Rimasticare gli anni ’90 con i Casino Royale | Rolling Stone Italia
Anno zero

Rimasticare gli anni ’90 con i Casino Royale

Alioscia racconta l’epopea di ‘Sempre più vicini’, che la band sta portando in tour: la casa occupata di Garigliano «astronave e rifugio» da una Milano già incattivita, il cambiamento stilistico, la scena italiana di 30 anni fa

Rimasticare gli anni ’90 con i Casino Royale

Alioscia dei Casino Royale

Foto: Damiano Andreotti/Ponderosa

«Non sono un nostalgico», dice Alioscia in collegamento da Londra davanti alla bow window di casa sua. «Ho fatto talmente tante cose importanti per me nel mio percorso che non sono legato a un momento particolare. Ma all’uscita di Sempre più vicini abbiamo capito che per tante persone eravamo stati importanti. Anche lavorando alla ristampa ci siamo resi conto che ha contato molto per tantissime persone che poi hanno lavorato con la musica ma anche con la comunicazione, la grafica, le arti visive. È stato un input di creatività e di riflessione». E allora i Casino Royale hanno deciso di fare del loro disco del 1995 il cardine di un tour che, iniziato nel migliore dei modi con due sold out al Monk di Roma e al Locomotiv di Bologna, riprenderà sabato a Lido di Camaiore (LU) nell’ambito del festival La Prima Estate, per proseguire con una decina abbondante di date in tutta Italia.

Sempre più vicini Reloaded è l’occasione per tornare con Alioscia, personaggio centrale nel mondo della cultura alternativa del nostro Paese, in attività da ormai quarant’anni tra musica, gestione di locali e lavoro in televisione e in radio, su un momento particolare della storia del “rock” italiano e su uno dei dischi che meglio lo raccontano. Per il tour Alioscia farà su e giù dall’Inghilterra, dove si è trasferito nello scorso novembre. «Mia moglie ha avuto una proposta di lavoro e viviamo qui. È quello che avrei dovuto fare decine di anni fa, invece mi sono accanito su Milano, un po’ comfort zone e un po’ sfida. E all’alba dei 60 sono qua. È una città super cara e tutto quello che sappiamo, ma dal punto di vista degli stimoli, dal punto di vista culturale, non c’è paragone. E dovendo tirar su mia figlia di 8 anni, i servizi sono di un altro pianeta. In questo momento mi suona strano dirlo, perché sono sempre stato un un paladino di Milano, ma non mi manca per niente se non quando vado a fare la spesa. Anche perché un fettone di anguria costa 7 sterline».

Della formazione che registrò l’album, in tour ci sono solo lui e Patrick Benifei. «Non è una reunion», precisa. «Diciamo che non ci sono i presupposti di relazione per poter fare questa roba. C’è stata una parte di storia dei Casino Royale che è stata tutto sommato rinnegata da chi ha fatto altre scelte», ci aveva detto Alioscia lo scorso anno in occasione dell’uscita di Fumo, il loro ultimo album in studio. «In una stagione quasi estiva dove ci sono concerti gratuiti da tutte le parti, i sold out che abbiamo fatto non erano così scontati. Mi aspettavo che potessero esserci commenti del tipo: era meglio quando c’era Giuliano. Invece alcuni mi hanno detto che non pensavano di trovare tanta contemporaneità e tanta energia in un concerto che alla fine celebra una cosa di trent’anni fa. Questo mi ha dato fiducia e mi ha confermato che il nostro vizio di prendere le nostre cose, rimasticarle e ricontestualizzarle non è sbagliato. L’abbiamo sempre fatto per continuare a divertirci e per rendere contemporanee le nostre canzoni».

