Riascoltare senza pregiudizi ‘Invisible Touch’ dei Genesis 40 anni dopo | Rolling Stone Italia
1986-2026

Riascoltare senza pregiudizi ‘Invisible Touch’ dei Genesis 40 anni dopo

Il 9 giugno 1986 usciva in Europa il disco peggiore della band, che è anche il suo best seller. A fianco di pezzi irricevibili e timbri plasticosi c’erano passaggi pregevoli

Riascoltare senza pregiudizi ‘Invisible Touch’ dei Genesis 40 anni dopo

Genesis

Foto: Paul Harris/Getty Images

Invisible Touch è un’emerita schifezza. Non è solo il punto più basso toccato dai Genesis, ma è anche uno dei dischi più brutti mai pubblicati nella storia della musica. Un’immondizia, un’oscenità, una cosa che non dovrebbe esistere.

Potrei andare avanti a lungo riportando i commenti ascoltati negli ultimi quattro decenni a riguardo del tredicesimo album della band inglese. Commenti che anche io ho spesso condiviso. Non a caso l’ho inserito all’ultimo posto nella classifica dei dischi dei Genesis. Una posizione che merita ampiamente. Quando però ti trovi a pensare a un’opera che tutti giudicano pessima è inevitabile porsi alcune domande. Domande che si scontrano con un oggettivo riscontro planetario. Invisible Touch è infatti uno dei dischi più venduti della band inglese. I numeri parlano chiaro: 15 milioni di copie in tutto il mondo e cinque singoli nei primi cinque posti della classifica americana, con la title track a toccare la vetta. Come è possibile? Parafrasando Elvis: 15 milioni di persone possono sbagliarsi? Non si può giudicare un album dal suo successo, fama e qualità sono cose slegate, ma nessuno mi toglie dalla testa che ci debba essere qualcosa in Invisible Touch che va oltre l’apparenza e che i fan spesso un poco prevenuti (me compreso) non hanno colto. Turiamoci quindi il naso, mettiamo il disco sul piatto e proviamo a capire.

Il cammino è chiaro: prima l’abbandono di Peter Gabriel, poi quello di Steve Hackett. A seguire il ridimensionamento delle strutture progressive che via via si fanno sempre meno avventurose e si adagiano su un velluto pop. Oh, del resto i Genesis dovevano pur campare. Provateci voi a essere un gruppo prog nel 1977-78. Quando imperavano post punk e disco music e tu povero musicista abituato a piazzare polpettoni da 20 minuti senza che i discografici dicano nulla (visto che quella roba vendeva, tanto bastava) sei costretto, se vuoi continuare a lavorare a certi livello, ad adeguarti al panorama musicale e fare di necessità virtù. Ma i Genesis hanno iniziato a suonare il progressive non esisteva e la loro massima aspirazione era quella di mandare dei singoli in classifica, come autori-esecutori o anche semplicemente come autori. Poi è arrivato il prog e le ambizioni son cambiate.

Quando il panorama musicale, nella seconda metà degli anni ’70, cambia drasticamente, i Genesis non devono fare altro che rispolverare le loro antiche ambizioni e (ri)mettersi al servizio della pop song. Pop song che si divertono, almeno fino a un certo punto, ad arricchire con stimoli melodici e armonici presi dalla loro esperienza progressive. Qualche esempio: Many Too Many, Undertow, Guide Vocal, Heathaze, Me and Sarah Jane, Silver Rainbow. Qui è soprattutto Tony Banks a imporsi e far sì che ok, strofe e ritornelli al loro posto ma mettiamoci anche degli accordi un po’ strani, inaspettati, rendiamo la canzone più ricca e interessante. Poi c’è sempre spazio per includere brani prog adeguati al gusto presente che possano spingere i fan di vecchia data all’acquisto. Vai quindi di Down and Out, Burning Rope, Duke’s Travels/Duke’s End, Dodo, Home by the Sea. In tutto ciò gli altri due cercano di spingere sul pedale della semplicità. Lo ha dimostrato la Follow You Follow Me di Rutherford che si può andare oltre lo status di cult band, piazzare un singolo nelle classifiche americane e magari cominciare a vedere tra il pubblico, oltre ai i soliti nerd, anche qualche donna. Con buona pace di Banks ecco quindi apparire le varie Misunderstanding, That’s All, Illegal Alien e via dicendo, con gli antichi fan a inorridire e i portafogli dei tre a gonfiarsi. Complice anche il successo solista di Phil Collins che a un certo punto è tale da far sì che tutto quello che egli tocchi diventi oro. E siccome la sua voce caratterizza i Genesis ecco che anche questi ne beneficiano. Del tipo che non importa a nessuno a chi appartenga un determinato disco, basta che ci sia Phil ed è fatta.

