Su uno schermo gigante, davanti a chiunque passi di lì, un uomo monta un cortometraggio di un minuto e mezzo in tempo reale. Si leggono i prompt che scrive, si vedono le immagini comparire, le decisioni che prende, gli errori che fa. Non nasconde niente, è tutto open source. Si chiama Wu Hankun, è un attore cinese che ha recitato nella trilogia Fengshen e oggi anche creatore AI. Quello show è un pezzo della scommessa che alla 28esima edizione del Festival Internazionale del cinema di Shanghai hanno chiamato AI Backlot. Per la prima volta un grande festival, accreditato dalla FIAPF come manifestazione di “Classe A” (come Cannes e Venezia, per intenderci), ha dedicato un’intera sezione all’intelligenza artificiale, e ha scelto di non farne né un premio né una gara.
AI Backlot è un esperimento a porte aperte per mostrare il dietro le quinte, cosa succede quando l’intelligenza artificiale entra in ogni fase di un film, dalla sceneggiatura al montaggio. La chiamata, aperta ai creatori di tutto il mondo, è partita a marzo. Si sono presentati in quasi 500 da 7 Paesi, ne sono stati scelti 22 e alla fine si sono formate quattro coppie, ognuna con un filmmaker tradizionale e un AI super-creator. Si erano conosciuti solo da remoto e si sono visti dal vivo a Shanghai soltanto adesso. Hanno avuto un mese di tempo e una sola regola: emozioni vere, senza nessun tema imposto.

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Il punto non era far vedere cosa l’intelligenza artificiale sa produrre, ma come si arriva al risultato. Per questo le squadre hanno aperto tutto, prompt, storyboard, budget, persino il materiale scartato e gli errori. Intorno ai loro tavoli si sono mossi un gruppo di osservatori accademici della Communication University of China, che ha pubblicato un report sul processo, e perfino uno studio legale. A promuovere la sezione è stato il regista pluripremiato Huang Jianxin, mentre a dare alle squadre gli strumenti e la tecnologia per lavorare è stata Hailuo AI, la piattaforma di MiniMax che ha co-organizzato l’evento. Per capire perché uno degli appuntamenti cinematografici più prestigiosi al mondo abbia sentito il bisogno di aprirsi ufficialmente all’intelligenza artificiale, basta guardare quanta AI c’è ormai dentro i vertical drama, le miniserie che praticamente tutti scrolliamo ogni giorno sul telefono.
In Cina, da inizio 2026, ogni mese vanno online più di 10mila micro-drama animati creati con l’AI, e solo a gennaio se ne contavano circa 470 al giorno. A marzo su Douyin, la versione cinese di TikTok, sono comparsi 50mila nuovi titoli generati con l’AI. I tempi di produzione sono crollati da tre o quattro mesi a meno di uno, e i costi si sono ridotti dell’80-90%. E non è una faccenda solo cinese. Le stesse serie verticali fatte in AI hanno già passato i confini, e fuori dalla Cina il mercato più grande sono gli Stati Uniti. Anche Hollywood, che all’inizio teneva l’intelligenza artificiale a distanza, si è messa in moto. Lionsgate ha firmato un accordo con Runway per addestrare i modelli sul proprio catalogo di oltre 20mila titoli, e all’inizio dell’anno è arrivata a prendersi una quota della società.
Dentro questo quadro, la prima cosa che salta agli occhi è il risparmio, e a spiegarlo è Jiashan He, che lavora per MiniMax. «Con il taglio dei costi per attori, effetti speciali e perfino per i disegnatori di anime, che di solito sono costosissimi, si risparmia forse il 90%. Si paga solo per i token, per i modelli». Lei stessa è la prova di quanto sia cambiato il gioco. «Io ho studiato tedesco, e adesso posso creare il mio film da sola. Tutti possono diventare creatori, tutti possono raccontare una storia». Se da un lato chiunque può mettersi a creare, dall’altro chi nel cinema ci lavora già potrebbe vedere il proprio ruolo semplicemente trasformarsi. Rene Ren, produttrice e CEO di Dimension Film, fa l’esempio dei disegnatori di storyboard. «Una volta passavano giorni o settimane a visualizzare le scene, oggi gli strumenti ne generano centinaia di opzioni in poche ore. Il ruolo non sparirà, ma molti di loro si trasformeranno in supervisori dello sviluppo visivo».