I Casino Royale dal vivo. Foto: Lorenzo Siddharta/Ponderosa

Quello dei Casino Royale 2026 è un pubblico più che mai variegato. «Ci sono gli appassionati maturi ma è venuta anche gente del 2007, che ci ha conosciuti grazie alla madre, allo zio, al cugino. Anche noi da sbarbati andavamo a cercare cose che erano di culto, e le vecchie generazioni spesso erano anche punti di riferimento. È ancora così e anche noi alla fine siamo diventati un gruppo che appartiene a un percorso storico». Uno status che è stato riconosciuto anche da una band di successo come i Subsonica, che ha debuttato qualche anno dopo i Casino Royale ma che con loro ha più di un’analogia. «Ci hanno detto: fate qualche data con noi. Era già successo. C’è sempre questa cosa per cui si sente dire che loro assomigliano a noi. Secondo me queste date sono anche un loro modo di dimostrarci una sorta di stima e riconoscenza. Avrebbero potuto prendere un gruppo emergente in modo da poter avere più pubblico nuovo e giovane, invece hanno scelto noi».

Ma chi erano a metà anni ’90 i Casino Royale che si apprestavano a registrare Sempre più vicini? «Venivamo da Dainamaita, ricco di tantissimi suoni e stili, molto creativo. Un album esplosivo fatto da tantissime componenti. Eravamo entrati in studio con un bravo fonico e l’avevamo improvvisato noi. Infatti è un disco molto caotico, con tantissime idee, forse anche troppe. Quando abbiamo iniziato a scrivere per il nuovo album eravamo un po’ su quel mood, ascoltavamo molto crossover, un rock di matrice molto black. Fuori dal rock ascoltavamo hip hop e poi come sempre dub, reggae, dancehall, e abbiamo anche cominciato ad ascoltare la jungle che stava diventando drum’n’bass. I brani che abbiamo composto erano comunque molto rock. Ci sono dei provini che non sono finiti nel disco in cui sembriamo un po’ i Living Colour. Il nostro uso dell’elettronica era molto hip hop: un campionatore e dei loop che supportavano un suono».

Il produttore, Ben Young, arrivò grazie al consiglio di Rino degli Almamegretta. «Eravamo affascinati dal loro primo album, Animamigrante, e gli avevo chiesto come si erano trovati a lavorare con un produttore. Andammo da lui a Londra a fare un remix di Re senza trono, uno dei pezzi di Dainamaita. Abbiamo fatto queste versioni reggae molto minimali, con un bassista reggae e il beat, le basi programmate su computer in elettronica. Suonava proprio come un pezzo prodotto in Inghilterra e questa cosa ci è piaciuta molto. Allora abbiamo richiamato Ben a Milano per fare delle altre versioni, e poi ci siamo spostati per alcune settimane in una casa in campagna in Toscana, dove avevamo allestito un home studio. Provavamo in costume, a petto nudo, tra le balle di fieno. E abbiamo lavorato un po’ sia dal punto di vista della scrittura sia della composizione. I sei pezzi che sono venuti fuori sono piaciuti molto alla PolyGram, siamo quindi tornati in Toscana, stavolta ad Arezzo, in uno studio dove poteva capitare di incrociare Al Bano. Lui andava via ed entravamo noi. Lì abbiamo cominciato a registrare e a conoscere meglio Ben».

E qui arrivano i dolori. «Fin lì ci aveva molto assecondati perché voleva quel lavoro. Ma al momento di registrare la sua identità, il suo volersi sentire rappresentato, faceva a cazzotti con la nostra natura di live band che in quel momento viveva anche un momento abbastanza rock oriented. Quindi abbiamo cominciato a tirarci un po’ di testate. Quello che è venuto fuori ci sembrava estremamente interessante, per cui ce ne siamo fatti una ragione, anche se qualcuno di noi ci è rimasto proprio male, perché chi aveva un ego più forte e si è sentito ferito. Personalmente ero un po’ incazzato, però capivo che le cose che venivano fuori erano nuove. Mi sorprendevano, erano qualcosa che non avevo neanche mai sentito e non mi ero neanche mai immaginato. Abbiamo finito il disco con qualche tensione con Ben, anche perché lui faceva un po’ divide et impera. All’inizio era amico mio perché l’avevo coinvolto, anche per la sua capacità di leadership. Io ero quello che andava in avanscoperta, però poi quando mi incazzavo parlava con qualcun altro: “Eh, comunque certo non è Alioscia il punto centrale…”».

