Mentre ieri sera guardavo il nuovo film di un regista che, per noi nati in quegli anni lì, è Il Cinema (c’è l’embargo ancora per qualche ora, ma non ci vuole Poirot per capire di chi sto parlando), ripensavo alle parole dette un paio di giorni fa dal capo della divisione film di Netflix, e riverberate sui social (o meglio: sulle paginette nerd di cinema che seguo io) come se fossero il calcio d’inizio della terza guerra mondiale.
In un incontro pubblico organizzato dal New York Times, il capo della divisione film di Netflix, che si chiama Dan Lin, ha detto che «c’è un gruppo di registi che continua a preferire la distribuzione nelle sale. Sono registi con cui abbiamo deciso di non lavorare più». Netflix si è fregiata negli anni di aver collaborato con grandi nomi (Scorsese, Cuarón, Campion, del Toro, eccetera). Li ha portati ai grandi festival, ci ha vinto grandi premi. Tutti i loro film, prima di arrivare sulla piattaforma, sono passati dalla sala (anche perché altrimenti certi premi non avrebbero potuto vincerli: il patto stava bene a entrambi). Ora, sembra di capire, non interessa più.
(Eccezion fatta per il solito Nolan, perché i giornalisti hanno sempre poca fantasia e ormai l’equazione è “sala = Nolan”, come se tutti gli altri non esistessero; interpellato prevedibilmente su questo – e se vi doveste trovare a produrre un film di Nolan, che è il paladino della sala? – Lin ha risposto: «Se e quando presenterà il suo nuovo film [agli investitori], la questione sarà capire se potremo ospitarlo e cosa dovremmo fare per renderlo possibile»).
In realtà, ci sono già dei distinguo, fra le prossime produzioni importanti di Netflix. È già stato annunciato che il film tratto dalle Cronache di Narnia a cui sta lavorando Greta Gerwig avrà un passaggio in sala nel 2027; e lo stesso sembra valere per The Adventures of Cliff Booth di David Fincher, seguito/spin-off di C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino per cui è già prevista un’uscita IMAX a dicembre – in tempo, guarda un po’, per la Awards Season.
Ma lo scenario a cui guardare è, sembrerebbe di capire, più in là nel futuro, per quanto non troppo remoto. Il regista dell’anteprima di ieri sera è uno di quelli che della questione “sala vs. piattaforma” hanno fatto una battaglia culturale. È quello che, ai tempi del secondo Top Gun, ha detto a Tom Cruise: «Hai salvato il culo a Hollywood, e forse hai salvato anche la distribuzione nelle sale».
La questione insomma è annosa, semplicemente si ripropone in diverse forme di stagione in stagione. «Un errore che ho commesso quando sono entrato in azienda», ha detto Lin nella chiacchierata col NYT, «è stato che i registi mi dicevano “Ti prego, dimmi la verità”, e io lo facevo. Ma quando dicevo loro la verità, capivo che forse non volevano sentirla. Ora sto imparando a capire meglio le persone. E se qualcuno mi dice che vuole sentire la verità, gliela dico in un modo che sia il più costruttivo possibile».
Forse, più che una dichiarazione di guerra, la sua è solo un’ammissione di verità che tutti dovremmo accettare. Ci sono due pubblici diversi, punto. E forse nessuno mangerà l’altro, anzi. L’utente medio che su Netflix guarda Office Romance con Jennifer Lopez (al momento al n. 1 dei film sulla piattaforma) non è probabilmente mai incappato in The Irishman: anzi, forse non gli è proprio mai apparso in home.
È una verità che fa male ai pochi cinefili duri e puri rimasti, quelli che la sala è sacra, che lo streaming ha ucciso il cinema, che le piattaforme sono il male (salvo aver sottoscritto diciotto abbonamenti perché certi film “da festival” solo in certe piattaforme li puoi trovare). E se questo, invece, fosse l’inizio per fare un po’ di ordine? Di qua un’esperienza (chiedo scusa), di là l’altra.
Backrooms è un fenomeno nato in rete. Il regista Kane Parsons, che tra pochi giorni compirà 21 (VENTUN) anni, ha iniziato a 16 a trasformare quel meme (o lore, o come diavolo si dice: non parlo questa lingua) in una serie su YouTube. Un regista più nativo digitale (chiedo scusa) di lui non c’è. Stacco: Backrooms, il suo esordio alla regia costato 10 milioni di dollari, ne ha fatti 118 nel mondo nel primo fine settimana (ora è arrivato a 212). L’85% del suo pubblico, secondo stime USA, ha meno di 35 anni, il 50% addirittura meno di 25. Lo stesso sta succedendo con un altro horror, Obsession di Curry Barker: 750mila dollari di budget, e al momento 209 milioni a livello globale, con una platea che in media ha tra i 18 e i 25 anni. Tutto questo è accaduto nelle sale, luoghi – ci siamo raccontati in questi anni – disertati da tutti, figurarsi dai giovanissimi. E invece.
Forse serviva solo che arrivasse qualcuno a dire la verità. Che fra le righe, senza snobismi, spiegasse che non possono essere tutti uguali a tutti: con gli stessi titoli che performano (chiedo scusa) ovunque li piazzi, prestigiosi ma pop, trionfatori ai premi importanti ma anche al n. 1 in 190 Paesi. Forse specializzare le platee farà solo bene al cinema. E al regista del film di ieri sera vorrei solo dire che questo weekend il suo film lo andranno a vedere in tanti. In sala. Anche (soprattutto) se c’è J.Lo su Netflix.
















