C’è chi sta provando a dare un nuovo suono alla Sicilia | Rolling Stone Italia
Sud sommerso

C’è chi sta provando a dare un nuovo suono alla Sicilia

I Lero Lero, progetto di Alessio Bondì, Donato Di Trapani e Fabio Rizzo, hanno pubblicato un disco che parte dall’archivio sonoro della tradizione regionale per portarlo nel futuro. L’intervista

C’è chi sta provando a dare un nuovo suono alla Sicilia

Lero Lero

Foto: Giulia Parlato

Nell’artwork del primo disco dei Lero Lero c’è un coccodrillo che affiora dalla Vucciria. La sua leggenda passa da Palermo sotterranea, dal Papireto interrato, da una città che ha nascosto sotto l’asfalto anche i propri fiumi. Una storia assurda e perfetta: qualcosa viene da lontano, sparisce sotto la superficie e poi riaffiora quando meno te lo aspetti.

Il progetto nasce da qualcosa che torna. Una tradizione lontana dalla cartolina identitaria e dalla nostalgia della musica di un tempo. Qui c’è un corpo sonoro più ruvido, più ambiguo, più antico e più vivo. Quello custodito nell’Archivio sonoro siciliano del Novecento, fatto di voci di contadini, pastori, lavandaie, carrettieri; e poi canti di sdegno, ninne nanne, lamenti, melismi. Resti di un mondo che sembra lontanissimo e invece è appena dietro l’angolo della memoria familiare.

Dietro Lero Lero ci sono Alessio Bondì, Donato Di Trapani e Fabio Rizzo. Bondì è cantautore palermitano, voce da anni immersa nella lingua siciliana; Di Trapani è tastierista e musicista con un percorso che passa anche da Paolo Nutini e Colapesce Dimartino; Rizzo è produttore, chitarrista e figura centrale della scena indipendente palermitana. L’album d’esordio parte da canti tradizionali siciliani selezionati, arrangiati e prodotti dal collettivo, affiancato in registrazione dal percussionista Giovanni Parrinello. Chiamarlo un lavoro di recupero però sarebbe riduttivo. Nella terra di Battiato, Rosa Balistreri e Alfio Antico si entra dentro una vecchia rovina sonora per scoprire come respira oggi.

«Il nostro suono nasce da un corpo a corpo con le voci dei nostri cantori tradizionali», raccontano. «E si lancia in una suggestione: e se, sulla base di quelle antiche melodie, ci reinventassimo di sana pianta la musica siciliana?». Dal rispetto devoto alla possibilità del tradimento. E il tradimento, nelle culture vive, spesso è l’unico modo per evitare l’imbalsamazione. Lero Lero provano così a immaginare cosa può succedere se quelle voci, quei modi melodici, timbri e ossessioni vengono trascinati nel presente senza addomesticarle. Aggiungono: «Non solo il tradimento della tradizione, ma una vera e propria allucinazione in cui convivono elettronica mediterranea, voci crude e melismi, il timbro di corde microtonali e il mantra dei tamburi a cornice».

Allucinazione è la parola giusta: il disco non ricostruisce un passato perduto in modo lineare, ma lo deforma, lo convoca e lo lascia apparire per lampi. La rende concreta pezzo dopo pezzo: Com’haiu a fari apre con una voce di lavandaia e trasforma l’assenza della madre in una ferita più grande, quasi collettiva. Franculina parte da un canto di carrettiere e lo tende tra chitarra microtonale, basso-synth e tamburello. Salinai nasce da una conta di lavoro dei salinari: la fatica, la fame, la filastrocca che a un certo punto smette di giocare. Cuori ri canna parte invece da un canto di sdegno e lo fa diventare una specie di liberazione nervosa.

Una musica arcaica e futuribile, attraversata da echi di marranzani, canti di lavoro, mantra, cortocircuiti. Il nodo al centro è identitario, politico, quasi metafisico: «Dietro questi canti c’è un mondo per lo più scomparso, lontanissimo e vicinissimo allo stesso tempo». Perché quella Sicilia sembra appartenere a un’altra era, eppure non è poi così remota. Basta tornare all’epoca dei nonni, aprire certi documenti sonori, e ci si ritrova davanti a un immaginario che la modernità ha rimosso più che superato: «Non ci siamo agganciati a questa materia ardente per fascinazione estetica, ma per una domanda che ci ronzava in testa da qualche anno: ma noi, chi minchia siamo?».

