«Non ho quell’ansia solita, è strano. Ho solo voglia di suonare». Nella sala stampa dello stadio Ferraris di Genova, poche ore prima del concerto, una frase detta a mezza bocca da Juli non può che stupire. Un manipolo di ventenni sta per esibirsi in uno stadio di fronte a 30mila persone (saranno 90mila dopo le serate di sabato 20 e domenica 21) e non dimostra un filo di tensione, perlomeno percepita. Poi arriva Olly e spazza ogni dubbio: «Siamo caldi come delle stufe». In effetti l’impressione è quella. Più che la tensione per uno stadio trasmette l’eccitazione di una band che non vede l’ora di salire sul palco di quella che considerano la loro casa.
Siamo al primo di tre concerti che Federico Olivieri, meglio noto come Olly, farà in un luogo storico e che non sentiva musica da molto tempo: «Sono 22 anni che questo stadio non era aperto alla musica. È un orgoglio che si aggiunge a tutto il resto». E ancora: «Ci tenevo che questi fossero gli unici tre stadi quest’anno». Non si pone limiti, ma un passo alla volta. Non a caso, a metà serata, annuncia il tour negli stadi, tra i quali anche San Siro e Olimpico.
Fuori ci sono già i suoi fan ad aspettare di entrare sotto un sole cocente. Quel che colpisce, ancora più della calura, è che si vedono sia maglie della Sampdoria che quelle del Genoa. Un collega fa notare che Olly però è notoriamente blucerchiato, ma dei ragazzi scrollano le spalle: «È la festa di Genova». Probabilmente l’immagine e lo slogan che definiscono meglio la serata.

Foto: Francesco Prandoni
Il concerto comincia dalle casse da cui escono Lucio Dalla, Fabrizio De André, Rino Gaetano, Lucio Battisti, Franco Battiato, la canzone popolare genovese Trilli trilli, Maledetta primavera e Albachiara, che dichiara un legame speciale con Vasco Rossi. Una premessa lunga, come se Olly tenesse a ricordare da dove arriva prima ancora di presentarsi.
Alle 21.15 parte l’intro, che è un mash-up dei suoi brani più noti che scorrono sui ledwall insieme alle immagini del percorso. Poi i 30mila del Ferraris vengono investiti da un muro di chitarre distorte e batteria granitica. Niente pop, sembra l’inizio di un live hard rock. La band si prende il centro della scena e quando compare lui il primo urlo è semplicemente: «Genovaaa!».
Forse non è un caso che sia proprio Olly a riportare la musica al Ferraris dopo 22 anni. L’ultimo a trasformarlo in un luogo per concerti era stato Vasco Rossi, e qualcosa di Vasco, come avevamo già scritto su queste pagine, continua a emergere anche qui. Non solo nei testi delle canzoni che esaltano le piccole storie quotidiane o in certe sonorità, quanto nel rapporto con il pubblico. Il suo modo di occupare il palco, nella fisicità, nel continuo bisogno di trasformare un concerto in un rito collettivo. Che si traduce nel movimento del bacino per caricarsi e caricare gli altri, nelle braccia protese verso la folla per chiedere partecipazione, nell’energia quasi compulsiva che esprime in ogni mossa. Ma mentre Vasco si muove come alla conquista di un territorio come il palco, Olly sembra invece il ragazzo del quartiere che per qualche motivo si è ritrovato in un sogno e non vuole mollarlo.
Dopo appena due canzoni si piega sulle ginocchia e sembra quasi faticare a reggere il boato del Ferraris, che assomiglia più a quello di una curva di calcio che a quello di un concerto. Non a caso sono presenti anche i tifosi della Sampdoria. «L’emozione è tantissima, mi sta scoppiando il cuore nel petto. Spero siate felici il 10% di quanto siamo felici noi. È un’allucinazione collettiva», dice al microfono. La scaletta viene completamente ripensata per lo stadio. Come aveva spiegato poche ore prima, i pezzi sono quasi gli stessi dei tour precedenti ma hanno una nuova anima. Paranoie diventa una scarica hard rock. A noi non serve far l’amore un abbraccio generale. A squarciagola e La lavatrice si è rotta vengono accolte come inni dai fan della prima ora.

