«Se questa è una vittoria, prego di non vederne mai un’altra». È con questa battuta amarissima che, almeno dalle pagine di Fire & Blood, uno dei personaggi commenta la Battaglia del Gullet. Se questo è il nuovo standard delle battaglie della prestige TV, dico io, spero di vederne mille ancora. 66 minuti in cui il mare brucia. E no, come sempre in House of The Dragon non è una metafora: lo Stretto, il Gullet, quel braccio d’acqua tra Roccia del Drago e Driftmark, prende fuoco mentre la flotta del Serpente di Mare incassa l’urto della Triarchia e i draghi calano dal cielo come meteoriti. Si sprecano i paragoni (che in realtà lasciano un po’ il tempo che trovano, ma capisco l’intenzione) con Il Signore degli Anelli e il Fosso di Helm, mister George R.R. Martin in persona l’ha definita «la miglior battaglia con i draghi mai vista sullo schermo». E detto da lui, che da anni guarda gli altri litigare su come adattare il suo prequel, pare un decisissimo win win. Spoiler-non-spoiler: lo è sotto ogni punto di vista. Anche (e soprattutto) perché è in pieno giorno (ogni riferimento alla Battaglia di Grande Inverno non è puramente casuale).
Partiamo inevitabilmente da qui perché, al contrario della serie madre GoT, che iniziava più lenta ed esplodeva almeno a metà o verso la fine, proprio qui Ryan Condal e soci hanno deciso di fare all in. Il più imponente e sanguinoso scontro navale (di nuovo: con i draghi, ricordate la Battaglia delle Acque Nere?) mai visto a Westeros non chiude la stagione, ma la apre con il botto. Siamo lì sulle navi, in lunghi piani sequenza di marinai che assaltano le imbarcazioni nemiche e siamo sempre lì, nell’acqua, sotto i draghi che si lanciano in picchiata sulla flotta. E sì, è solo l’inizio. Perché di caduti ce ne sono (che introduzione alle Cronache sarebbe, sennò), e di pesantissimi. D’altra parte, lo sappiamo, la Danza dei Draghi è una sorta di tragedia famigliare meets drama politico turned inesorabile marcia funebre kolossal.
L’altra frase che mi gira in testa è di Condal stesso e, almeno a giudicare dal debutto, mi pare possa valere come chiave di lettura dell’intera stagione (dal 22 giugno su HBO Max, Sky e NOW). La domanda che Rhaenyra deve porsi, dice lo showrunner, è: «Quanto Daemon sono disposta a diventare per ottenere quello che voglio?». Tradotto: quanto sangue sei pronta a versare, quanto fuoco sei pronta ad appiccare prima che la causa giusta diventi indistinguibile da quella che combatti.
L’erede designata da Viserys, finora la più trattenuta e ragionevole della compagnia, finisce per incrinarsi: «Avrò pure il corpo debole e fragile di una donna, ma ho lo spirito e il cuore di un re», dice a un certo punto (fun fact: è una semicit. dal discorso di Elisabetta I alle truppe a Tilbury nel 1588). E il volto di Emma D’Arcy diventa a sua volta un combattutissimo e magnifico campo di battaglia. Matt Smith, dall’altra parte del letto coniugale più tossico della televisione, fa il Daemon di sempre, cioè un uomo che scambia l’autodistruzione per strategia. È un nonnulla rispetto all’imponenza del terzo capitolo, ma ci sono dettagli che raccontano una volta di più chi è il principe consorte più meravigliosamente spaccone della serialità: a Red Fork cammina tra i cadaveri Lannister spicciando esecuzioni come firmasse cambiali e liquidando la questione della sepoltura dei corpi con un laconico «le ceneri non portano pestilenza». Talk about that big dragon energy.

