Ryan Condal ha l’aria di uno appena strappato da una sala di montaggio buia da qualche parte a Londra e rimesso sotto i riflettori, giusto il tempo di una première prima di rituffarsi dentro alla terza stagione di House of the Dragon (dal 22 giugno su HBO Max, Sky e NOW). «Stiamo ancora facendo i mix del suono, lo scoring e un sacco di effetti visivi. Che sono l’ultima cosa», spiega. «Hanno dovuto portarmi via gli hard disk prima che la smettessi di aggiungere roba». Un po’ più di fuoco? «Sì!». La mattina stessa della conferenza stampa era al mix stage. La luce in fondo al tunnel, spiega, comincia a vedersi.
Strano mestiere, quello dello showrunner più introverso della Tv epic fantasy. Cresciuto come sceneggiatore cinematografico a colpi di tre atti e punti di non ritorno, Condal confessa che il set è il posto meno stressante che conosca: «Tutto il lavoro duro è già stato fatto con la preparazione: gli attori sanno cosa devono fare, i registi sanno cosa stanno girando. A quel punto è un problema di un sacco di altre persone. Resti lì per quei piccoli accidenti felici che capitano sul momento». Ma il vero amore è altrove, ed è solitario: «Continuo ad adorare il processo di starmene seduto con la sceneggiatura a scrivere. È ancora la mia cosa preferita». Ed ecco il ritratto che vale tutta la chiacchierata: «C’è una parte introversa di me a cui piace stare da sola, nel mio ufficio, con le mie spade e le mie uova». Spade e uova di drago, naturalmente. Perché prima ancora che showrunner, Condal è un collezionista incurabile: «Penso: mi piacerebbe avere questa cosa nello show. Poi me la porto a casa, cercando di essere discreto su quanti oggetti prendo». In fondo, riflette, «produciamo pixel». E un costume, un prop, una spada sono il suo modo di restare connesso fisicamente alla materia: «Per me è quello che significa fare cinema».
Vivere a Londra, sostiene, lo tiene fuori dal frastuono. Ricorda gli anni di Los Angeles, il suo nome stampato su un cartellone gigante sopra il cinema preferito. «Qui hai molto meno quella sensazione. Sono fuori a fare lo show su un’isola». Dove gioca con i figli e lascia che il rumore resti Oltremanica.
E di rumore, dopo il finale divisivo della seconda stagione, ce n’è stato. Qualcosa doveva cambiare? «No, avevamo un piano fin dall’inizio. Ci fermiamo ad ascoltare anche le critiche nel frattempo, ma alla fine questa è un’unica storia». La metafora è teatrale, e gli somiglia: «Arrabbiarsi a metà è come saltare in piedi nel mezzo di una pièce che non ti piace, quando ci sono ancora due atti che devono arrivare». Poi la matematica spietata del fantasy seriale: un anno per scrivere, sette mesi per “fabbricare” i draghi. «Fate i conti: non è possibile uscire ogni anno. E mi dispiace tanto», allarga le braccia. Ai fan che reclamano un drago a stagione, dedica un sorriso e una promessa: la pazienza «verrà ricompensata tra un paio di settimane».
Il tono, assicura, è rimasto saldo dall’inizio: «Uno show alla Westeros, una tragedia familiare». Ma l’umore vira di tinta e «diventa un po’ più cupo». La logica del tit for tat, della rappresaglia che chiama rappresaglia, finisce per cancellare il ricordo di quale fosse il primo torto: la moglie di Viserys che muore? La nomina di Rhaenyra a erede? Aemond che perde l’occhio? «Tutto questo bagaglio, il risentimento, si accumula e si accumula». Un’aria di inevitabilità, che poi è la parola chiave della stagione.
Ogni capitolo dev’essere più grande del precedente, ed è «una delle cose che mi tengono sveglio la notte». Per fortuna, dice, ci sono 2.500 persone che remano nella stessa direzione. «Chi è abituato alle stagioni di Game of Thrones, con la costruzione lenta e l’esplosione a metà strada… be’, stavolta è il contrario. È un modo per rimettere la gente con la schiena al muro, in senso buono». La mossa più spavalda della terza stagione infatti è proprio strutturale: aprire con la Battaglia del Gullet, il più imponente scontro navale mai combattuto nella storia di Westeros. «Suona la campana sul ring, escono dagli angoli e noi tiriamo subito il nostro montante». Un colpo a freddo. «Ma non abbiamo speso tutto il budget qui. C’è un sacco di escalation che arriva da adesso in poi». Il messaggio è inequivocabile: «Ora si gioca sul serio. Non credo che nessuno o niente sia al sicuro». La produzione, en passant, ha pure stabilito un record mondiale dando fuoco a 23 stuntman in una sola ripresa.