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Se i numeri raccontano l’entusiasmo, chi ci mette le mani racconta anche i limiti. La squadra di Wu Hankun si era data una sfida, creare un corto realistico con figure umane credibili, e proprio lì è arrivato l’ostacolo più grande. «È difficile produrre una recitazione umana convincente in una sola inquadratura, figuriamoci concatenarne molte per cinque minuti», spiega. La soluzione è stata aggirare la macchina passando dal corpo. Visto che è un attore, Wu Hankun ha recitato in prima persona tutte le scene del dottor Song, il medico cinquantenne protagonista del corto, e ha usato l’AI per trasformare la propria interpretazione in quella del personaggio digitale, una specie di pipeline di effetti più rapida. «L’opportunità», prosegue, «è più grande del rischio. Se sei un attore e usi l’AI per elevare la tua recitazione, puoi interpretare tutti i personaggi di una scena, e se allarghi a un intero film, puoi farli tutti tu. Sei l’unico attore in scena, ma catturi i movimenti e le espressioni di tutti gli altri, e così puoi recitare da solo un’intera sceneggiatura».
Per chi viene dal set tradizionale, imparare a lavorare così è stato un piccolo shock. Hou Zuxin, regista e musicista che viene da Pechino, già nota al pubblico nostrano per il suo La ricetta italiana, film di apertura del Far East Film Festival di Udine del 2022, all’inizio non ci capiva niente. «Aprivo un video tutorial su YouTube e lo chiudevo dopo cinque minuti», ammette. Poi è arrivato l’incontro con la macchina. Insieme al compagno di squadra berlinese, che a Pechino non era mai stato e che del rock cinese non sapeva nulla, ha deciso di fare un corto sulla scena rock della capitale negli anni Ottanta. Quando lui ha generato la prima immagine di un hutong (le stradine antiche tipiche di Pechino), lei si è commossa. «Mi è venuta la pelle d’oca, la texture, l’atmosfera, i vestiti, le pettinature… sembrava un flashback della mia infanzia». Da lì il blocco si è sciolto. «È come iniziare a frequentare una persona», racconta. «Devi conoscerla, passarci del tempo, e poi costruire una lingua comune. Dirigere l’AI, alla fine, somiglia molto al mio mestiere di sempre. Dirigere è fare scelte. Con un attore vai a tentativi, un ciak dopo l’altro, finché non arriva quello giusto e lo senti nella pancia. Con l’intelligenza artificiale è lo stesso, solo che invece di parlarle le scrivi i prompt e lei ti restituisce una recitazione, e anche lì capisci subito quando è quella buona».
L’esperimento di AI Backlot racconta anche due modi diversi di stare dentro questa rivoluzione. A spiegarlo è Mark Wachholz, il compagno di squadra berlinese di Hou Zuxin, AI creator con vent’anni di scrittura alle spalle. «L’Europa sta nel mezzo. Non produce i propri foundation model, quei modelli di base che negli Stati Uniti nascono dalle grandi aziende e in Cina dalle startup che se la giocano con colossi come ByteDance o Alibaba. Però gli strumenti può usarli, e da noi è tutto un movimento dal basso, fatto di singoli creatori. Io sono uno di quelli, un filmmaker AI solitario, una band di una persona sola». In Cina ha trovato l’opposto. «Qui c’è un approccio dall’alto, un vero livello istituzionale. Questo è un evento pianificato da cima a fondo, con degli accademici incaricati di studiarlo, e la missione non è solo fare un film con l’AI, ma documentare il processo e capire cosa sta succedendo. Una cosa così, a questa scala, in Europa o negli Stati Uniti non esiste, lì tutto ruota intorno ai singoli o alle aziende. Adesso si comincia a parlare anche in Europa di incentivi per i film fatti con l’intelligenza artificiale, ma è ancora all’inizio. Servono tutte e due le cose, il movimento dal basso e una struttura che lo sostenga».
