Ringo Starr fa le canzoni che vuoi sentire (e non solo le sue) | Rolling Stone Italia
Il concerto jukebox

Ringo Starr fa le canzoni che vuoi sentire (e non solo le sue)

Tra San Jose e Los Angeles, l’ex Beatle ha ripercorso in concerto una carriera leggendaria con musicisti (e relativo repertorio) come Steve Lukather dei Toto e Colin Hay dei Men at Work. Le foto e il report

Ringo Starr fa le canzoni che vuoi sentire (e non solo le sue)

Ringo Starr in concerto a Los Angeles

Foto: Enzo Mazzeo per Rolling Stone Italia

«Siete pronti ad ascoltare della buona musica?», esclama Ringo non appena fa la sua comparsa sul palco. «Posso dirvi che tutti voi presenti in sala conoscerete almeno una canzone». Altrimenti significherebbe aver passato gli ultimi 60 anni in una caverna, potremmo aggiungere.

La formula della Ringo Starr & His All-Starr Band è proprio questa: portare sul palco i grandi successi della sua carriera solista, quelli scritti dai membri della band e naturalmente i brani dei Beatles che più gli appartengono. L’attuale formazione è la sedicesima incarnazione del progetto (la prima risale al 1989) e include Steve Lukather dei Toto, Colin Hay dei Men at Work, Hamish Stuart (a lungo collaboratore di Paul McCartney), Gregg Bissonette (che ha suonato con chiunque, da David Lee Roth ai Duran Duran, da Steve Vai a Santana) e il nuovo arrivato Buck Johnson (legato agli Aerosmith e agli Hollywood Vampires). Insomma, una all-star band a tutti gli effetti, composta da musicisti e songwriter di livello mondiale.

Non è infatti azzardato affermare che tra i momenti clou dello show ci sono proprio quelli in cui vengono eseguite le hit dei vari musicisti della band. Certo, i brani del catalogo dei Beatles portati in scena da Ringo non sono quelli di McCartney, altrimenti non ci sarebbe partita. Ma è comunque vero che quando parte l’intro di Down Under dei Men at Work o di Hold the Line dei Toto, il pubblico non si trattiene ed esplode in un boato.

Ringo a San Jose. Foto: Enzo Mazzeo per Rolling Stone Italia

La data di Los Angeles è quella conclusiva del tour, e il Greek Theatre è notoriamente una delle location in cui l’ex Beatle ama maggiormente esibirsi. Non è quindi una sorpresa che il grande teatro all’aperto, immerso nelle colline di Hollywood, sia completamente sold out e pervaso da un entusiasmo travolgente. Ringo Starr, ormai losangelino d’adozione, vive in questa città da diversi anni e la considera un punto di riferimento stabile, sia sul piano artistico che personale.

Qualche giorno prima mi ero spostato più a nord, a San Jose, nel cuore della Silicon Valley, dove ho assistito al concerto andato in scena al San Jose Civic (un teatro inaugurato nel 1936 in cui hanno suonato tutti, dagli Who ai Rolling Stones, da Bob Dylan agli AC/DC) e immortalato Ringo che riceveva una delegazione di Peace Run, un’iniziativa internazionale formata da corridori che attraversano diversi Paesi portando una torcia simbolica della pace e promuovendo valori di armonia, amicizia e comprensione tra i popoli. Nel corso degli anni, Peace Run ha incontrato numerose personalità di spicco, dal Papa a Madre Teresa, da Muhammad Ali a Carl Lewis, con l’obiettivo costante di diffondere un messaggio universale di unità.

Foto: Enzo Mazzeo per Rolling Stone Italia

Ringo e la delegazione di Peace Run. Foto: Enzo Mazzeo per Rolling Stone Italia

In occasione delle celebrazioni per il 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti, Peace Run attraverserà tutti i 50 Stati, percorrendo circa 16.000 chilometri nell’arco di cinque mesi. Il destino ha voluto che il passaggio dei corridori nell’area di San Francisco cadesse proprio nei giorni del concerto di Ringo nella vicina San Jose, offrendo all’organizzazione l’occasione ideale per rendere omaggio al musicista con una medaglia al merito. Il riconoscimento celebra il suo costante impegno nella diffusione del messaggio peace and love, che da decenni non rappresenta soltanto il suo motto, ma anche un vero e proprio approccio alla vita e al rapporto con il pubblico.

Le scalette degli show di San Jose e Los Angeles sono sostanzialmente identiche. Ringo apre il concerto dietro al microfono con Matchbox di Carl Perkins, un brano che i Beatles avevano già in repertorio prima del suo arrivo in formazione, quando alla batteria sedeva ancora Pete Best (che lo cantava). Prosegue poi con uno dei suoi successi solisti, It Don’t Come Easy, prima di tornare alla batteria quando Steve Lukather introduce Rosanna dei Toto, uno dei momenti che accendono immediatamente l’entusiasmo del pubblico.

Steve Lukather a Los Angeles. Foto: Enzo Mazzeo per Rolling Stone Italia

Per chi non ha mai assistito a un concerto della All-Starr Band, Ringo è naturalmente il fulcro dello show, ma l’ossatura musicale è sostenuta da un batterista di grande esperienza come Gregg Bissonette. Quando Ringo siede alla batteria, suona in modo essenziale, spesso all’unisono o semplificando le parti rispetto ai groove più articolati di Bissonette. Al contrario, quando è lui a cantare, lascia completamente il ruolo ritmico al batterista, permettendo alla band di mantenere piena solidità e continuità musicale.

