‘Toy Story’ e la generazione Millennial | Rolling Stone Italia
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‘Toy Story’ ha sempre saputo portare i Millennial verso l’infinito e oltre

Trent’anni dopo il primo film, Woody e Buzz tornano con il quinto, attesissimo capitolo. Una storia tra mondo analogico e realtà digitale che sa parlare a chi era bambino ieri e ai bambini di oggi. Come la saga ha sempre fatto

‘Toy Story’ ha sempre saputo portare i Millennial verso l’infinito e oltre

Jessie, Buzz e Woody in ‘Toy Story 5’

Foto: Disney/Pixar

Ci avessero detto in quel 1995 che Toy Story sarebbe stato solo il primo episodio di una saga che ci avrebbe accompagnato per trent’anni, non ci avremmo creduto. Invece diventò il totem della generazione Millennial, cresciuta in un momento in cui l’industria cinematografica, senza che nessuno quasi se ne accorgesse, cambiò repentinamente, e con essa il concetto di animazione. Accadde paradossalmente proprio mentre il Rinascimento Disney pareva essere ormai diventato uno standard inamovibile. Invece un balzo ed eccoci nel 2026, alle prese con una nuova avventura del Cowboy e del Ranger spaziale. Dopo essersi separati nell’ultimo film, uscito nel 2019, Woody e Buzz tornano insieme per aiutare Jessie e gli altri giocattoli di Bonnie, che rischiano di essere messi in disparte di fronte a una pericolosa novità: il tablet di ultima generazione Lilypad.

Tutti gli altri bambini non sanno più vivere senza, è tramite esso che si conoscono, fanno amicizia e giocano assieme, e per questo ormai i loro vecchi giocattoli sono stati lasciati ad ammuffire. Sarà anche il destino dei nostri eroi? Già da queste premesse il film (diretto da Andrew Stanton e nelle sale dal 18 giugno) dimostra di voler affrontare il confine sempre più labile tra mondo reale e virtuale, e quanto i bambini debbano essere difesi dagli effetti sempre più dirompenti della tecnologia a loro dedicata. Un tema importante, difficile, delicato, al centro del dibattito (vedi quello sollevato nel Regno Unito), ma che Toy Story 5 affronta con grande sensibilità, nonché con una dose di ironia (e autoironia) che lo rende a suo modo perfetto. Questo è un cinema che sa far pensare, non solo intrattenere, ed è stato sempre il tratto distintivo delle avventure di Woody e Buzz fin dal 1995. Si può dire lo stesso anche di altri due universi animati che torneranno a breve: L’era glaciale e Shrek, con i nuovi due episodi – rispettivamente il sesto e il quinto – previsti per il 2027.

Tutti e tre furono simboli di quel passaggio d’epoca tra il XX e il XXI secolo che cambiò per sempre anche il concetto di blockbuster d’animazione. Fu allora che il vecchio mondo in 2D (ereditato dal passato) prima fu integrato, e poi dovette cedere il passo a quella CGI, che proprio da Toy Story in poi dettò legge in un amen. Chissà come sarà allora Gatto, un mix tra i due diversi formati che la Pixar proporrà l’anno prossimo. In fondo tutto nella vita, arte compresa, è una ruota che gira, ma a ripensare a Woody e Buzz, a quanto lunga, complessa e articolata sia stata la loro avventura, un pochino quasi ci si spaventa.

Toy Story 5 | Trailer Finale | Dal 18 Giugno solo al Cinema

Toy Story fu uno dei progetti più rischiosi della storia del cinema, a pensarci bene fu un miracolo che il film vedesse la luce, tra modifiche, sospensioni, mille imprevisti ed incognite. Centinaia di artisti furono coinvolti, 30 milioni di dollari furono spesi. Nessuno aveva mai provato a fare qualcosa di simile, e molti erano sicuri sarebbe stato un flop. La generazione Millennial era cresciuta con un’animazione ereditata dal passato, a partire dal 1989 ebbe un mix unico di classicità, grandi autori e mitologia. La bella e la bestia, Il re leone, Aladdin, Pocahontas, Il gobbo di Notre Dame fecero la storia. Pareva un modello imbattibile.

