‘Disclosure Day’: crediamo negli alieni, crediamo in Spielberg | Rolling Stone Italia
Loving the alien

‘Disclosure Day’: crediamo negli alieni, crediamo in Spielberg

Il nuovo film del maestro USA è sci-fi, action, thriller, commedia. Ma, più di tutto, una storia per lui profondamente intima. Capace, come sempre, di parlare a tutti. L’abbiamo incontrato a Londra

‘Disclosure Day’: crediamo negli alieni, crediamo in Spielberg

Emily Blunt e, sullo sfondo, Colman Domingo, Tommy Martinez e Josh O’Connor in ‘Disclosure Day’

Foto: Universal Pictures/Amblin Entertainment

Diciamocelo: sarebbe bellissimo. Svegliarsi una mattina e avere le prove che non siamo soli nell’universo, scoprire che la gente che ha detto di essere stata rapita dagli alieni non è pazza, che quelle luci che ogni tanto vediamo nel cielo non sono satelliti, ma astronavi provenienti da altri pianeti in ricognizione. Il problema è che probabilmente qualche E.T. è sceso davvero sulla Terra a vedere se valeva la pena, si è fatto un’idea e avrà pensato: “Mah, ’sti selvaggi stanno bene dove stanno, per il momento”. Gli incontri ravvicinati del terzo tipo che Steven Spielberg raccontava quasi cinquant’anni fa sono ancora una chimera, o forse ci sono stati sul serio e ne sono a conoscenza poche persone che custodiscono gelosamente il segreto, perché il mondo non è pronto a conoscere la verità.

Di questo parla Disclosure Day, il nuovo film del regista, appena arrivato nelle sale, che più di chiunque altro è stato costruttore di mondi e di sogni nella storia del cinema. La meraviglia che ancora proviamo nel vedere un brachiosauro è qualcosa che ci accompagnerà per sempre, e di momenti come quelli nel cinema di Spielberg ce ne sono decine. E anche qui, perché il giorno dello svelamento era in fondo a lungo atteso ed è raccontato usando le forme più pure del cinema, i generi, e con lo stile che da sempre ha contraddistinto questo cineasta eccezionale. Parte come uno spy movie degli anni Settanta, con il fuggitivo Daniel Kellner (Josh O’Connor) coinvolto in uno scambio con un’agenzia governativa fantasma. Quali segreti abbia trafugato lo scopriremo, e in fondo lo sappiamo dall’inizio, ma è il modo in cui ce lo racconta Spielberg che lascia a bocca aperta. Usando tutti gli strumenti del cinema, di quell’arte che, come lui stesso mi ha detto nel nostro incontro a Londra, «ha forgiato la mia, di realtà. Dal cinema traevo le mie informazioni, anche se distorte dall’immaginazione, ed è molto importante non confondere informazioni e immaginazione. Sono stato molto attento nello scrivere il soggetto di Disclosure Day, la sceneggiatura è stata poi scritta da David Koepp. Mi sono basato su ricerche e documenti che ritengo essere reali».

Josh O’Connor in ‘Disclosure Day’. Foto: Niko Tavernise/Universal Pictures/Amblin Entertainment

Disclosure Day è un thriller, un action, un film di fantascienza, una commedia, un dramma esistenziale, a tratti un western, e non mancano delle venature horror. Il mondo cinematico di Spielberg è così, a 360 gradi nei temi, nei generi e anche nei movimenti. Non esiste una quarta parete per lui, d’altronde uno dei suoi marchi di fabbrica è da sempre il ribaltamento di campo attraverso il movimento di macchina, fatto per svelare, per stupire senza pavoneggiarsi. E qui racconta qualcosa che gli sta a cuore da sempre, quello sguardo verso il cielo che ha da sempre, perché se è vero che i film sugli alieni sono quattro nella sua filmografia, lo è altrettanto il fatto che in un modo o nell’altro non sono mai mancati. Erano solo camuffati da altro. Da squalo, da dinosauro, da bambino robot, da apolide in un aeroporto o da giovane truffatore capace di vivere cento vite. L’oggetto non identificato è sempre stato lui, in realtà, che ha sognato di essere rapito sin da ragazzo per non vedere più la sua famiglia disgregarsi. E dato che gli omini verdi non arrivavano, allora si è rapito da solo rifugiandosi nel cinema.

Anche per questo Disclosure Day, al di là del suo impianto spettacolare, è un film che ha profonde radici spirituali, perché è un racconto di redenzione e salvezza. Dell’umanità intera. «Oltre alla scienza, che studia l’ipotesi di altre forme di vita nell’universo che io sono fermamente convinto esistano, credo che questa sia una questione strettamente spirituale», spiega Spielberg. «Non voglio che venga frainteso quello che intendo, come se stessimo parlando di un film della Marvel, ma ci sono persone che hanno un superpotere, perché nel mondo contemporaneo credo che l’empatia si possa considerare tale». È diventata una parola d’ordine nella promozione di Disclosure Day, ed è vero, perché Spielberg è stato empatico nei confronti di sé stesso.

Il fatto che per la prima volta il suo nome appaia come creatore del racconto dice tutto. Ci sono sessant’anni di vita qui dentro. C’è il suo cinema politico, perché Sugarland Express, Lo squalo, lo stesso E.T., per non parlare di Munich, The Terminal, e potremmo proseguire, sono opere fortemente critiche nei confronti degli Stati Uniti, e più in generale di quelle pratiche che limitano la libertà di uomini e donne. E questo aspetto ha da sempre generato una zona d’ombra nelle storie che ha raccontato, solo apparentemente a lieto fine, in realtà cupissime, quasi tragiche, disperate. Il piccolo androide di A.I. passa la sua eternità in una realtà che non esiste perché ha imparato ad amare e ha scoperto il dolore e la sofferenza emotiva. I Precoq di Minority Report sono costretti a vivere da soli in un luogo sperduto per non essere sfruttati come schiavi. Peter Pan è diventato un avvocato di New York: cosa può esserci di peggio.

Questa volta, però, si squarciano le nubi, una speranza, qualcuno che ci viene a salvare dalle nostre miserie. Sarà l’età, è soprattutto sapere dov’è la linea dell’orizzonte, fatto sta che The Fabelmans, e forse prima anche West Side Story, hanno fatto sì che Spielberg si sia liberato completamente, il suo cinema è adesso davvero personale, intimo. Ce l’ha sempre fatto capire, ora ce lo dice apertamente. Il soldato Ryan è sempre stato lui, e ha cercato di meritarsi la vita attraverso i film. Il professor Jones, l’avventuriero archeologo che vuole che i reperti del passato stiano in un museo, così come i grandi film di una volta devono essere conservati gelosamente nelle cineteche. Frank Abagnale, il grande truffatore, quello è Steven Spielberg. Noi crediamo che i dinosauri siano ancora sulla Terra, in una qualche isola sperduta. Noi crediamo davvero che una volta fare i giornalisti e gli editori facesse la differenza (che film The Post, una lezione di vita). Noi crediamo che gli alieni siano tra noi. Soprattutto, noi crediamo in Steven Spielberg.