È di nuovo Kylie-mania. La nuova miniserie in tre episodi di Netflix Kylie non è il solito ritratto di una celebrità, ma un omaggio al fascino inossidabile di Kylie Minogue. In un mondo di star che vanno e vengono, lei continua imperterrita a ballare. Sulla carta non dovrebbe accadere, specie per una cantante dance che negli anni ’80 era considerata una delle tante bamboline disco dai capelli cotonati. Chi se lo aspettava che questa attrice australiana di soap opera potesse diventare famosa e viene adottata persino dagli hipster? Non solo, riuscire a restare al vertice per così tanto tempo è una cosa che poteva succedere solo a una come lei.
La sua è una storia di continui ritorni, ma senza alcuna assenza. Semplicemente riappare ogni tot anni con un altro tormentone globale da dancefloor, una Can’t Get You Out of My Head oppure una Padam Padam, e senza dare l’impressione di fare alcuno sforzo. È la Lemmy della disco: vince perché resta sé stessa in un mondo musicale spietatamente volubile. È rimasta in giro talmente tanto a lungo da incrociare una quantità impressionante di fenomeni culturali. Ad esempio, due delle presenze più importanti in Kylie sono star provenienti dal lato oscuro del rock: Michael Hutchence degli INXS e Nick Cave. «C’era qualcosa in lei che riconoscevo, che mi attirava», dice Cave. «Lei aveva tutto tranne la credibilità. Io avevo la credibilità, ma poco altro».
Al centro di Kylie c’è la storia con Hutchence. Mettendosi assieme i due hanno spiazzato tutti: da una parte la candida stellina pop degli anni ’80, dall’altra il cattivo ragazzo rock. Si sono frequentati dal 1989 al 1991. «Stavamo bene insieme», dice Kylie nel documentario, «non si vive con i sé e con i ma, puoi solo andare avanti con la tua vita. È stata sicuramente una parentesi meravigliosa». Ancora si commuove al ricordo della sua morte avvenuta nel 1997. «Non ho mi più provato niente del genere».
Minogue è quanto di più vicino esista a una certezza assoluta nella cultura pop. In questi anni ’20 ha toccato un nuovo apice grazie all’enorme successo di Padam Padam, che ha scatenato una nuova ondata di Kylie-mania, una Padamia. Ha cavalcato l’estetica dance un po’ sfacciata e decadente nell’album Tension e per Tension II. Il suo catalogo è pieno di classici da festa di matrimonio, ma anche di dischi di culto adorati dai fan più accaniti, come Impossible Princess del 1977 o la parentesi country del 2018 Golden.
Non lo si poteva prevedere quando Minogue è apparsa sulle scene. Star televisiva australiana, aveva recitato nella soap opera Neighbours e con la musica c’entrava poco (anche se dalla stessa soap sarebbe poi uscita Natalie Imbruglia). Si è affidata al team produttivo britannico Stock-Aitken-Waterman e al loro scintillante stile synth-pop hi-nrg tipicamente anni ’80, vedi Never Gonna Give You Up di Rick Astley o You Spin Me Round (Like a Record) dei Dead Or Alive, anche se il loro capolavoro è per chi scrive l’ingiustamente dimenticata bombetta disco-femminista I Heard a Rumour delle Bananarama.
I Should Be So Lucky del 1987 è stata scritta in una quarantina di minuti, dice Kylie. Il produttore dice che ci sono volute “addirittura” due ore. A quel punto era Britannia’s Sweetheart, la fidanzatina della Gran Bretagna e con Jason Donovan, suo collega in Neighbours dove interpretavano fratello e sorella, erano la coppia perfetta del pop zuccheroso di quel decennio, coi loro tagli di capelli a mullet coordinati e i sorrisi spaventosamente brillanti. Giovani, innocenti, perdutamente innamorati. Cosa poteva andare storto?
Sfortunatamente per Jason, il suo Titanic stava per scontrarsi con un iceberg in pantaloni di pelle di nome Michael Hutchence. Donovan racconta il dolore di averla persa, sembra quasi che non si sia mai ripreso e parlarne lo porta sull’orlo di un crollo emotivo. «L’amore fa male», dice trattenendo a stento lacrime. In quanto a Kylie, le è bastato uno sguardo a Mister “Your Moves Are So Raw”. La loro è diventata una delle grandi storie d’amore pop degli anni ’90. Lui era il rocker decadente che cantava New Sensation, Need You Tonight e Don’t Change, lei la ragazza della porta accanto la cui immagine ha subito un bel contraccolpo.