Da ricordare inoltre che nel 1985 Collins è reduce dal boom clamoroso di No Jacket Required. E il fatto che un anno dopo esca Invisible Touch è di un tempismo perfetto. Un disco lanciato in orbita dalla title track, la cosa più demenziale che i Genesis hanno fatto fino a quel momento. Con un ritornello che ti verrebbe da prenderli a scudisciate. Ma è chiaro che con un ritornello così, unito all’appeal dei successi collinsiani, si trovi un pubblico bendisposto. Poi sta arrivando l’estate del 1986 che è frizzante e sbarazzina, piena di bella musica, di divertimento, di cose che vanno a gonfie vele nonostante lo spettro della Guerra fredda e una delirante amministrazione Reagan. Ma chi se ne frega, Invisible Touch acchiappa e ci si può dimenticare di tutto, anche del fatto che questi signori sono gli stessi che hanno composto Supper’s Ready (che, guarda caso, si apriva con un pezzo strofa e ritornello, Lover’s Leap).

Genesis - Tonight, Tonight, Tonight (Official Music Video)

Detto del perché tanti si innamorano di Invisible Touch, resta da capire se veramente è così malvagio come sembra. È anzitutto vero che il refrain della title track è di una banalità assoluta, ma le strofe no, il giro di accordi, tipicamente banksiano, è stimolante al punto giusto per un orecchio abituato agli strali prog. Tutt’altro che scontato. E poi che succede? Altre amenità? No, un brano di quasi 10 minuti (!) dalle atmosfere oscure e con un testo sulla droga. Nonostante sia anch’esso un singolo arrivato in alto in classifica, Tonight, Tonight, Tonight è un bell’aggiornamento dell’attitudine progressive dei Genesis. Cosa è che stona allora? I suoni. Rutherford è passato dal doppio manico Rickenbacker alle striminzite sonorità di chitarre e bassi Steinberger (piccoli anche nelle fattezze); Collins ha messo da parte il suo set e si è dato alle agghiaccianti Simmons, che solo se ti chiami Bill Bruford e suoni nei King Crimson sai come rendere interessanti; Banks ha cestinato da tempo Hammond, Mellotron e sintetizzatore ARP a favore di Yamaha DX7, Prophet-10 dei quali il tastierista sceglie i timbri più brutti.

Ne deriva che Invisible Touch suoni di plastica, anni ’80 e kitsch (memorabile la presa per i fondelli da parte di Bret Easton Ellis, che in American Psycho lo rende album favorito del delirante protagonista, come a dire che solo un pazzo può gradire una roba del genere). Purtroppo i nostri, a quasi 40 anni, si fanno rimbecillire dal desiderio di volere sembrare a tutti i costi giovani e apparire alla moda. Quando i veri gruppi giovani (Talk Talk, Tears for Fears), sapevano operare con gusto senz’altro più sopraffino. Se noi levassimo da Invisible Touch tutti i quintali di finto, sarebbe un’altra cosa. Non dico che le canzoni brutte diventerebbero belle ma parte della loro bruttezza è indubbiamente data dai suoni. Anche perché qui dentro ci sono melodie di rara bellezza. In Too Deep ad esempio è una Many Too Many rinverdita, con il pianoforte di Banks a ricordare una classe non sfumata. E viene da pensare che nessuno ha imposto Invisible Touch ai Genesis, e non credo lo abbiano fatto per diventare (più) ricchi. Si sono ritrovati negli studi The Farm, hanno cominciato a improvvisare e sono uscite quelle cose, in maniera spontanea. Quindi non possiamo accusare i nostri di furbizia, in quel momento si sentivano così e questo hanno tirato fuori. Magari però un calcio nel sedere a Hugh Padgham che ha consigliato loro certi suoni forse sarebbe stato il caso di darlo. Ma visti i risultati commerciali, alla fine che vuoi dirgli?

