Roma è una città che produce continuamente due cose: imperatori e ragazzini che giocano a fare gli imperatori. Per capire a quale delle due appartenga davvero Achille Lauro abbiamo aspettato che il sole tramontasse anche su questo mercoledì 10 di giugno e osservato 60mila-70mila persone riversarsi al Foro Italico per assistere al suo primo Stadio Olimpico da protagonista assoluto (il dato sarà fornito da Lauro sul palco, perfettamente nella forbice prevista dal tormentone numerico del momento).
Gli stadi, soprattutto quelli in cui si entra aggirando un obelisco mussoliniano di 19 metri, realizzato da un unico blocco di marmo di Carrara, sono nati per celebrare una certa idea della grandezza, e hanno una caratteristica precisa: amano le forme definitive delle statue immobili. Non si entra all’Olimpico per assistere a un esperimento; semmai ci si entra per verificare il risultato di quell’esperimento.
La cosa curiosa è che pochi artisti italiani contemporanei sembravano meno adatti a questo destino. Per oltre un decennio Achille Lauro è stato una creatura essenzialmente barocca, e specificamente berniniana. Non solo perché fosse bello o spettacolare, ma perché sembrava esistere soltanto nel momento della trasformazione. Ogni disco una muta. Ogni Festival di Sanremo una nuova pelle di serpente abbandonata sul pavimento dell’Ariston. Come per Dafne che diventa alloro, come per Proserpina che scivola tra le dita di Plutone, anche per Lauro il perno dell’esistenza artistica era la metamorfosi stessa. Trapper, poeta suburbano, glam rocker, provocatore sanremese, santo, peccatore, cantante melodico, icona fashion, comparsa e protagonista del proprio film.
Il punto di oggi, osservando ciò che è accaduto all’Olimpico ieri, prima e dopo il concerto, non è che Achille Lauro abbia smesso di trasformarsi. Il punto è che la sua trasformazione sembra aver finalmente trovato lo stadio finale, una forma sufficientemente stabile da poter essere contemplata o, quantomeno, pre-venduta anche per il prossimo tour.
Se il vecchio Lauro apparteneva al Bernini, quello di Comuni immortali assomiglia sempre più a una scultura classica, magari appena appena post-ellenistica. Le maschere, gli scandali, i travestimenti e le provocazioni che per anni hanno funzionato come acceleratori narrativi lasciano spazio a qualcosa di diverso: le canzoni parlano sempre più d’amore, di nostalgia, di Roma, di eternità, non più di piccoli zoo umani (Thoiry) e colossali sex toy motorizzati (Rolls Royce). Il Lauro degli esordi era una domanda. Quello che accede allo Stadio Olimpico è una risposta. Il primo viveva di contraddizioni, il secondo di riconoscibilità.

Foto: Giuseppe Antonelli/Goigest
Già nel pomeriggio, durante la conferenza stampa, qualcosa lasciava intuire il cambiamento. Lauro annunciava con soddisfazione il ritorno all’Olimpico nel 2027 («Già sold out», completerà durante il concerto) e spiegava di immaginare per il proprio futuro televisivo non un talent ma uno «spettacolo d’autore» capace di ospitare figure come Umberto Galimberti, e parlava di Antonello Venditti come di «un simbolo per questa città». Per anni Lauro ha costruito la propria identità opponendosi ai simboli esistenti. Oggi sembra interessato a diventarne uno.
