Andare a vedere gli Offspring è come imbucarsi a una festa in California | Rolling Stone Italia
the kids are alright now

Andare a vedere gli Offspring è come imbucarsi a una festa in California

Siamo stati al Rock in Roma per l’unica data italiana della band, tra nostalgia ed entusiasmo, pogatori accaniti e famiglie con bambini. Il report

Andare a vedere gli Offspring è come imbucarsi a una festa in California

Gli Offspring in concerto

Foto: Giuseppe Craca

Quando arrivo, l’Ippodromo delle Capannelle è immerso nella golden hour. Tra tralicci elettrici e vegetazione sparsa, nel cielo rosa si staglia la sagoma di qualche aereo che decolla. L’aeroporto di Ciampino è qua dietro. In lontananza si intravedono le luci dei Castelli. Per un attimo mi illudo di essere nella California degli Offspring.

Ci sono cerchi che restano aperti per anni. Poi, quando praticamente non ci speri più, arriva la resa dei conti. La mia è stata ieri sera, a Rock in Roma, per l’unica data italiana della band di Dexter Holland. Chissà – mi chiedo – se qui in mezzo c’è qualcun altro che, oltre allo zaino, porta sottopalco un certo carico emotivo. Prima di tutto il resto, per me, c’è stato il punk-rock. A fine anni ’90 il CD di Americana era colonna sonora non di pomeriggi in West Coast, ma di giornate romanissime. L’American Dream, indirettamente mutuato da serie tv, film, moda e videoclip, in un certo senso era – ed è – anche nostro. Contraddizioni incluse. Poco importava se a scuola non c’erano gli armadietti, i quarterback o il club di scacchi. Bastava annusarlo per sprofondarci dentro. Un’operazione generazionale che, ancora oggi, ci riesce alla grande.

Eppure, nonostante il tipo di Pretty Fly (for a White Guy) recentemente tornato in auge anche su TikTok, e classiconi evergreen come The Kids Aren’t Alright rappresentino qualcosa in più di memorie adolescenziali, tra date saltate all’ultimo e imprevisti di varia natura, dal vivo mi ero ritrovata sempre a vedere “altro”. Fino a poche ore fa. Anticipati dagli Sleep Theory e dagli A Day to Remember, che hanno chiuso con lanci di rotoli di carta igienica in pieno stile post-prom, gli Offspring arrivano con una carica micidiale e, va detto, trasversale. Sì, perché a sentirli c’erano almeno tre generazioni: la mia (alcuni commossi, altri – minimo – con le magliette della band, qualcuno con tatuaggi ad hoc), quella prima della mia, ancora molto motivata, e, sicuramente, quella che veniva dopo. Anche parecchio dopo. Diversi Fly Guy, varie camicie a fiori. Capelli ossigenati, ca(p)pelli di traverso. Qualche parrucca. L’energia? Sempre la stessa. Vibrante, spontanea, con la rabbia giusta.

Cosa si riattivi in un live del genere è difficile da spiegare. È come se quella centratura fisica, fatta di cellule, si scaricasse improvvisamente dal petto ai piedi in un asse vitale rimasto sottotraccia. Un memorandum di come stare al mondo. E, così, ad esempio, i pogatori più accaniti riescono a stare accanto a famiglie venute con i figli più piccoli. Mariti e mogli (chi sarà stato il fan dei due?) saltano insieme tra la folla. Io guardo in giro alla ricerca di indizi per tracciare, almeno mentalmente, la mappa anagrafica di chi mi sta intorno. Una ragazza in prima linea fa inquadrare il suo telefono dove c’è scritto che è il suo compleanno. Si becca pure gli auguri dal palco.

E poi c’è l’allestimento spaccone: con scheletri fluorescenti da cui esce fumo, gonfiabili e led psichedelici dalle grafiche acide. La set list porta pezzi dell’ultimo album Supercharged, ma si ripercorre soprattutto la storia del gruppo tra hit come Want You Bad, Original Prankster, The Kids Aren’t Alright e diversi brani tratti da Smash (1994). Quando partono i primi giri è un’onda umana. Non manca inoltre un omaggio ai Black Sabbath e Ozzy Osbourne.

Nell’insieme, sembra di essersi imbucati con successo a un festone in villa, dove Kevin “Noodles” Wasserman e Holland, in pantaloni animalier, dirigono il traffico. D’altra parte, il frontman della band – con oltre 40 milioni di dischi venduti – ha dimostrato che il punk-rock è libertà senza etichette. Recentemente, ha raccontato agli studenti della University of Southern California di come sia stato difficile mettere insieme la sua carriera di musicista con l’idea di proseguire il percorso accademico in biologia molecolare per cui, tempo fa, aveva già ottenuto il dottorato. «La vita non è una linea retta, ma una serie di svolte». Ma non l’ha solo detto, l’ha proprio fatto, superando senso di colpa e idee limitanti, sue e altrui, nella convinzione che creatività e rigore scientifico possano coesistere. «Vi chiederanno: “Cosa farai da grande?”. Come se poteste davvero essere solo una cosa per il resto della vostra vita. Spero che respingiate questa premessa. Spero che troviate la vostra doppia vita e che sfruttiate la forza di gravità delle vostre aspirazioni».