Insomma, si tratta di un continuo gioco di equilibri che tiene alta l’attenzione del pubblico dall’inizio alla fine. Hamish Stuart assume il centro della scena quando guida la trascinante sezione strumentale con Pick Up the Pieces e Cut the Cake degli Average White Band, poi lascia spazio a Colin Hay quando il repertorio dei Men at Work prende il sopravvento. A Los Angeles, prima di eseguire la celebre Down Under, Hay racconta un episodio divertente: «Stamattina ero al supermercato e alla radio hanno passato questa canzone. Ho detto alla cassiera: “Ehi, questa l’ho scritta io”. Lei mi ha guardato in modo strano e mi ha risposto: “Vuole un sacchetto?”».

Ringo torna al centro della scena con Boys, un brano del gruppo tutto al femminile delle Shirelles, che i Beatles avevano reinterpretato e pubblicato nel loro album di debutto britannico Please Please Me (1963). Starr lo esegue cantando mentre resta seduto alla batteria. Successivamente posa le bacchette e si sposta sul fronte del palco per I’m the Greatest, brano scritto da John Lennon e pubblicato sull’album solista Ringo del 1973. Con un sorriso, ricorda: «Ero in studio con John e lui era seduto per terra a scrivere. A un certo punto mi ha passato quel foglietto e mi ha detto: “Questa è per te”». Il set prosegue poi con Choose Love, tratta dalla sua produzione solista più recente, e con No No Song, un brano scritto da Hoyt Axton e tratto dall’album Goodnight Vienna, uscito nel 1975, che è da sempre un punto fermo delle scalette della All-Starr Band.

Ringo, Steve Lukather e Warren Ham a San Jose. Foto: Enzo Mazzeo per Rolling Stone Italia

A quasi 86 anni (li compirà il prossimo 7 luglio), Ringo Starr continua a sorprendere per energia e presenza scenica. Quando si accomoda dietro la batteria, regge senza difficoltà il confronto con un professionista del calibro di Bissonette; quando invece impugna il microfono, si trasforma in un perfetto intrattenitore, alternando canzoni, aneddoti e battute. Quest’ultimo aspetto emerge con particolare evidenza a San Jose, dove l’atmosfera più raccolta del teatro favorisce un rapporto diretto con il pubblico. Ringo approfitta spesso di questa vicinanza per scherzare con gli spettatori, e quando un fan particolarmente rumoroso richiama la sua attenzione, replica con la consueta ironia: «Sì, cosa vuoi? Vuoi che fermi l’intero spettacolo e venga lì a parlare con te?».

Yellow Submarine è uno dei momenti più acclamati della serata, seguito da quello che Ringo introduce come «un altro brano dal tema subacqueo», ovvero Octopus’s Garden. Lo show, pur non essendo particolarmente lungo (poco più di un’ora e mezza), procede senza interruzioni classico dopo classico, mantenendo un ritmo decisamente coinvolgente.

Steve Lukather propone altri due cavalli di battaglia come Africa e Hold the Line, mentre Colin Hay risponde con Overkill e Who Can It Be Now? dei Men at Work. In totale vengono eseguiti 22 brani, davanti a un pubblico molto eterogeneo, con spettatori di tutte le età. Certo, prevalgono quelli più attempati, per ovvie ragioni, ma non mancano giovani e giovanissimi, oltre a una forte presenza femminile, a cui Ringo dedica puntualmente I Wanna Be Your Man dei Beatles.

Greg Bissonette, Hamish Stuart e Colin Hay a Los Angeles. Foto: Enzo Mazzeo per Rolling Stone Italia

Special guest a Los Angeles. Foto: Enzo Mazzeo per Rolling Stone Italia

Lo spettacolo si avvia alla conclusione con Photograph, uno dei brani più amati della sua carriera solista e grande successo estratto dall’album Ringo del 1973, disco che contribuì a consacrarne il percorso artistico al di fuori dei Beatles, mentre a chiudere il set principale troviamo Act Naturally, incursione nel country che Ringo interpreta con naturalezza e affetto, riportando sul palco il classico reso famoso da Buck Owens and the Buckaroos.

Il gran finale è naturalmente affidato a With a Little Help From My Friends dei Fab Four, durante il quale a San Jose vengono invitati sul palco Kevin Cronin dei REO Speedwagon e Vic Johnson (Sammy Hagar and the Circle). A Los Angeles, invece, in pieno stile hollywoodiano, il palco si riempie di ospiti e amici: tra gli altri, l’ex batterista dei Guns N’ Roses Matt Sorum, Jackson Browne, David Paich e Joseph Williams dei Toto, oltre a Mike Campbell (Tom Petty and the Heartbreakers) e molti altri ospiti.

Sulle note di Give Peace a Chance, Ringo Starr lascia il palco mentre la band e gli ospiti continuano a suonare, in un finale corale e festoso. Tra meno di un mese, come accennato, arriveranno anche le celebrazioni per il suo 86° compleanno, che Ringo, secondo tradizione, festeggia a Los Angeles insieme a un gruppo di amici musicisti, in diretta streaming. L’energia di questo straordinario musicista sembra non conoscere limiti.