C’è una battuta in The Miniature Wife – Un piccolo problema (su Sky e NOW) che ho rimandato indietro per sentire due volte, e a pronunciarla è Matthew Macfadyen, l’ennesimo personaggio moralmente discutibile, dall’aria un po’ patetica e fondamentalmente debole (ci torniamo), dopo il clamoroso Tom Wambsgans di Succession: «Io non sono un misogino, insomma non apposta almeno. Al massimo sono un misogino occasionale, e anch’io accuso il patriarcato per questo». In pratica riassume un’intera serie in tre righe, perché parla di autocoscienza usata come alibi, di privilegio che si fa autoironia pur di non doversi mai mettere davvero in discussione. Se l’avesse scritta Jesse Armstrong la incornicieremmo. Qui invece è solo uno dei tanti piaceri di una commedia che parte da una scemenza dichiarata e finisce per dire cose serissime sul matrimonio.
La scemenza è nel titolo, e non è una metafora (o meglio: lo è e non lo è). Les Littlejohn (sì, c’è il giochino pure nel nome), scienziato a capo di una sua azienda di agritech, ha messo a punto una pozione che rimpicciolisce gli ortaggi: l’idea sarebbe coltivare di più in meno spazio e risolvere la fame nel mondo, peccato che non abbia ancora inventato il modo per ringrandire le cose senza farle esplodere. Durante un litigio domestico, la moglie Lindy (Elizabeth Banks) viene investita dalla formula e si ritrova alta quindici centimetri. Tesoro, mi si è ristretta la moglie, verrebbe da dire, e infatti gli autori Jennifer Ames e Steve Turner, che vengono da roba ben più ruvida tipo Goliath e Ash vs Evil Dead, non fanno nulla per nascondere il debito con il cinema demenziale anni Ottanta.
Bastano però un paio di episodi per capire che la pozione è solo il cavallo di Troia. Ames e Turner adattano un racconto di Manuel Gonzales, surreale e laconico, e ci costruiscono sopra dieci puntate che sono (sotto la CGI a tratti un po’ troppo ballerina), uno studio sorprendentemente acuto su due narcisisti che si amano malissimo. Lindy è una romanziera che da vent’anni non scrive il seguito del libro che le è valso il premio Pulitzer, e che insegna scrittura creativa per non ammettere il blocco. Les l’ha convinta a lasciare New York per St. Louis inseguendo un Nobel che non arriverà mai. Lui è certo che il suo genio sia incompreso; lei è sicura che il proprio talento sia stato un colpo di fortuna. Fanno terapia di coppia e si rinfacciano il gergo della terapia di coppia, che è la cosa più realistica che la televisione abbia messo in scena sul matrimonio da un pezzo.
Qui il rimando è inevitabile: The Miniature Wife è una remarriage comedy. Quel filone teorizzato da Stanley Cavell, da Accadde una notte a Scandalo a Filadelfia, in cui due che si sono già scelti, e già rovinati a vicenda, devono trovare il modo di scegliersi una seconda volta. Cambia che, al posto degli equivoci screwball, qui c’è una donna che combatte una mosca con uno spillo come fosse Lara Croft e scala il piano della cucina come l’Everest. Ma la struttura morale è identica, perché l’amore è come una trattativa infinita su chi, stavolta, debba farsi da parte.

Foto: Peacock/Sky
C’è pure un dettaglio che separa una parabola femminista didascalica da una buona (sì, non ottima) serie. Les chiude Lindy nella casa delle bambole «per la sua sicurezza», la tratta da gingillo. Chimamanda Ngozi Adichie aveva già scritto che alle donne insegniamo a rimpicciolirsi, e lo show lo sa benissimo. Ma i flashback ribaltano la lettura facile: c’è stato un tempo in cui la star del matrimonio era lei, e Les il marito sottovalutato che leccava le ferite di un pomodoro OGM finito male e venduto alla Monsanto. La miniaturizzazione non è la causa dello squilibrio, è solo la sua versione finalmente visibile a occhio nudo.
Macfadyen, a questo punto della sua carriera, è semplicemente il più grande interprete vivente di mariti-zerbino. È partito nel 1998 nei panni di Hareton, lo zerbino di Heathcliff, in un Cime tempestose televisivo; è arrivato a Mr. Darcy con dieci anni di ritardo sul Colin Firth che usciva dal lago e mandava in soffitta ogni Darcy a venire; e ha chiuso il cerchio con Wambsgans. Qui fa una variazione sul tema: il debole che si crede genio, l’uomo che ti rinchiude in una teca convinto di amarti. Ed è bravissimo proprio perché non chiede mai la nostra simpatia. Banks, dal canto suo, ha il compito ingrato di recitare per mezza stagione contro un dito gigante o una faccia appiccicata al vetro, e lo fa con un’energia da slapstick muta che ci ricorda quanto sia sprecata, come attrice, dietro le sue regie (Cocaine Bear, da noi Cocainorso) e produzioni (Bottoms). Lindy è insopportabile e magnetica insieme, e il gusto perfido della serie sta nel guardare due persone così poco simpatiche infliggersi tormenti reciproci meritatissimi.

Foto: Peacock/Sky
Bravi bravissimi anche i supporting: Zoe Lister-Jones è una villain anaffettiva e dominatrice, piazzata in laboratorio a sorvegliare i soldi degli investitori e capace di sciogliersi solo davanti al gatto che Les ha rimpicciolito come test; O-T Fagbenle è il collega kitsch e irrimediabilmente romantico con cui Lindy porta avanti una relazione prettamente emotiva; Ronny Chieng è il tech bro che firma l’assegno; e Sian Clifford, la sorella glaciale di Fleabag, ci regala lo spettacolo di un’agente britannica tutta nervi che pian piano perde la testa.
Peccato però che la serie abbia un difetto che conoscono fin troppe serie: una durata monstre un po’ insensata. Dieci episodi da quaranta minuti e passa sono troppi per una farsa, e si sentono. La sottotrama del racconto pubblicato col nome sbagliato – quello di Lindy invece che della sua studentessa – è zavorra spacciata per tema caldo: tira in ballo l’autorialità e la verità nell’era digitale, le enuncia e non le tocca più. E quando la serie punta tutto sul registro screwball, non sempre tiene: certe gag con Banks grande quanto un pollice sono buffe sul serio, altre soltanto sceme, e gli effetti digitali ogni tanto traballano. È il rischio di chi si fida più della trovata che della scrittura.

Foto: Peacock/Sky
Eppure resta, alla fine, l’immagine di Lindy alta quindici centimetri che urla dentro un megafono mentre la faccia enorme di Les compare dietro al vetro: ridicola e straziante nello stesso fotogramma. The Miniature Wife ha il coraggio di prendere sul serio due persone insopportabili e la pazienza di chiedersi se, dopo essersi fatti le peggio cose, abbiano ancora voglia di rimettersi allo stesso tavolo. Non è certo un capolavoro, e se fosse durata la metà sarebbe stata un gioiellino. Ma di matrimoni raccontati con questa cattiveria affettuosa, in Tv, ne passano pochi.