Foto: Damiano Andreotti/Ponderosa

Lo scorso anno Alioscia ci ha raccontato che Sempre più vicini ha rappresentato un punto di svolta anche riguardo alle relazioni tra i membri della band: «Giuliano in quel disco ha cantato tre cose, non è che abbia dato questo grande contributo artistico. C’è da dire che è stato un album molto suonato dalle macchine. Quello che ha suonato di più in quell’album è stato Patrick, perché chiaramente è un album che nasce in studio, fatto di pianoforti, di tastiere, di bassi suonati con le tastiere, non ci sono batterie. Poi dal vivo lo suonavamo veramente ed era un po’ più rock. Eravamo un gruppo con un’attitudine da band e difatti le session sono state dure, perché il disco è stato fatto con una maniera di produrre che non era nostra: il nostro ego di musicisti è stato totalmente piallato».

Usciti dallo studio, è arrivato il momento di dare forma al disco, e poi di farlo uscire. «Abbiamo montato la scaletta con tutti i nostri accessori: le microsong, Tito Stagno, la Luna, i sample… che ai tempi si potevano utilizzare in modo ben diverso da oggi. Abbiamo campionato Stevie Wonder a babbo di minchia, John Barry, Isaac Hayes… Quando è uscito, Sempre più vicini ha diviso. Chi si aspettava il suono di Dainamaita disse che era un disco moscio, però in generale vedemmo che la gente era attratta da questo suono nuovo e le radio cominciavano a suonarlo. Su Radio Deejay abbiamo sentito Anno zero, forse il pezzo più easy. Ha cominciato ad avere un buon airplay radiofonico perché è super semplice».

Sempre più vicini ha venduto bene, ma forse Alioscia si aspettava qualcosa di più.
«È una ferita aperta. Ai tempi ti davano il disco d’oro con 50mila copie fisiche, c’era solo quello. Noi ne abbiamo vendute 48.500. Le dinamiche della discografia comunque erano diverse, c’erano altri budget, anche perché si vendevano tantissimi dischi con gli artisti internazionali. Se poi una label investiva molti soldi su un progetto, faceva anche molti sforzi per farlo andare bene».

Sempre più vicini, uscito per la BlackOut, etichetta italiana satellite della PolyGram, è anche il disco che da un lato trasforma i Casino Royale in una band potenzialmente internazionale, dall’altro li mette davanti alle contraddizioni del mainstream. «Eravamo diventati un gruppo major, con un piede nel pop, che guardava anche al pop internazionale. La scena italiana comunque ci stava stretta. Certo eravamo viscerali, capaci di litigare in hotel la sera prima di andare a fare una cosa in piazza San Giovanni per Italia 1. Chi voleva andare, chi no, chi diceva: non mi posso far vedere dei miei amici in quel contesto di merda. Eravamo difficili da gestire perché eravamo sempre un po’ irrequieti. Eravamo anche ragazzi, per cui tutti più rigidi, ciascuno con il proprio percorso».

Quanto all’internazionalità, c’è un aneddoto illuminante. 
«Negli studi a Londra abbiamo ascoltato due cose che erano state finalizzate lì. Human Behaviour, che stava sul primo album di Björk, e Maxinquaye di Tricky. Il nostro disco ci sembrava, ed era, così futuristico, strano e sorprendente ma in questi due lavori c’erano un mix & match e una sintesi che… non dico che le orecchie sono tornate basse, però abbiamo percepito che la nostra era una lettura, magari anche con dei limiti, di qualcosa che stava accadendo altrove». I concerti funzionarono molto bene. «Abbiamo fatto un bellissimo tour, abbiamo imbroccato tutto. C’era un merchandising nuovo, e avevamo quasi un negozio durante i live. L’idea di essere un gruppo che fa una linea di abbigliamento, che può aprire una propria label, fare dei side project e coinvolgere tutti quelli che facevano parte della scena, perché credevamo nel potenziale di questa scena, era qualcosa di diverso dal mainstream e dal modo convenzionale di lavorare della discografia e anche della comunicazione. Lo ripeto: noi ci sentivamo un gruppo estero e l’Italia ci stava stretta. Non era per essere snob, però ambivamo a un modo di lavorare, a un suono, a uno scenario internazionale».

