Alla fine lo abbiamo capito. Magari non proprio tutti, ma una buona parte di noi è arrivata alla piena consapevolezza che molto di ciò che si vede sui social non è vero. Video realizzati con Sora, avvistamenti di Epstein a Tel Aviv, foto di Trump a fianco di alieni in manette e soprattutto le nostre vite digitali. Il punto dell’articolo però non sarà questo ma: com’è possibile che l’invidia sia diventata sistemica nel nostro modo di postare e visualizzare?
Anni fa sui social si è consumata una guerra civile. La situazione si era polarizzata in due fazioni: da una parte lo shitposting e dall’altra lo slow living. Il primo divertente, il secondo romantico. Solo uno dei due sincero. Dopo aver dominato i feed e le strategie di marketing delle aziende, lo slow living ha relegato lo shitposting a casi umani, meme e quindi alla politica. Tra loro Italy Segreta, Sam Youkilis e milioni di altri profili personali che ne hanno scimmiottato l’estetica. Tutto è diventato poetico, mediterraneo e subdolamente quiet luxury. Poco importa se ogni singolo frame è artefatto. Squarci di luce tra gli alberi in stile Terrence Malick. Anziani a passeggio celebrati come fossero Jacques Tati in Mon oncle. Chiacchiericcio in sottofondo, scenari bucolici e tavole imbandite. Braccia e mani senza corpo che si muovono con la delicatezza di una farfalla. In disparte un Adelphi e il serpeggiante messaggio mistificatorio che New York or Nowhere è in realtà un’esagerazione. Estasiati, abbiamo dimostrato la nostra venerazione con una valanga di cuori. Poi, siamo passati all’emulazione, per riceverne a nostra volta. Ma qualcosa non ha funzionato. Perché la vita non è lenta, è agitata. Frustrati, abbiamo capito che non si poteva elevare la farsa a routine. Inevitabilmente, siamo finiti ad avere a che fare con l’invidia. Tutto questo non sarebbe successo se avesse vinto lo shitposting.
Il Leviatano è cyber e lo chiamiamo Instagram. Questo non-essere si ciba di ossessioni. Il gossip, l’informazione e la propaganda politica sono le fibre. I contenuti ammiccanti, per narcisismo o per business (“ecco il link del sito biancazzurro”), sono gli zuccheri. Ma le proteine più succulente si trovano nell’invidia. Per ipocrisia abbiamo disconosciuto questa emozione, dimenticandone così anche il possibile risvolto positivo, cioè la spinta competitiva. La madre del malocchio oggi è etichettata solo come sinonimo di debolezza. Una superiorità morale soggetta a facile smentita grazie a una rapida verifica della cronologia e delle condivisioni in chat di ciascuno. Non si tratta di assolvere l’invidia, ma di riconoscere quanto sia centrale nella nostra vita digitale e, di conseguenza, in quella analogica. Cuori, creator, seguaci, storie e salvataggi. La nomenclatura religiosa di questo mondo virtuale è pensata per generare idoli che verranno abbattuti. Puntiamo l’arma fotografica verso gli altri e inquadriamo perfettamente anche noi stessi. Storie per tutti, tranne per quei tre. Sistemo la griglia del mio feed. Sono in vacanza. Sono al lavoro. Sono con gli amici. Sono ubriaco. Non c’è mai un momento brutto e se c’è scopro il feticcio della coerenza. Non lo pubblico: gli altri non devono conoscere i miei problemi. Lo condivido: accetto di diventare cringe. Smetterò mai di mentire?
Straziami, ma di like saziami. Certo, esistono persone immuni, uno sparuto gruppo che non riuscirebbe a far eleggere un consigliere in un piccolo Comune. La maggior parte delle persone invece sa, ma nega con fermezza cospargendosi di miele. “Se nel mondo esistesse un po’ di bene e ognun si considerasse suo fratello, ci sarebbero meno pensieri e meno pene e il mondo ne sarebbe assai più bello”, commenterebbe Pietro Pacciani. Un grido sordo ogni mattina si scatena al primo scrolling. “Condividi” dovrebbe essere sostituito con “Detonare”. Viene così innescato un role playing perverso che somiglia sempre di più a uno Human Centipede: ognuno si nutre dello scarto dell’altro e ne produce a sua volta per chi segue. Il gollumiano sentimento infatti non è solo raccolto da chi visualizza, ma è anche volutamente distribuito. Gli influencer sono come le grandi banche che nel 2007 impacchettavano mutui subprime e immettevano titoli tossici nel mercato, mentre i semplici utenti (già seguaci) sono gli istituti minori che hanno contribuito alla crisi.
Con o senza K accanto ai follower cambia poco. Se pubblichi qualcosa che ti riguarda, le prime quattro volte puoi raccontare a te stesso che è per innocua vanteria, per informazione o per divertimento. Presto o tardi ammetterai che una buona percentuale è riconducibile alla tanto vituperata invidia. Potrà sembrare vagamente farisaico e assolutista da parte mia, se non fosse che io stesso riconosco di avere a che fare con l’invidia tanto da viewer quanto da creator. Nell’aula del mio tribunale interiore mi sono interrogato più volte chiedendomi se quel post che avevo in mente di dare in pasto all’algoritmo avesse uno scopo innocente e tutt’al più narcisistico o se invece rispondesse alla precisa volontà di provocare invidia al prossimo. «Chi amate voi e chi vi ama?» dice il presentatore di The Running Man. Scegli chi sei e pubblica di conseguenza se vuoi sopravvivere campione. Ma proprio come in quel film, il gioco (al massacro) è truccato. Ti viene dato un POV solo per farti credere di essere il protagonista.
Ogni ambito delle nostre vite è costantemente in uno stato di crisi. Economica. Sentimentale. Climatica. Lavorativa. Esistenziale. I nostri feed invece sono come la casa di American Beauty: cromaticamente coerenti, concettualmente impeccabili e ipocriti. Non dovrà mai trapelare che l’invidia è il socio occulto del nostro profilo utente. Che scandalo sarebbe se lo scoprissero tutti, vero? Così, riprogrammiamo noi stessi e ribattezziamo questo infimo sentimento con i ben più ammirevoli nomi di ammirazione e ispirazione. Elargiamo “reazioni” – cioè lodi ambigue – senza averne sul nostro volto. Inviamo applausi, risate e soprattutto fiamme, che vorremmo fossero reali, alla Carrie. Facciamo il verso ai perfetti sconosciuti per arrivare prima di chi ci è conosciuto. Vestiamo i panni dei nostri idoli davanti a un pubblico di quartiere, facendo la fine del povero Patroclo. Una simulazione così ben curata che assume i contorni di un disturbo dissociativo dell’identità.
Lo so, tutto questo non porta a nessuna soluzione definitiva, se non a fare i conti con noi stessi. L’intento non era quello di normalizzare l’invidia o elevarla a pregio. Per carità. Ma questa roba è altamente corrosiva e di tanto in tanto sarebbe bene chiamarla con il suo nome, nella speranza di un effetto catartico, senza che però diventi una nuova piuma del pavone. Magari può essere una buona idea scriverci un articolo.