In Invisible Touch c’è anche posto per uno dei rari momenti di impegno sociale dei Genesis: Rutherford piazza una Land of Confusion che buffoneggia sullo spettro della guerra atomica. Il brano è lanciato da un video spettacolare con i pupazzi animati Spitting Image, che ospitano caricature di Khomeyni, Brežnev, Gorbačëv, Reagan, Nixon, Gheddafi, Mussolini, Michael Jackson, Madonna, Prince, Sting e degli stessi Genesis. L’ironia che da sempre caratterizza il gruppo viene a galla e in fondo non è peccato accostare, a livello filosofico, Land of Confusion a cose come Harold the Barrel, Get ’Em Out by Friday, Counting Out Time e altre. Il filone è quello e non è mai stato abbandonato. Se però c’è un momento realmente vomitevole in Invisible Touch, quello è Anything She Does, indubbiamente la cosa peggiore mai incisa dai Genesis. Pezzo collinsiano fatto e finito, ma di un Collins andato a male. Peccato perché è l’unico momento in cui Phil suona una batteria vera, e si sente. Quando pensi di essere sprofondato nella merda più totale ecco l’ennesimo spiazzamento: i 10 minuti di Domino, mini-suite in due sezioni, una atmosferica e l’altra incalzante. Nulla che abbia a che fare con i capolavori del passato ma un altro ottimo brano che traghetta il prog nel 1986 e, pur con tutti i soliti suonacci, è capace di dire qualcosa, di emozionare, specie nella parte sospesa centrale e nell’inquieta cavalcata caratterizzata da testi come “The liquid surrounds me / I fight to rise from this river of hell”, che sembrano provenire direttamente da The Lamb.

Genesis - Domino Medley (Official Audio)

Di questo pezzo Collins ebbe a dire che nelle sue canzoni soliste non avrebbe mai cantato frasi come “Nylon sheets and blankets help to minimize the cold”. Qui si nota la distanza tra la poetica del batterista e quella del tastierista. Chiaro che certe cose non fanno parte del bagaglio del primo (e chissà quanti punti interrogativi nella sua testa ascoltando i testi di Gabriel), ma in certi casi meglio parlare di doppi vetri o lanciarsi nell’ennesima lagna sentimentale? È già tempo di Throwing It All Away, che dal vivo diventerà un tormentone indigesto, ma che nella versione in studio ha una sua dignità, una verve melodica di grande presa ma non banale e la giusta dose di malinconia autunnale che aveva caratterizzato i Genesis di And Then There Were Three e Duke. Il disco si chiude in bellezza con un pezzo strumentale industrial-sinfonico come The Brazilian, che suona come la perfetta colonna sonora mancata per il Brazil di Terry Gilliam. E si sa, i Genesis, sono sempre stati grandi fan dei Monty Python.

Niente è ciò che sembra, diceva Battiato. E questo vale per Invisible Touch. Apparentemente è osceno. E in parte è vero. Ma è anche vero che chi lo critica forse lo ha ascoltato solo una volta e poi lo ha cacciato nella spazzatura. Invece bisogna fermarsi, esplorarlo, cogliere le sue sfumature con calma, senza lasciarsi condizionare da idee preconcette. Arrivare a comprendere il modo e il tempo in cui i Genesis lo hanno concepito, adattare l’orecchio a suoni che oggi appaiono irrimediabilmente datati e penetrare le trame delle canzoni, che spesso sono imbevute dello spirito tipicamente genesisiano, anche se sepolto sotto tonnellate di plastica.