È il concerto che nel 1996 ha trasformato una battaglia per i diritti umani che a stento veniva coperta dai mass media in un evento culturale di portata globale. Nato da un’idea di Adam Yauch dei Beastie Boys, il Tibetan Freedom Concert di San Francisco metteva assieme bei nomi del rock e dell’hip hop in una line-up da fare invidia a qualsiasi festival: Rage Against the Machine, Smashing Pumpkins, Red Hot Chili Peppers, Björk, A Tribe Called Quest, Foo Fighters, Sonic Youth, Beck, Pavement, De La Soul, Fugees, John Lee Hooker, Yoko Ono, Cibo Matto, Biz Markie e ovviamente i Beastie Boys.
Trent’anni dopo, il podcast in sei episodi Freedom Needs a Soundtrack ripercorre le origini, l’impatto e l’eredità del concerto combinando registrazioni d’archivio e nuove interviste ad artisti, organizzatori, attivisti e membri della comunità tibetana che hanno contribuito a dare forma al movimento. Al centro c’è la storia di Erin Potts, fan diventata attivista e poi co-fondatrice dei concerti per il Tibet che dopo le prime edizioni si sono tenuti anche a New York e Washington D.C., per poi espandersi a livello internazionale nel 1999.
È lei che racconta che Adam Yauch, morto nel 2012 a causa di un cancro, «non si limitava a esibirsi: si buttava anima e corpo in ogni aspetto del lavoro, dalle conferenze ai workshop fino all’organizzazione. Con un piccolo gruppo di amici abbiamo trasformato quella passione condivisa e quell’impegno nei Tibetan Freedom Concerts, aggiungendo una buona dose di ironia».
Il podcast segue il percorso di Potts, iniziato con l’ossessione adolescenziale per gli U2 e sviluppatosi grazie ai primi contatti con il Live Aid e con il tour Human Rights Now! di Amnesty International. «Quando avevo 12 anni, la mia migliore amica adorava gli U2 e così ho iniziato ad amarli anch’io. Non li avevo mai visti dal vivo perché per i miei ero troppo piccola per andare a un loro concerto». E così li ha visti «su una videocassetta consumata e passata di mano in mano» del concerto di Red Rocks del 1983. Quell’esibizione le ha cambiato la vita. «Bono sventolava la bandiera bianca e il pubblico urlava “No more!” contro l’oppressione e la violenza. La musica faceva sentire le persone meno sole, vive, disposte a interessarsi a qualcosa che non le riguardava in prima persona».
Potts ha iniziato a fantasticare di un concerto in grado di convogliare quell’energia verso la causa del Tibet. «Ho detto a mia madre che un giorno avrei organizzato un concerto per il Tibet e che ci avrebbero suonato gli U2. Era una di quelle cose assurde che dicono gli adolescenti e invece dopo una decina di anni qualcosa del genere è successo». Proprio Bono durante il Tibetan Freedom Concert del 1997 a New York ha detto che «c’è chi pensa che basta andare a un concerto per risolvere i problemi del mondo, che i prigionieri politici saranno liberati e gli affamati avranno da mangiare. Non è così che funziona, ma è un buon punto di partenza».
Potts e Yauch hanno fondato il Milarepa Fund nel 1994 dopo essersi incontrati in Nepal e avere scoperto di avere in comune la passione per la causa tibetana. Come prima cosa, i proventi di alcune registrazioni dei Beastie Boys che incorporavano canti dei monaci tibetani sono stati devoluti in beneficienza. L’idea di usare la musica e la cultura giovanile per attirare l’attenzione sulla lotta nonviolenta del Tibet è poi culminata nel primo Tibetan Freedom Concert che si è tenuto nel giugno 1996 al Golden Gate Park di San Francisco. I concerti sono arrivati a richiamare oltre 325 mila spettatori e a raggiungere milioni di persone grazie alla copertura televisiva, a quella radiofonica e alle prime dirette online.
Freedom Needs a Soundtrack, i cui proventi netti saranno devoluti a Students for a Free Tibet e al Tibet Action Institute, non racconta questa storia con nostalgia, ma sottolinea il senso ultimo del fenomeno: una serie di concerti che trascinano una generazione di ascoltatori in una battaglia politica che non avrebbe altrimenti conosciuto. Per Deyden Tethong, che ha lavorato col Milarepa Fund ed è poi diventata una delle voci più autorevoli del movimento per il Tibet, ritirare fuori questa storia oggi ha un significato particolare: «Trent’anni dopo i primi concerti, spero che la serie offra l’opportunità di riconnettersi a quella storia, riflettere e trovare nuova energia per il lavoro che continua ancora oggi. E far conoscere questa vicenda a chi all’epoca non era nato».
Secondo Tethong, l’impatto dei concerti non si è esaurito. «Non hanno liberato il Tibet, ma hanno cambiato delle vite. Hanno informato la gente, costruito solidarietà, ispirato all’azione per il Tibet e per altre cause. Ancora oggi, trent’anni dopo, incontro gente che mi racconta di essere stata a un Tibetan Freedom Concert e di esserne uscita ispirata».
Per Potts, conta quel accade quando cessa la musica. «Non lasciate che la storia finisca solo nelle vostre cuffie. Lasciate che vi smuova. Che vi spinga verso la causa del Tibet, verso la vostra comunità, verso qualunque cosa vi stia chiedendo di interessarvi di più, di partecipare di più. Il punto non è che tutti debbano fare la stessa cosa. Il punto è che tutti possono fare qualcosa».