Foto: Comunicarlo
L’acustica del Ferraris non è impeccabile. D’altronde Olly stesso aveva raccontato di non sapere cosa aspettarsi da uno stadio che non sentiva musica da oltre due decenni. Ma la sua gente non sembra preoccuparsene, conosce le canzoni più che a memoria: le canta come se le avesse tatuate addosso. Durante Un’altra volta alcune ragazze scoppiano a piangere ancora prima che il pezzo inizi. Chissà quali amori, amicizie finite, estati e ritorni a casa hanno cucito addosso a quella canzone. È uno dei passaggi in cui si capisce che il concerto non appartiene più soltanto a chi lo sta facendo, ma soprattutto a chi ci si è riconosciuto dentro.
Olly percorre la passerella senza sosta. Passa più tempo da solo in mezzo al pubblico che accanto alla band. È una scelta coerente con quello che ha raccontato: «Ho la necessità di stare davanti. Voglio arrivare a tutti. E il corpo è una parte importante dello spettacolo». E infatti è ovunque: si toglie la camicia e la fa sventolare, corre, salta, calcia il vuoto. Esibisce una fisicità testosteronica, tutta l’energia di un 25enne che vive qualcosa di enorme e lo abbraccia senza paura di farsi male.
Ma quando arriva Occhi color mare è il momento di far riflettere i presenti «Vi rendete conto di cosa stiamo facendo? Stiamo facendo la storia. Erano 22 anni che non succedeva. È grazie a voi. Fatevi un applauso». Partono i cori e in curva spicca lo striscione con scritto “Ma te lo immagini se…”. Più che un concerto siamo immersi nell’autocelebrazione di una città e tutto viene portato oltre misura: i volumi, le luci, gli applausi, le urla, le reazioni a ogni brano. Nessuno sembra avere voglia di vivere questo momento con moderazione. «Non ho scelto io che diventasse comunitario, è stata una conseguenza», aveva detto poche ore prima Olly. Guardando il Ferraris cantare ogni parola, viene da pensare che ci avesse visto lungo.
Ma sul palco non c’è soltanto Olly. C’è una band che negli anni sembra diventata una seconda famiglia e che lui stesso considera parte integrante del progetto. Al suo fianco c’è Juli, chitarrista e suo alter ego musicale, Pierfrancesco Pasini alle tastiere e alla chitarra, Raffaele Littorio “Rufio” alla chitarra elettrica, Emanuele Nazzaro “Nazza” al basso, Dalila Murano alla batteria, Gabriele “Gas Gas” Ippolito al sax, Stefan Stancic tra violino e tastiere e, per la prima volta, Roberta Gea Gentile ai cori e alle percussioni. L’alchimia si fa sentire, perché «quando si suona insieme e tanto si crea un’anima unica».
Il cuore della serata arriva quando Olly e Juli si spostano al centro della passerella. E nella conferenza stampa aveva raccontato quanto fosse importante non affrontare tutto questo in solitaria: «Per la prima volta non sono da solo e questo mi fa sentire ancora più felice». Prima di ricominciare, però, l’omaggio è chi non c’è più: «Oggi ho avuto una notizia triste. Elisa Bozzano, che doveva venire al concerto, ha avuto un incidente ieri. Di solito quando qualcuno viene a mancare si fa un minuto di silenzio. Ma se fosse stata qui avrebbe voluto che cantassimo più forte di prima. La nostra cura sarà la musica». Da lì nasce il set acustico, che è il cuore della serata. Attorno a un tavolo passano Quando piove, Hai fatto bene, Polvere, Bianca, Noi che, Sopra la stessa barca. Arriva anche Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco, cantata senza effetti speciali e semplicemente con rispetto. Durante l’assolo di sax Olly sale in piedi sul tavolo e alza le braccia al cielo. Poco dopo tutta la band lo raggiunge e si siede accanto a lui. Per qualche minuto il Ferraris smette di sembrare uno stadio e assomiglia a una tavolata tra amici diventata improvvisamente gigantesca.

Foto: Francesco Prandoni
Perché se Olly è il frontman, è evidente che senza questo gruppo probabilmente non esisterebbe nemmeno l’Olly che oggi riempie tre Ferraris consecutivi. Lui stesso lo aveva detto ai giornalisti: «Juli tiene le redini di tutto questo. Tiene il gruppo coeso». Per un attimo stecca un attacco. Poi sorride, ebbro di gioia: «Ho sbagliato, ma siete troppo belli». Il Ferraris esplode, perché in tanti spettacoli costruiti per essere perfetti, il momento più umano è forse proprio quello che riporta a una verità.
Così Depresso fortunato diventa una ballata dal sapore quasi balcanico e sul palco salgono anche gli amici di sempre. Non è difficile collegare questa immagine a un’altra frase pronunciata nel pomeriggio: «Ora voglio suonare, andare in vacanza con i miei amici e innamorarmi». In una fase in cui tutto sembra accelerare, Olly continua a ragionare come qualcuno che misura il successo anche attraverso le persone che gli restano accanto. Poi canta Scarabocchi, con lo stadio trasformato in uno specchio di stelle grazie ai flash dei telefoni, e Balorda nostalgia, l’unico momento in cui lascia davvero cantare il suo popolo, perché la canzone che ha vinto Sanremo ormai non gli appartiene più.
La seconda parte corre verso il finale tra Cantilene, eseguita insieme a Juli seduti in fondo alla passerella come davanti a un falò sulla spiaggia, I cantieri del Giappone, Questa domenica, Buon trasloco, Così così, Il campione, Devastante e Il pescatore di De André a chiudere un cerchio con la storia. È proprio nel finale che annuncia il tour negli stadi del 2027: Trieste, Torino, Bologna, Milano, Roma, Bari e Padova. Ora il Ferraris non appare più come il punto di arrivo, ma come il punto di partenza.
Nel complesso è un concerto esagerato. Vocalmente a tratti impreciso, musicalmente ridondante, zeppo di idee, citazioni, assoli, fuochi d’artificio (reali) e voglia di strafare. Ma è esattamente il concerto che ci si poteva aspettare da lui. Perché Olly ha provato a mettere dentro il Ferraris tutta la sua idea di mondo. Tutta vita, appunto. «La mia necessità è far sentire tutti parte di qualcosa», aveva premesso. Guardando il Ferraris svuotarsi, viene da pensare che ci sia riuscito, perché per qualche ora una città intera si è riconosciuta dentro le stesse canzoni e nello stesso posto. E mentre nelle scuole gli studenti affrontano gli esami di maturità, Olly ha sostenuto il suo riportando uno stadio alla musica. Non è stata una prova perfetta, ma è stata qualcosa di più raro: una prova autentica. Del resto, come scriveva Italo Calvino, a volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane.















