C’è una vecchia puntata dei Simpson in cui esce il film di Grattachecca e Fichetto. È l’evento del secolo, non si parla d’altro. Telegiornali, giornali, chiacchiere al bar, conversazioni per strada: tutto ruota attorno a quel film. Bart però non può vederlo, perché una delle sue solite bravate gli è costata una punizione esemplare e resta chiuso in casa mentre il mondo assiste all’evento più importante della sua generazione. Quando Lisa torna dal cinema, prova a consolarlo. Gli dice che in fondo non era niente di speciale, che dopotutto non si è perso granché. Bart, però, la interrompe subito: «Non prenderti gioco di me. Dimmi la verità». E Lisa, quasi mortificata, cede: «È stata la cosa più incredibile che abbia mai visto».
Ecco, mi dispiace per chi ieri sera non era alla serata di debutto de La Prima Estate, perché quello che è successo sul palco del festival di Lido di Camaiore appartiene a quella rarissima categoria di concerti che, una volta finiti, ti lasciano con la sensazione di avere assistito a qualcosa che difficilmente si ripeterà nello stesso modo. Già l’accoppiata di artisti finale lasciava presagire qualcosa di clamoroso, visto che quello tra The Hives e Jack White è probabilmente l’abbinamento più naturale immaginabile nel rock contemporaneo. Da una parte la banda guidata da Pelle Almqvist, che da quasi trent’anni continua a suonare come se il punk, il garage rock e l’energia da concerto fossero stati inventati il giorno prima. Dall’altra, l’uomo che più di chiunque altro ha raccolto il testimone della grande tradizione americana e lo ha trascinato nel ventunesimo secolo senza trasformarlo in un reperto da museo.

Jack White a La Prima Estate a Lido di Camaiore, il 19 giugno 2026. Foto: David James Swanson, cortesia press
Non a caso Mimmo D’Alessandro, poco prima dell’inizio dello show, aveva raccontato di aver inseguito White per anni. Inviti, tentativi, telefonate, trattative, sempre senza successo. Ti faccio soggiornare in barca, ti do una casa sull’albero, se vuoi ti metto anche a disposizione uno spazio per le tue creazioni artistiche, gli attrezzi per fare uno dei tuoi divani. Niente. Stavolta invece è arrivato il sì e il motivo, ha spiegato, è legato soprattutto a chi l’avrebbe preceduto. Una dichiarazione che dice molto sia sulla credibilità raggiunta da un festival che ormai è entrato a far parte dei primi della classe, sia sul modo in cui White continua a scegliere i contesti in cui esibirsi.
A guardarlo mentre sale sul palco, Jack White sembra quasi un personaggio animato sfuggito al controllo del proprio autore. Un incrocio impossibile fra una creatura immaginata da Matt Groening, Tim Burton e Jim Jarmusch. La figura allampanata, il volto scavato, gli abiti che sembrano appartenere a un universo parallelo, quell’aria da scienziato pazzo del rock che passa continuamente dall’eleganza alla stranezza assoluta. Anche il palco, con i suoi oggetti, le sue sculture, le sue invenzioni visive, sembra una stramba galleria d’arte contemporanea. Eppure, sotto quella superficie apparentemente caotica, ogni dettaglio appare perfettamente controllato, e questa è forse la caratteristica che rende White uno degli ultimi esemplari di una specie quasi estinta.