Invece la macchina mostrò a fine anni ’90 di perdere colpi, con due battute d’arresto atipiche, assolutamente immeritate tra l’altro: Il pianeta del tesoro e Atlantis – L’impero perduto. La colpa, secondo molti, fu proprio di Toy Story, del cambiamento che aveva innescato. Era un film completamente diverso dai precedenti, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche come stile di narrazione e tematiche. Toy Story era ancorato al presente, quello dei Millennial, che già in quel 1995 si sentivano dire che il futuro sarebbe stato fantastico, tecnologico, veloce ma semplice, bastava solo seguirlo con fiducia. Il film di John Lasseter però ci parlò della paura del domani, del cambiamento che era non solo opportunità ma anche insidia, in un’epoca in cui la fantascienza diventava realtà.

Era una sci-fi che volava sulle ali della New Economy e del cinema cyberpunk che celebrava la propria stessa fine. Erano gli anni di Strange Days, Ghost in the Shell, Matrix, Dark City. Quei film ci avevano mostrato le paure legate al nuovo millennio, che arrivava dopo un decennio ottimista, equilibrato, “l’apice della nostra civiltà” secondo le Sorelle Wachowski. Il cinema per il grande pubblico era fatto di capolavori popolari, autorialità ad alta spettacolarità. Toy Story arrivò come un terremoto perché rappresentava una cesura completa. Era un prodotto in cui solo i Millennial potevano rivedersi, loro che erano la generazione dell’informatica quotidiana, del videoludico, dell’altrove virtuale che stava per cambiare l’umanità. Toy Story 5 riprende il tema originario, ci ricorda che ogni generazione ha avuto il suo mondo di giocattoli, tutti diversi eppure tutti simili nel farci diventare chi siamo diventati.

Bullseye e Jessie alle prese con Lilypad, il nuovo giocattolo digitale. Foto: Disney/Pixar

Toy Story nel 1995 ci parlò di due nemici poi diventati amici, della necessità di accettare l’imprevisto come qualcosa che non si può controllare ma che può regalarci tanto, tantissimo. Il film di Lasseter ci mostrò che la vita non finisce mai di sorprenderci, metterci alla prova, di quanto controllare tutto sia un’illusione. Difficile dire quale sia stato il capitolo più bello, ogni volta sembrava arrivare una chiusura perfetta; eppure, immancabilmente, Woody e Buzz tornavano e ci insegnavano qualcosa di nuovo. Anche in questo quinto capitolo è così, ci ricorda quanto conti l’altruismo, così come insegnare alle nuove generazioni che difendere la propria identità dall’omologazione è importantissimo. Anche qui ci viene ricordato che non tutto è ciò che sembra, che da soli non ce la possiamo fare, a dispetto del mito individualista del “tutto intorno a te” che ci viene imposto. C’è sempre un oltre l’infinito da inseguire, ed è dentro di noi.

Dopo trent’anni siamo tutti dentro un mondo instabile, tecnocratico, alienante. Su Instagram impazzano non a caso reel che ci chiedono che cosa faremmo se ci svegliassimo nel 1996, se gli ultimi trent’anni fossero stati solo un sogno. Persino chi quegli anni non li ha conosciuti li rimpiange, persino il cielo sembra fosse più azzurro negli anni ’90, la musica migliore, i film più veri. Il passato tutti sogniamo di riaverlo, come capitava all’inizio a Woody in Toy Story, quando il piccolo Andy dopo il Far West si innamorò dello Spazio. Ma è un’illusione pericolosa. Woody e Buzz ci hanno insegnato a non arrenderci, quanto contino i rapporti umani, e che quei giocattoli che passavano di mano erano il simbolo di quanto anche noi, diventati adulti troppo in fretta, avremmo un giorno dovuto pensare a chi sarebbe venuto dopo, anche a costo di sacrificare un pezzo di noi stessi.

Woody e i giocattoli “sopravvissuti” di ‘Toy Story’. Foto: Disney/Pixar

Toy Story 5 è il perfetto prosieguo di una saga che è passata dai Millennial alla Generazione Z, e ora infine alla generazione Alpha. Quelli che erano adolescenti in quel 1995 porteranno i loro figli in sala per fargli conoscere il Ranger Spaziale, il Cowboy e tutta la loro banda, capaci di dare lezioni di vita importanti, in un percorso che non si è ancora interrotto. E con questo quinto capitolo la saga si dimostra capace come sempre di essere a un tempo pedagogica e divertente, un meraviglioso contenitore in eterno movimento e insieme immutabile. Woody e Buzz ci hanno fatto compagnia in questo trentennio pieno di bugie, difficile, traumatico, che ci ha deluso profondamente. Loro due, invece, non ci hanno deluso mai. Bentornati ragazzi, ci eravate mancati.