L’ingresso in scena lo conferma immediatamente. Compare sul palco vestito di bianco, attraversato da trasparenze e ricami vegetali, con l’aria di un Apollo del Belvedere che abbia scoperto contemporaneamente l’alta moda e Instagram. Questo Apollo non racconta una storia, non rappresenta una crisi, non documenta una lotta. È una figura che esiste già dopo l’avventura, già dopo il cambiamento, già dopo il dolore. È il momento in cui il mito smette di accadere e diventa immagine. Alle sue spalle cresce un albero gigantesco che sembra arrivare direttamente da Valinor, la terra immortale degli elfi di Tolkien, mentre poco dopo compaiono serpenti, mele, richiami alla Genesi, diapositive del bambino Achille proiettate sugli schermi, dediche alle madri e continue allusioni alla rinascita. Nei momenti migliori sembra di ammirare una pala d’altare post-moderna. In altri l’equivalente scenografico di un tatuaggio di dubbio gusto realizzato con risorse praticamente illimitate. Ma quello che conta è che funzioni per il pubblico.
Il pubblico di Achille Lauro meriterebbe uno studio separato, possibilmente finanziato dal Ministero della Cultura, dal Vaticano e da qualche dipartimento universitario di zoologia. Da anni sentiamo ripetere che viviamo nell’epoca delle nicchie, degli algoritmi, delle identità verticali, dei pubblici specializzati, e poi arriva questo ragazzo cresciuto a Montesacro che riesce a riunire nello stesso luogo persone che nella vita ordinaria non condividerebbero nemmeno la sala d’attesa di un laboratorio di analisi cliniche (che a Roma sono divisi in caste).
C’erano adolescenti con la faccia ancora lucida di skincare e futuro; ragazze che ricordavano ogni lettera e cifra di 16 marzo con la stessa concentrazione con cui la loro bisnonna recitava il Credo nella chiesa madre di appartenenza; signore elegantissime che sembravano uscite da una cena ai Parioli ma che, al momento opportuno, gridavano “Perdutamente” con l’intensità e la gestualità di un capo ultras; fidanzati trascinati lì contro la propria volontà e ormai rassegnati come quei pagani che, dopo anni di persecuzioni, finiscono per convertirsi sinceramente; madri che filmavano le figlie mentre le figlie filmavano Lauro mentre Lauro chiedeva di non filmare, generando una catena metafisica di disobbedienza che avrebbe commosso Sant’Agostino.
La componente religiosa era ovunque. Le più giovani, quando partivano certi brani, avevano l’incertezza dei bambini alla prima comunione, quelli che continuano a guardare i genitori per capire se ci si debba alzare o sedere. Le più esperte erano invece terrificanti. Conoscevano ogni risposta, ogni pausa, ogni inflessione. Se Lauro avesse improvvisamente deciso di officiare un sacramento, probabilmente avrebbero saputo cosa fare prima ancora di lui. Una signora dietro di noi ha anticipato di tre secondi una frase del cantante con la sicurezza di chi conosce il futuro o, più semplicemente, ha visto troppe volte la stessa funzione religiosa.
Un gruppo di ragazze, durante una pausa, discuteva se una determinata canzone appartenesse al periodo romantico, a quello maledetto o a quello messianico dell’artista con la stessa precisione filologica con cui un concilio medievale avrebbe potuto discutere della natura del Logos.
Eppure il miracolo vero non era l’entusiasmo ma la convivenza. Per qualche ora l’Olimpico sembrava il luogo in cui tutte le tribù normalmente separate della vita italiana avevano deciso una tregua. L’ufficio marketing e la poesia adolescenziale. L’uptown girl e la provincialotta. Le persone che leggono i tarocchi e quelle che leggono il Sole 24 Ore. TikTok e la Madonna. Una specie di Pentecoste pop in cui tutti parlavano lingue diverse ma riuscivano inspiegabilmente a cantare gli stessi ritornelli. Se qualcuno avesse annunciato che all’uscita sarebbero stati distribuiti, come gadget ufficiali del tour, pani e pesci, probabilmente nessuno avrebbe trovato la cosa particolarmente strana.

Lauro con Venditti. Foto: Giulia Parmigiani/Goigest
A un certo punto, sul finale, arriva Antonello Venditti e accadono alcuni fatti curiosi.
