Io non ne posso più di sentire parlare di vita lenta, qualsiasi cosa voglia dire. Mi sembra un concetto che può stuzzicare solo turisti o persone che non l’hanno mai provata davvero. Vivere in un paese o nella provincia più profonda avrà anche degli aspetti positivi, ma la romanticizzazione di questi luoghi in un Paese come il nostro, dove praticamente fai la vita lenta ovunque tranne che a Milano, mi sembra solamente un pretesto per pubblicare carousel prevedibili su Instagram.
Vengo da un paesino di una zona considerata “cool” e che di conseguenza si sta riempiendo di gente che racconta sui social come proprio lì abbia ritrovato sé stessa (facendo spola con Milano, ovviamente). L’altro giorno mi hanno inviato una story di una tizia che scriveva «ho scoperto questo paese, bellissimo». Scoperto. Girare il Monferrato in macchina come esplorare la Tanzania nel 1800, armati di machete.
Dico questo perché la vita delle protagoniste del film di cui vi parlo qui si svolge nella provincia più pallosa che ci sia. Siamo in una non specificata città della Bassa padana, ma potrebbe essere ovunque. E checché ne dicano gli influencer, la vita in provincia può essere una merda vera. Soprattutto se sei considerato un outsider. Come in tutte le questioni faticose, però, ci sono risvolti positivi: salvarti vuol dire scavare in te, trovare una luce e mantenerla accesa. Un po’ come fanno i bambini, o meglio Le bambine.
Per questo quando ho visto il film delle Sorelle Bertani (Valentina e Nicole) – evento speciale fuori concorso all’ultimo Milano Film Fest e nelle sale con Adler Entertainment dall’11 giugno – ho capito subito quello che volevano raccontare: dare degli stimoli a chi si è sentito schiacciato da una realtà da cui ha dovuto salvarsi. Perché bambini lo siamo stati tutti, ma a volte bisogna tornare a ricordarci come si fa. Questa è una storia raccontata da un punto di vista femminile e queer, ma che «tanti uomini e ragazzi hanno compreso profondamente», mi dicono le registe al telefono.
E quindi per il loro esordio insieme (Valentina aveva già diretto La timidezza delle chiome, di cui vi parliamo qui) le sorelle hanno scelto di raccontare quelle fiammelle che ti tengono vivo in un posto dove tutti si somigliano tranne te. E tolti i momenti instagrammabili, appunto, da condividere rimangono famiglie disfunzionali, non detti, genitori assenti, dipendenze.
Dentro Le bambine c’è poi il concetto di sorellanza, inteso come qualcosa che non capita solo tra femmine, ma tra chi si riconosce. «Per noi era importante parlare di amicizia femminile, ancora poco rappresentata. Da bambine è qualcosa di speciale: è l’inizio della sorellanza, ma anche del concetto di famiglia che ti scegli», dicono le registe. «Nel film le tre bambine e Carlino (uno dei personaggi chiave, nda) formano una famiglia alternativa, una famiglia queer nel senso più ampio del termine, fatta di affetti, di appartenenza. Questo è un film in cui gli adulti appaiono spesso immaturi, mentre i bambini – anzi, le bambine – sembrano avere una consapevolezza sorprendente».

Foto backstage scattata dalle bambine con Fujifilm QuickSnap monouso in pellicola. Gentile concessione Sorelle Bertani
La trama è semplice: in una caldissima estate degli anni ’90, Linda, Azzurra e Marta si trovano ad affrontare la vita che diventa più grande di come dovrebbe essere alla loro età. Non vogliamo spoilerare troppo. A salvarle la magia, la curiosità, e tutte quelle caratteristiche che quando diventiamo grandi un po’ perdiamo per strada. «Ci interessavano i personaggi che non si conformano», dicono le Bertani. «Sono loro a portare immaginazione, cambiamento e libertà. In fondo, sono il vero motore della provincia».
Un po’ come nel premiatissimo Le città di pianura, anche qui, in maniera diversa, viene raccontata una sorta di rivendicazione a «non perdere la capacità di stupirsi», dicono le registe. «Una rivendicazione a rimanere “bambine” il più a lungo possibile». Perché è bello, perché può salvarti la vita.
Il tutto immerso in un dettagliatissimo immaginario anni ’90, tra gelati Sammontana, baretti con le sedie di plastica ben prima di Bad Bunny, sale giochi e inadeguatezza emotiva di chi ci ha cresciuto. «La storia nasce da un’esperienza molto personale e traumatica della nostra vita, che però abbiamo rielaborato attraverso il cinema. All’inizio ci dissero che raccontare una storia di bambine e dipendenza era una pessima idea, che sarebbe stato impossibile farne un film. Per fortuna abbiamo deciso di andare avanti lo stesso».
Per fortuna, sì, perché sono uscito dal cinema ricordandomi che la provincia, per dura che sia, può essere molto altro. Ci faccio subito un reel.