Cosa resta di noi quando la modernità ha asfaltato (quasi) tutto? Cosa succede quando la musica di un luogo viene ridotta a decorazione o cancellata perché considerata povera, rozza, non abbastanza presentabile? Secondo loro, «la cosa assurda dell’accelerazione che abbiamo vissuto col boom economico è il fatto che basti andare indietro di qualche decennio e nei documenti sonori di un luogo come la nostra isola trovi melodie, melismi, parole che indicano una filosofia della natura, dell’umano, del profondo, che non ha nulla a che vedere con l’uomo dell’età della tecnica».

In quelle registrazioni c’è un modo di stare al mondo: un rapporto con la natura, ma anche con il sacro, il dolore, il lavoro, il corpo, il cosmo. Un modo che disturba l’idea di progresso come opera di cancellazione: «Si entra in contatto con un modo di vedere il cosmo che è quello dei presocratici, del Mediterraneo arcaico, che in Sicilia era presentissimo fino all’epoca dei nostri nonni». Qui il disco diventa più interessante della solita operazione roots. La sua forza sta nell’assenza di nostalgia e nella scelta di tenere aperto un conflitto: tra memoria e invenzione, tra appartenenza e distanza, tra canto orale e produzione contemporanea, tra Sicilia reale e Sicilia immaginata dagli altri. La musica è anti-folkloristica proprio perché usa la memoria come detonatore, non come conferma identitaria rassicurante. La fa esplodere nel presente. La rende instabile. Funziona come una seduta spiritica venuta bene, più che come una visita guidata nel passato. Le voci non sono campionamenti da nobilitare: sono presenze con cui fare i conti.

«Per noi questa è materia vivissima e presente, di fronte alla quale scompare qualunque problema temporale o nostalgia del passato: ciò che è infuocato è eterno, non subisce il vestito o il filtro di una determinata epoca». Non c’è nostalgia, perché non c’è davvero una distanza da colmare. Ciò che è ancora incandescente continua ad agire, anche quando viene sepolto. O forse proprio perché viene sepolto: «È essenziale e grande e quindi sempre vivo, purché sia celebrato e cantato. Puoi nasconderlo sotto una coltre di asfalto e cemento, oppure sotto il tavolo con vergogna. Ti azzannerà quando e come vuole».

Una cosa sepolta che non chiede permesso per tornare. Come il coccodrillo della Vucciria, appunto. Come la Sicilia che non coincide con la sua versione turistica, televisiva, oleografica o criminale. Da questo punto di vista, Lero Lero non sono isolati. La loro traiettoria intercetta un movimento più ampio, ancora difficile da definire in modo netto, ma evidente: artisti che tornano alla materia orale, rituale, dialettale, ancestrale senza farne museo. «Non siamo sicuri si possa parlare di una vera e propria scena, ma di certo artisti come Davide Ambrogio e Maria Mazzotta stanno percorrendo un cammino molto simile al nostro, dialogando con i propri avi ma con lo spirito proteso al futuro».

Il discorso, però, non si ferma all’Italia: «In altri Paesi del Mediterraneo tutto ciò non è una novità: un’intera generazione di artisti egiziani, libanesi, tunisini, siriani, greci sta creando ponti tra passato e futuro con un mix incredibilmente vitale di suoni ancestrali e produzione contemporanea che non sembra in alcun modo risentire del complesso di inferiorità nutrito per decenni da noi italiani verso la musica anglosassone o di altri Paesi giudicati più avanzati». Da queste parti abbiamo spesso guardato alla modernità musicale come a qualcosa che arrivava sempre da sopra, tra Nord Europa, Regno Unito, Stati Uniti. Come se il futuro dovesse parlare necessariamente un’altra lingua. L’esordio dei Lero Lero suggerisce l’opposto: forse una parte del futuro è rimasta sotto, nel Sud invisibile, nelle voci disprezzate, nelle scale irregolari, nei canti dimenticati perché sembravano troppo poveri per essere importanti.

«Ci piace l’idea, per una volta, di cambiare scena e prospettiva e di volgere lo sguardo non solo al Nord, ma anche all’invisibile, sommerso Sud, spesso distante da noi appena una manciata di chilometri ma per qualche motivo sempre giudicato laterale, esotico, fuori dai confini della musica che conta». La loro chiusura è secca, quasi cartografica: «Hic sunt leones». Il loro disco lascia la Sicilia sporca, luminosa, antica e aliena. È il rumore delle radici che si muovono sotto l’asfalto: sepolte, e proprio per questo vive.