A colpirlo più di tutto, però, è che le domande non cambiano da un capo all’altro del mondo. «A giugno 2026 in Cina hai migliaia di creatori e i migliori modelli video al mondo, e ti fai comunque le stesse domande che ci si fa in Europa o negli Stati Uniti. Cosa ce ne facciamo dell’AI nel cinema? Come sarà il processo? Quali sono le possibilità che non abbiamo ancora nemmeno immaginato? Cambiano gli approcci, ma le domande sono identiche». Su come muoversi dentro questo cambiamento, Wu Hankun ha una ricetta semplice, fatta di velocità e apertura. «Iniziate ad adottarla il più in fretta possibile, e non abbiate paura di sbagliare», dice. Punta molto sull’open source, sul mettere tutto in piazza. «Non dovremmo essere gli unici a beneficiare dei nostri errori. Sono preziosi, è così che si fanno progressi, e se tutti vedono i tuoi passi falsi, ne guadagniamo tutti». Sul dove porterà tutto questo, Wu Hankun non ha dubbi. «Io ragiono in mesi. Stanno arrivando i world model, sistemi che capiscono lo spazio tridimensionale e che generano e modificano un video al volo. Tra non molto l’hardware smetterà di essere un freno, e il video creato dall’AI comincerà a raggiungere la qualità del grande schermo. Oggi ancora non ci siamo, per risoluzione e fluidità non regge, ma è solo questione di poco».

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Jiashan He, invece, riporta tutto sul piano di tutti i giorni, dove la differenza più grande è il tempo che si guadagna. «L’anno scorso ero sommersa da lavori ripetitivi, oggi do istruzioni ai miei agent, lavorano tutta la notte e la mattina ho i risultati». Resta una domanda, ed è quella da cui era partito tutto, quella regola che chiedeva soltanto “emozioni vere”.
Che cosa, di questo mestiere, resterà agli esseri umani? Sul piano dei diritti la battaglia è già cominciata, con gli attori americani che hanno ottenuto consenso e compenso quando l’AI ricrea il loro volto o la loro voce, e gli sceneggiatori molto meno. Ma al di là dei contratti, c’è una parte del lavoro che chi lo fa considera intoccabile. «L’AI non sostituirà mai l’ingegno umano, non è cosciente, non prova emozioni», dice Wu Hankun, «e molta della buona recitazione nasce dagli errori, dall’imprevedibilità. La scintilla scocca nel momento, quando parli e ti confronti con il tuo partner di scena, ed è quella che la gente sente. Non si può replicare». Sulla stessa linea c’è Jiashan He. «Quello che l’AI non tocca è l’immaginazione. Risolve i problemi di tecnologia e di budget, ma non può sostituire la mente delle persone».
E proprio sulla mente delle persone insiste Mark Wachholz. «L’ultima linea di difesa è il gusto. I modelli sanno generare cose straordinarie, ma qualcuno deve ancora scegliere, esattamente come nel montaggio, dove conta il fotogramma che tagli o non tagli». Per spiegarlo tira in ballo il teatro. «Il cinema fa cose visivamente straordinarie che il teatro non può fare, ma non può replicare la vita dal vivo, gli attori in carne e ossa sul palco. Qualunque cosa diventi l’AI, funzionerà solo se alla gente piacerà». Su cosa non potrà mai essere automatizzato, Wu Hankun non parla di tecnica, ma di set. «Non c’è niente come stare lì, vivere la scena, quel senso di comunità, di appartenenza a una troupe. Questo l’AI non potrà mai ricrearlo». E forse è tutto qui. La macchina più avanzata che il cinema abbia mai avuto si ferma proprio davanti alle emozioni vere, l’unica cosa che ancora non sa fingere. E quelle, per ora, le mettono ancora gli esseri umani.