Un momento della Battaglia del Gullet. Foto: HBO
I numeri del terzo capitolo tolgono il fiato: 314 giorni di riprese, tre location principali (Londra, dintorni della City e il Galles del Nord) con a volte tre unità che giravano in contemporanea. «Questa stagione è stata un bel rompicapo», sintetizza. Ogni singolo momento con un drago, ricorda, è «una cosa enorme, tonnellate di preparazione».
Sul personaggio di Rhaenyra (finora la “giusta”, o quasi) Condal sfodera la lezione madre di Game of Thrones: «Il Jaime Lannister che butta Bran giù dalla finestra è diverso dal Jaime che incontri a metà show, con una mano sola. Mettiamo i personaggi attraverso esperienze, applichiamo pressioni esterne e poi guardiamo come ne escono cambiati. Un singolo momento non definisce chi quel personaggio sarà per sempre». E rivendica la complessità come marchio di fabbrica: «Non è uno show che cerca di suonare su una nota sola». Rhaenyra eredita da Viserys l’idea di regnare per consenso, ma anche un fardello insostenibile. «Quando dici al personaggio principale che è l’eletto, che gli dèi l’hanno scelto, che ha sei draghi a guardargli le spalle… a un certo punto inevitabilmente questo ci crede». Ed è qui che la serie ammicca al presente: lo affascina, afferma, «il modo in cui certe persone salgono a questi ruoli monarchici, autocratici, religiosi».
Poi c’è Alicent, «un personaggio incredibilmente conflittuale» fin da quando la incontriamo quindicenne. Cresciuta «nel culto della scalata sociale» dal padre Otto, che «le ha inculcato certe idee nel cervello da giovanissima», mentre la faceva entrare letteralmente nel letto del re. Madre di assassini di massa, è divisa tra il non voler veder morire i suoi figli e il non voler veder bruciare il reame intorno a sé. La frizione tra gli dèi dei Targaryen e i Sette, anticipa, «continuerà a essere un tema portante mentre lo show corre verso la conclusione». Ma attenzione a leggerci la cronaca: «Sarebbe un errore farne un’allegoria precisa di quello che succede oggi. Non cambiamo né ci facciamo influenzare dagli eventi attuali». Quello delle donne e del potere, semmai, «è un tema da sempre, non rilevante soltanto oggi».
Tra i volti nuovi, Condal indica Ormund Hightower, nel libro «praticamente un cameo», ora affidato a James Norton: «Ha spaccato. Mi ricorda quando Tywin entrò in scena nel Game of Thrones originale». E lancia l’avvertimento: la vera sorpresa della stagione è l’Aegon di Tom Glynn-Carney. Nel libro il personaggio sparisce per un po’. «Abbiamo il punto A e il punto Z, ma non sappiamo cosa gli succede nel mezzo». Per gli sceneggiatori praticamente un regalo.

Tom Glynn-Carney (Aegon) in ‘House of the Dragon 3’. Foto: HBO
Dietro ogni twist di scrittura, intanto, c’è una complice di vecchia data: Kate Rhodes James, la direttrice del casting. «È la prima responsabile di reparto che ho assunto su questo show, fuori dalla writers’ room. È la mia collaborazione più lunga», racconta Condal, che la difende come si difende un’alleata rara: una che «non è timida nel dirmi quando sto sbagliando». Soprattutto, una che non sceglie per profilo: «Sceglie grandi attori. Ama il mismatch, prendere qualcuno e metterlo in un ruolo inaspettato». Gli esempi sono il marchio della casa: Paddy Considine come Viserys, Matt Smith come Daemon. «Sembrava una palla curva, una roba impossibile. Poi, appena ho visto quella prima foto, non riuscivo più a pensare a nessun altro».
Aspettarsi un lieto fine a Westeros? «Non penso che sia nel menu. Sappiamo dove andiamo a finire, e possiamo pianificare fino a lì. Il grande privilegio di questo show è poterlo chiudere alle nostre condizioni. Stiamo costruendo una serie molto fedele alla storia di Westeros, ma credo che la questione sia provare a lasciare le persone con un certo senso di speranza e di umanità», sorride Ryan. La vera sfida, dice, è non trasformare l’adattamento di Fire & Blood in «una marcia funebre»: pensa all’Anarchia inglese, una dinastia che si dilania da sola. Eppure, «in mezzo a gesti molto sporchi, anche quell’unico squarcio di luce tra le nuvole, il più sottile barlume attraverso la tempesta più nera sembra molto più luminoso». Non certo l’happy ending, dunque, ma «qualcosa a cui i Targaryen possano aggrapparsi» prima di volare verso il capitolo successivo. «Hanno imparato qualcosa da questo martirio incredibile, cupo e autodistruttivo?». Sì, è una domanda retorica.
