Matt Smith (Daemon Targaryen) in ‘House of The Dragon 3’. Foto: HBO
Intanto ritroviamo la stranissima coppia Aegon (Tom Glynn-Carney) e Larys Strong (Matthew Needham) sulla strada à la Knight of the Seven Kingdoms, mentre Olivia Cooke fa il lavoro meno appariscente e forse più difficile: tenere insieme Alicent, la donna che ha acceso questa guerra credendo di spegnerne un’altra. Il suo è il dolore di chi ha capito troppo tardi di aver letto male le parole di un re morente. Se cercate il cuore tragico e shakespeariano dello show, è lì, in una madre che guarda i figli trasformarsi in ciò che temeva. E infatti ecco Aemond as principe reggente in modalità psicopatica, con Ewan Mitchell impeccabile a dipingerlo come un ragazzino offeso che ha trovato in Vhagar l’arma definitiva per non dover mai più crescere. Il confronto tra lui e Alicent è da brividi, ehm, in tutti i sensi. Un appunto: vogliamo più Daemon ed Aemond (che è l’anagramma del mio nome, ormai è tradizione).

Ewan Mitchell (Aemond) e Olivia Cooke (Alicent). Foto: HBO
La grande scommessa narrativa della stagione però sono i dragonseeds, i semi di drago: figli illegittimi di sangue Targaryen, gente comune che scopre di poter cavalcare l’impossibile. Kieran Bew è Hugh Hammer, il fabbro; Tom Bennett Ulf, l’ubriacone che si ritrova in groppa a Silverwing; Clinton Liberty è Addam di Hull, legato a Seasmoke, il drago che fu di Laenor. È il momento in cui House of the Dragon fa la sua mossa più moderna e più sporca: il potere dei Targaryen non è più sacro, è genetico, e quindi alla portata di un popolano qualunque. La follia si sta svegliando, insomma. È anche una metafora sindacale travestita da fantasy, e a me piace per questo.
Da segnalare per chi tiene i conti, e in questa serie i conti contano (pardon): la produzione ha scelto di innestare il personaggio di Nettles dei libri sulla Rhaena di Phoebe Campbell, una di quelle decisioni che faranno gridare i puristi e funzionare lo show, la sua storyline vi farà incazzare e commuovere insieme. Tra i nuovi volti, James Norton presta la sua eleganza venefica a Lord Ormund Hightower, che dalla manciata di righe del romanzo la serie promuove a presenza che si prospetta ben più ingombrante, e Tommy Flanagan porta la faccia giusta a Ser Roderick Dustin: la sua entrata in scena è uno dei momenti migliori della première. Casting impeccabile, come sempre quando HBO ci mette il gusto oltre all’energy di cui sopra.

James Norton (Ormund Hightower). Foto: HBO
Sotto la pioggia di fuoco poi, la storia respira. La trama inizia a trovare il suo vero baricentro: non siamo più nella sala d’attesa di una guerra annunciata, ma dentro la guerra stessa, con l’intensità che avremmo voluto fin dal primo colpo di tamburo della Danza. È più ricca d’azione, certo, ma resta riflessiva come sa esserlo soltanto lei, e azzecca un equilibrio che la sua fama tutta spettacolo non lasciava prevedere: è tesa e psicologicamente precisissima. E funziona anche se non avete un albero genealogico Targaryen sottomano: la origin story “tutti biondi coi nomi tutti uguali” resta un labirinto, ma ormai perdersi è diventato meno facile. Forse.
Il destino di tutto Westeros, qui, arriva al suo snodo decisivo, e la serie lo sa benissimo. La consapevolezza che questi personaggi, in un modo o nell’altro, avranno quasi tutti la peggio senza l’onore che credevano di meritare spinge House of the Dragon su un terreno cupo e profondo che il franchise non frequentava dai tempi del Game of Thrones migliore, quel giro di boa dopo il quale niente è stato più come prima. Questo ritorno con fiammata non solo riscatta il finale un po’ moscio della seconda stagione, lo supera, e lo fa con uno spettacolo che toglie il fiato e una verità amara (e fin troppo “calda”) sul prezzo della guerra e su chi lo paga davvero. E la cosa che spaventa (o che elettrizza) di più è che la cavalcata è appena iniziata. Il Gullet, l’episodio che Condal ha definito il più folle mai girato, era soltanto il riscaldamento. Siamo prontissimi per il resto della coreografia.

Un momento della Battaglia del Gullet. Foto: HBO