Jack White a La Prima Estate a Lido di Camaiore, il 19 giugno 2026. Foto: David James Swanson, cortesia press
Sembra improvvisare continuamente, ma dietro ogni deviazione si percepisce una visione chiarissima. Sembra seguire l’istinto, ma l’istinto è diventato metodo. Sembra lasciarsi trascinare dal momento, ma il momento è parte integrante di una costruzione molto più grande. Che poi, a pensarci, è lo stesso principio che attraversa tutta la sua carriera. Quando, all’inizio degli anni Duemila, i White Stripes hanno cambiato il corso della musica rock, il loro successo è stato spesso raccontato come una favola minimalista: due persone, pochi strumenti, canzoni semplici e immediate. In realtà era esattamente il contrario. Dietro quella apparente semplicità si nascondeva una delle operazioni artistiche più sofisticate della sua generazione. White stava prendendo il blues del Delta, il garage rock, il punk, il folk, il country, il rock degli anni Settanta e perfino una certa estetica pop da fumetto e li stava comprimendo in una forma nuova.
Proprio per questo oggi risulta quasi impossibile incasellarlo: dentro la sua musica convivono Robert Johnson e i Son House, i Gun Club, ma anche i Led Zeppelin, gli Stooges, i Cramps, i Nirvana e tutta la tradizione americana. In alcuni passaggi strumentali è parso di sentirci persino i Blondie. Il blues, il folk, il grunge, il rock da arena, il garage, il gospel, l’hip hop: tutto entra nel suo linguaggio e tutto ne esce trasformato. La sensazione complessiva, a ogni modo, è quella di trovarsi davanti a qualcuno che ragiona ancora secondo coordinate diverse da quelle della maggior parte dei suoi contemporanei e di chiunque di noi, che non si limita a riproporre un suono e un immaginario passato, ma sembra ancora viverci dentro.

Jack White a La Prima Estate a Lido di Camaiore, il 19 giugno 2026. Foto: David James Swanson, cortesia press
Proprio per questo lo show è tutto fondato sull’imprevedibilità, con pezzi scelti al momento e detti all’orecchio dei suoi musicisti, cambi di tempo e di chitarra costanti, anche durante lo stesso pezzo. È chiaro che un canovaccio di setlist esiste, ma dà sempre l’impressione di poter cambiare direzione da un istante all’altro, una qualità sempre più rara in un’epoca in cui quasi tutto assomiglia a produzioni teatrali perfettamente calibrate. Per comprendere davvero l’irruenza con cui White sale sul palco, basti pensare che dopo pochi accordi dell’intro che precede That’s How I’m Feeling la sua chitarra ha già perso una corda.
I White Stripes, naturalmente, occupano una parte centrale del racconto e Jack da tempo ha fatto pace con quel periodo della vita. Per molti presenti si trattava del primo incontro italiano con White e non aspettavano altro che cantare certi brani con lui. Lui chiede scusa per non essere più tornato nei vent’anni successivi alla fine della band e dice che si farà perdonare. Black Math, The Hardest Button to Button, Hotel Yorba, Fell in Love With a Girl, Icky Thump e infine Seven Nation Army rappresentano delle scuse più che accettabili. Anche perché, a differenza di molti colleghi, White i suoi classici continua a reinventarli. Li piega, li allunga, li sporca, li fa deragliare per qualche secondo e poi li riporta improvvisamente in carreggiata. Le canzoni sembrano organismi vivi più che monumenti da preservare. Per dire, Black Math e The Hardest Button to Button sono sembrate quasi più feroci oggi di quanto non fossero vent’anni fa.

Jack White a La Prima Estate a Lido di Camaiore, il 19 giugno 2026. Foto: David James Swanson, cortesia press
Lo stesso vale per Seven Nation Army, una canzone che avrebbe tutte le ragioni del mondo per trasformarsi in un rito automatico e che invece continua a possedere una forza quasi fisica. Forse perché White la tratta un po’ come Cobain trattava Smells Like Teen Spirit: la prende e ci prende un po’ per il culo quando la suona. Per questo viene spontaneo ripensare a Bart. Perché quando qualcuno vi chiederà com’è stato il concerto di Jack White alla Prima Estate, potreste anche provare a minimizzare. Potreste dire che in fondo era solo un concerto. Poi però, come Lisa, sarete costretti ad ammettere la verità. È stata una delle cose più incredibili che abbiamo visto da parecchio tempo. Una finestra sul laboratorio di uno degli ultimi grandi irregolari del rock americano.