«Sesso, amore, cibo, droghe, musica, viaggi, libri, qualunque cosa: lui voleva sperimentare tutto», diceva Minogue nel documentario della BBC del 2019 Mystify. «Mi ha aperto un mondo completamente nuovo. E diciamolo, gran parte di quel mondo ruotava attorno al piacere». Aveva 21 anni ed era ancora insicura circa il proprio talento, Hutchence di anni ne aveva 29, aveva già raggiunto il massimo del successo ed emanava una sicurezza adulta e sensuale che era irresistibile. Ha finito per scrivere Suicide Blonde per lei, ispirandosi al suo nuovo taglio di capelli. Per due anni Michael ha ampliato i suoi orizzonti, non solo artistici. «È stato il primo in tante cose», racconta lei, «e una di queste cose è stato il cuore spezzato». Quello del 1997, quando le loro strade si erano da tempo separate, è stato il primo funerale a cui ha partecipato. Ma, come dice oggi, «sento che è sempre con me».
Una delle persone che l’hanno aiutata ad affrontare il dolore è stato Nick Cave, il più maledetto dei maledetti. La loro è stata una delle amicizie più improbabili e commoventi del mondo musicale. Entrambi australiani, ma provenienti da poli opposti dello spettro degli anni ’80: Nick arrivava dall’inferno goth-punk dei Birthday Party, Kylie era la colonna sonora dei veri birthday parties, i festini di compleanno. Quando lui l’ha scelta come partner nel duetto della murder ballad Where the Wild Roses Grow, in cui interpretava una fanciulla che si perde tragicamente tra sesso e morte, molti hanno pensato che si trattasse di uno scherzo.
Quando l’hanno cantata assieme a Top of the Pops, persino uno come Nick si è sentito minacciato dalle fan più accanite di Kylie. «Erano terrificanti», dice sorridendo. «Ragazzine mostruose e spaventose. Non mi sopportavano e non volevano che mi avvicinassi alla loro principessa. Mi dicevano: “Brutto bastardo, ma che fai? Sei un vecchio stronzo”. Erano malvagie».
Il legame tra i due è durato decenni. Nel documentario 20,000 Days on Earth, Kylie appare improvvisamente sul sedile posteriore dell’auto di Cave e i due confidano le loro paure più profonde. Lei gli dice: «Ho paura di essere dimenticata e di restare sola». Cave le ha regalato anche l’immortalità letteraria inserendola nel romanzo La morte of Bunny Munro, che racconta di un serial killer ossessionato dalla sua musica. «Il video di Spinning Around ha monopolizzato l’immaginario britannico per un anno», mi ha raccontato Cave nel 2010. «Gli shorts di Kylie erano l’unica cosa di cui parlavano i tabloid. Credo che debba assumersi una certa responsabilità per quel romanzo, per averli indossati».
Alla fine degli anni ’90 Kylie ha pubblicato alcune delle sue opere più artistiche e audaci, avvicinandosi ai ritmi della Mo’ Wax e al trip hop col sottovalutato Impossible Princess. Era il suo modo per dirci che era ormai trentunenne, qualcosa tipo Ray of Light di Madonna o a Deadline for My Memories di Billie Ray Martin, disco sofisticata per intenditori. Ma alla fine è tornata al mega-pop dando vita a classici degli anni 2000 come Can’t Get You Out of My Head e Love at First Sight.
Curiosamente, è stato proprio Nick Cave a convincerla a tornare sulla pista da ballo. «Le dicevo: ma che diavolo stai facendo? Indie? Nessuno vuole essere indie! Magari lo dice, ma Kylie non è questo. Kylie è una forza destinata a raggiungere migliaia di persone. È tutta proiettata verso l’esterno. Ha un dono. Questa è la grande bellezza della musica pop: è una macchina che produce gioia». Kylie ha fatto tesoro di quelle parole. «C’è il tipo più cool del pianeta che ti chiede: “Dove sono le canzoni pop?”. E allora va bene: accendiamo i motori e torniamo in pista».
Da lì in poi è stato tutto un padam padam. La macchina che produce gioia fatta donna ha continuato a mietere successi, ha affrontato una ben nota battaglia contro il cancro nel 2005 e un’altra più recente, tenuta segreta fino a questo documentario. Musicalmente può permettersi di fare qualunque cosa tra cui Golden, il suo gioiello country immerso in un luccicante immaginario da cowgirl disco di Nashville, un lavoro maturo che passa dalla malinconica Music’s Too Sad Without You alla banjo-disco di Raining Glitter.
Com’è tipico dei documentari musicali, Kylie è costruito seguendo il classico schema in tre parti fatto di ascesa, caduta e rinascita. Ma è una narrazione che in questo caso non funziona perché Minogue non ha vissuto nessuno dei disastri professionali che i documentaristi amano raccontare. Non ha mai perso il favore del pubblico, non ha mai dovuto interpretare il ruolo dell’outsider.
La miniserie cerca persino di suscitare compassione per qualche recensione negativa – oh, poverina – ma è probabilmente il modo più superficiale possibile di raccontare una vita tanto fortunata. Voglio dire, Kylie non è mai nemmeno andata in rovina: il padre contabile le ha consigliato fin da subito di investire nel mercato immobiliare e così è sempre stata enormemente ricca. Si può restare una leggenda del pop per quattro decenni senza mai un inciampo? Per Kylie farlo non è stato un problema.