I Casino Royale, intanto, orbitavano attorno a una casa occupata di Milano. «In via Garigliano sono entrato nel 1991. Dainamaita è nato lì. Ben Young, la prima volta che è venuto a Milano, ha dormito nella sua stanzina e mi ha detto: “Cazzo, gli squat qua sono molto diversi da Londra. È tutto organizzato bene, tutto carino”. Il Sant’Antonio Rock Squat aka Garigliano Social Club è stata una casa che ha dato delle risposte a delle nostre urgenze. Il 70% degli elementi che suonavano nella band ha fatto vita di comunità al suo interno. Abbiamo vissuto lì insieme, chi era di Milano e chi arrivava da fuori. Avevamo la possibilità di ospitare gente che veniva a collaborare con noi. Avere una casa occupata dove non pagavamo l’affitto ha dato la possibilità a noi che facevamo gli artisti di dedicarci alla musica. Le risposte erano anche pratiche: vivevamo in diretta il processo creativo. Uno tornava a casa la sera e poteva far ascoltare agli altri quello che aveva scritto. Si viveva un pezzo di vita insieme oltre lo studio, oltre il tour, oltre il furgone. E poi era un posto di resistenza culturale, urbana, di rigenerazione, di contaminazione con una certa influenza culturale e politica. Si imparavano a fare un casino di cose perché in nome del do it yourself ognuno di noi sarebbe stato in grado di cablare un palco, fare il fonico, scegliere delle luci, fare una scenografia. Questo anche grazie agli eventi e alle persone che ospitavamo. I Mutoid Waste Company, per esempio, ci avevano proprio aiutato ad aprire la casa».

Tutto intorno, per usare le loro stesse parole, c’era la principessa della paranoia, la Milano double standard. «Garigliano era anche un punto di osservazione su una città che era già cattiva, selettiva, che richiedeva di essere performativi. Quella casa, quella comunità, era un po’ la nostra astronave, il nostro rifugio. Un ghetto, un bunker, un luogo di sopravvivenza dove però cercavamo di essere produttivi. A Milano non è mai stato sempre tutto facile, tutto glamorous, tutto un aperitivo. A me questa visione ha sempre fatto incazzare».

Foto: Lorenzo Barassi

A più di trent’anni di distanza, Alioscia riflette sul modo in cui i Casino Royale venivano percepiti e su come questo potrebbe avere determinato la quantità di successo ottenuto. «Da Dainamaita in poi siamo stati un gruppo drammatico in maniera criptica. Drammatico non vuol dire triste: dramma è visceralità, contraddizioni, sofferenza. Il mainstream non vuole rotture di cazzo, a meno che siano drammatiche in maniera nazionalpopolare. Per andare in radio devi fare dei pezzi che sono in maggiore e non in minore. Poi devi sempre dare messaggi più o meno rassicuranti. Ci sono eccezioni, tipo il fatto di essere di Napoli, c’è sempre una quota “partenope” nel mondo della musica italiana. È un po’ come la Toscana per l’agroalimentare: l’olio è più buono, il pecorino è più buono, il vino è più buono… Casino Royale ha avuto una grande fortuna che poi è diventato il proprio handicap. Cioè noi abbiamo fatto il primo disco e dal primo disco più o meno abbiamo avuto un’attenzione di critica buona. Eravamo una party band all’inizio, cantavamo ed eravamo un secchio di acqua fresca sul post punk che era molto pesante. Finivamo sui giornali di moda, andavamo a Doc, il programma di Arbore. In zero secondi, pur essendo anche magari non così pronti, abbiamo avuto una bellissima esposizione, abbiamo aperto i due concerti di Vasco negli stadi nel 1990. Da lì in poi era difficile per la stampa italiana poter dire: questi li ho scoperti io. I nomi della stampa godono nel sentirsi padrini di qualcosa. Io li ho scoperti, io gli ho dato una mano, sono io che ho fatto… Riguardo a noi invece è difficile che qualcuno possa dire: questi li ho scoperti io. C’era sempre qualcuno che arrivava dopo di noi e che era più notiziabile, e questa cosa in Italia ha contato molto. Poi noi eravamo il gruppo di Milano, di una città considerata frivola, fashion».