Per tutta la giornata Lauro aveva parlato di lui con una deferenza quasi filiale. «Se c’era un ospite che volevo avere era lui», ci aveva spiegato poche ore prima. «Rappresenta la nostra adolescenza e un simbolo per questa città». La cosa è risultata subito leggermente sospetta. Non perché sembrasse falsa, ma perché arrivava da un artista dotato di una delle forma di ambiguità morali più redditizie della cultura pop italiana: quella di apparire contemporaneamente come il ragazzo più gentile della classe e come qualcuno che, in circostanze particolari, potrebbe decidere di impossessarsi della scuola. Lauro ha sempre avuto il volto di uno che ti aiuterebbe a spingere la macchina in panne sotto la pioggia e, nello stesso tempo, l’aria di chi potrebbe approfittare dell’attesa del carro attrezzi per instradarti a un nuovo schema di marketing piramidale di paramenti sacri. Insomma, a momenti sembra un supervillain redento e, in altri, un eroe che combatte quotidianamente contro la tentazione di diventare un supervillain. Per questo sentirlo parlare di Venditti con un rispetto così esplicito incuriosiva: non sembrava il linguaggio di chi sta preparando un parricidio simbolico ma di chi ha già capito che, a volte, è molto più conveniente ereditare un regno che conquistarlo. E infatti.
Quando finalmente Antonello si materializza sul palco, il boato è tale da produrre un effetto fisico sui timpani. «A volte la realtà supera i sogni», annuncia Lauro. I due restano insieme al centro della scena. Ma è qui che la regia tradisce involontariamente la verità profonda della performance: sugli schermi giganteschi che dominano l’Olimpico Venditti viene letteralmente racchiuso tra due enormi immagini di Lauro, replicate e specchiate, come se il vecchio re di Roma fosse stato invitato a visitare un territorio che nel frattempo ha cambiato sovrano e che lo sta accogliendo sì con deferenza ma comunque stretto tra le due metà di un sandwich umano gusto tatuaggi e occhi azzurro-verde.
La cosa straordinaria è che non c’è alcuna aggressività in tutto questo o volontà di sfratto o esecuzione simbolica del predecessore. Al contrario. Lauro sembra aver capito una cosa che molti artisti arrivati allo stadio comprendono troppo tardi: le istituzioni non si abbattono, si assorbono.
Così Venditti suona il pianoforte e intona Notte prima degli esami, quel raro caso in cui un brano musicale è riuscito a ottenere lo status giuridico di rito di passaggio, e Achille Lauro, anziché continuare a stringere Antonello nella sua morsa, si allontana per fumare una sigaretta. Anzi, la cosa è più subdola ancora: è Antonello Venditti in persona che annuncia al pubblico: «Ora Achille Lauro fumerà una sigaretta».
È uno dei momenti più belli del concerto, tra quelli che non sapevano di messale romano, perché racconta qualcosa che le canzoni, le luci e perfino gli effetti a fiamma non riuscirebbero mai a raccontare. Per anni Lauro ha costruito la propria carriera sul desiderio di essere altro da ciò che esisteva. Adesso sembra interessato a qualcosa di molto più ambizioso: diventare il luogo dentro cui possano continuare a esistere anche le cose che c’erano prima di lui.
Forse il senso di questo primo Olimpico sta tutto lì. Non nei droni, nei numeri da record delle 60mila-70mila persone trasformate per una sera in una sola fidanzata collettiva, grande quanto un Foro Italico. Sta nel momento in cui Antonello Venditti si siede al pianoforte e comincia a cantare e Achille Lauro si allontana per fumare una sigaretta. Per la prima volta Lauro sembra sufficientemente sicuro di sé da potersi permettere di sparire per qualche minuto.
È questa la vera consacrazione che gli stadi concedono ai loro abitanti più illustri: non la possibilità di essere guardati da tutti, ma quella di smettere, ogni tanto, di farsi guardare senza che nessuno distolga gli occhi da ciò che hanno costruito.














