimo al lavoro, disastro nel privato, in fuga da sé stesso su una moto senza casco. Intorno, il pronto soccorso di Pittsburgh si fa specchio dell’America di oggi tra irruzioni dell’ICE, ransomware, tagli a Medicaid e un’AI che invece di risolvere peggiora, senza mai diventare predica. E poi un finale che, dopo quindici ore da incubo, si chiude su un tetto tra i fuochi d’artificio, con uno staff di ogni razza, fede e classe uno accanto all’altro.
Portobello
HBO MaxDopo Esterno notte, Marco Bellocchio torna alla serialità e rilegge a modo suo uno dei più gravi casi di malagiustizia italiana: l’arresto di Enzo Tortora nel 1983 e la sua assoluzione tre anni dopo. Fabrizio Gifuni è un Tortora monumentale, l’uomo più famoso d’Italia precipitato nel suo Processo kafkiano, accusato dal “dissociato” Giovanni Pandico (uno strepitoso Lino Musella) sulla base di un nome scritto su un’agenda che era “Tortona”, non “Tortora”. Ma Bellocchio non fa cronaca: trasfigura, mette le maschere della commedia a puntellare la tragedia, intuisce che televisione e tribunale sono ormai la stessa cosa, e firma un apparato visivo da grande cinema. Non a caso è già “serie dell’anno”: un oggetto necessario per capire quel caso e quell’Italia che, a guardarla bene, non è così diversa da oggi.
Prima di noi
Rai 1Daniele Luchetti (con Valia Santella) porta in tv il romanzo-saga di Giorgio Fontana e firma la grande narrazione familiare che alla Rai mancava da tempo. Sessant’anni di storia italiana (dal Friuli rurale spezzato dalla Grande Guerra alla Torino operaia della FIAT, attraverso fascismo, boom economico e anni di piombo) raccontati lungo tre generazioni di Sartori, con Linda Caridi e Andrea Arcangeli a reggere meravigliosamente l’intelaiatura. Il merito sta proprio nel fondere la Storia con la vita privata, facendo riaffiorare ciò che di quel passato vibra ancora nelle famiglie italiane di oggi (e c’è pure una storyline queer che il melò generalista raramente si concede). Una fiction d’autore che alza l’asticella del racconto popolare: ecco perché si guadagna un posto in questa lista.
Star City
Apple TVLo spin-off di For All Mankind sposta la corsa allo spazio dall’altra parte della cortina di ferro, immaginando un’URSS che ha battuto gli USA sulla Luna. È un thriller paranoico, cupo e claustrofobico, molto più tenebroso della serie madre: a Star City, la cittadella dei cosmonauti, nessuno può rivelare chi è davvero, tra sorveglianza del KGB, sospetti e tradimenti. Rhys Ifans è il Chief Designer di cui non sapremo mai il nome, prigioniero del proprio genio, mentre Anna Maxwell Martin è una funzionaria del KGB di gelo assoluto. Studio feroce sul peso schiacciante (e sull’assurdità) del totalitarismo, è quanto di più vicino a un nuovo Chernobyl la TV abbia prodotto da un po. Perché la vera corsa, qui, non è verso la Luna: è verso un’uscita che non esiste.
The Testaments
Disney+Contro ogni aspettativa, il sequel del drama più cupo degli ultimi anni è una serie teen: ambientata a Gilead, certo, ma con scuola, gerarchie, cotte proibite (per i Guardiani!) e amicizie totali. La mossa geniale sta qui: prendere le dinamiche più riconoscibili dell’adolescenza femminile alla Mean Girls (la queen bee, la nuova arrivata, la migliore amica) e incastrarle dentro un sistema che quelle dinamiche le usa per perpetuare il proprio orrore. Al centro due ragazze, entrambe figlie di June, una di sangue, l’altra di lotta: Agnes (una disarmante Chase Infiniti) e Daisy (Lucy Halliday), con Ann Dowd che riprende la sua Zia Lydia, mostro magnetico convinto di essere un’eroina. Se The Handmaid’s Tale era difficile da guardare perché June sapeva già quale fosse il suo destino, The Testaments è difficile da smettere di guardare per il motivo opposto: le ragazze ancora non lo sanno. Ma noi sì.
Widow's Bay
Apple TV«Parks and Recreation incontra Stephen King»: la sinossi sembra una boutade e invece centra tutto. Matthew Rhys è il sindaco di una cittadina-isola del New England che sogna di trasformare in meta turistica, peccato per quella maledizione secolare che continua a far riaffiorare orrori. La creatrice Katie Dippold prende l’opera del Maestro del Macabro e ne fa un mixtape: una locanda infestata che rilegge Shining e It in un colpo solo, una strega del mare, un cadavere rianimato, perfino lo slasher. Con la regia di nomi come Hiro Murai (Atlanta) e Ti West (Pearl), il mix di sitcom e brivido funziona: eccentrico e weird come la TV non osava da un po’.
Wonder Man
Disney+Dimenticate il cinecomic muscolare: Wonder Man è soprattutto una satira di Hollywood travestita da serie Marvel. Yahya Abdul-Mateen II è Simon Williams, attore sincero e nevrotico il cui grande momento viene complicato da superpoteri fuori controllo. E l’interprete, che giura di non somigliargli per niente, ci si tuffa con un carisma da divo navigato. Al suo fianco un Ben Kingsley delizioso nei panni di Trevor Slattery, guru di recitazione personale del protagonista, in uno show fatto di ironia, osservazione e sfumature umane più che di mazzate. Otto episodi brevi che usano il franchise per parlare d’altro: il bisogno di essere visti, e il prezzo di esserlo.