La metà degli anni ’90 è anche un momento in cui il “nuovo? rock?! italiano!”, per citare il titolo di un testo di Alberto Campo sulla musica di quel periodo, costituisce una vera e propria scena, di cui i Casino Royale fanno parte. «Alcuni discografici illuminati hanno messo in pratica quello che già accadeva dalla fine degli anni ’70 in Inghilterra con etichette come la Chrysalis. Noi siamo stati il primo gruppo della BlackOut, e questo lo dobbiamo a Giuseppe Elvis Galimberti, che era stato il chitarrista della mod band dei 4 By Art. Uno che poi, da buon spirito libero, dopo aver lanciato l’etichetta è andato a Londra a fare tutt’altro e al suo posto è arrivato Luca Fantacone. Avevamo un legame con i gruppi della scena post punk come i Ritmo Tribale, gruppi con cui eravamo cresciuti e di cui io ero anche stato fan. E poi c’era un legame con quelli della generazione precedente alla nostra, come Litfiba e CCCP. La scena era anche connessa con il primo hip hop italiano. È proprio in Garigliano che ho conosciuto Rino degli Alma e abbiamo fatto A Sud di nessun Nord, un tour dove abbiamo girato insieme in furgone. Poi c’erano gruppi più proiettati nel mainstream come gli Articolo 31, che io consideravo un po’ diversi da noi perché avevano subito avuto un successo di un certo tipo e si sentivano comodi in certi contesti in cui noi non ci sentivamo a nostro agio. Quello che accomunava tutti era la voglia di staccarsi dal pop italiano. Molti avevano dei riferimenti internazionali precisi: i Marlene avevano Nick Cave, Capossela all’inizio Tom Waits. Erano comunque modelli alternativi in confronto al Festivalbar. Quelli che guardavamo un po’ dall’alto in basso, dai quali giravamo alla larga, erano quelli più accondiscendenti rispetto ai codici del mainstream».

Anche la firma con una major non era così scontata per una band nata nell’underground. «Io sono sempre stato un po’ stratega in quanto ragazzino con mille limiti. Il mio ragionamento è stato molto lineare: abbiamo fatto un primo disco nell’87 e siamo stati fregati, perché pagavamo tutto noi con i soldi dei concerti e non eravamo padroni di un cazzo. Poi siamo andati alla Kono Music e abbiamo fatto gli stadi nel 1990 in apertura al concerto di Vasco. Quello e il Primo Maggio ci hanno dato un certo tipo di esposizione. A quel punto mi sono detto: se il mondo in cui noi dovremmo stare è il mondo che ci ha fottuto, tanto vale andare da qualcuno con cui i patti sono chiari e ci danno dei soldi. Per Dainamaita ci hanno dato 200 milioni. Chi cazzo li aveva mai visti 200 milioni? A nessuno di noi faceva schifo. Del resto tanti dei nostri nomi di riferimento erano su major. Basti pensare ai Clash, criticatissimi quando firmarono per la CBS. Per noi essere indipendenti significava esserlo dal punto di vista artistico. Anche perché poi se ci chiamavano a suonare in un centro sociale ci andavamo: il tour di Dainamaita è passato due volte da Milano, una al Rolling Stone e una al Leoncavallo. Insomma, siamo sempre stati abbastanza disponibili, non è che abbiamo mai voltato le spalle al movimento».