Tära, soffia un vento palestinese nel pop italiano | Rolling Stone Italia
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Tära, soffia un vento palestinese nel pop italiano

La cantante e content creator italo-palestinese negli ultimi anni ha costruito una community fedele sui social affrontando temi come diversità e appartenenza. È tutto nel suo primo EP ‘Zefiro’

Tära, soffia un vento palestinese nel pop italiano

Tära

Foto: press

Non tutte le artiste esordiscono con un progetto musicale. Alcune esordiscono prima ancora di pubblicare una canzone, costruendo un immaginario, una comunità, un modo di stare nel mondo. Tära appartiene a questa categoria. La sua musica arriva come il punto di approdo di un percorso iniziato molto prima, tra ricerca personale, identità diasporica e necessità di rappresentazione.

Tära, nome d’arte di Tamara Al Zool, è una cantante e content creator italo-palestinese che negli ultimi anni ha costruito una community fedele sui social affrontando temi come la diversità e l’appartenenza. Dopo essersi affermata online grazie a un racconto autentico delle proprie radici e della propria esperienza di seconda generazione, ha trasformato quel percorso in un progetto musicale che fonde R&B contemporaneo, pop e influenze levantine, culminato nell’uscita dell’EP d’esordio Zefiro.

Nata e cresciuta in Italia, con radici palestinesi e una formazione culturale attraversata da lingue, religioni e riferimenti differenti, Tära racconta di aver trovato nella quarantena del 2020 il trigger del suo processo creativo: «Mi trovavo in una situazione in cui avevo tante persone intorno, ma molte cose non mi rappresentavano», spiega. È l’inizio di un percorso di riconciliazione con sé stessa, lontano dall’idea di dover assomigliare a chi la circonda per essere accettata.

La sua storia è quella di una ragazza cresciuta percependosi spesso come l’unica. L’unica con una determinata provenienza, l’unica con una certa esperienza familiare, l’unica a portare sulle spalle una memoria collettiva che gli altri sembravano conoscere solo superficialmente. Una condizione che, come racconta, l’ha portata inizialmente a cercare l’adattamento e successivamente a comprendere che l’identità non è qualcosa da smussare ma da abitare.

TÄRA - Diaspora (Official Music Video)

È da qui che nasce la sua arte. Non come esercizio estetico ma come conseguenza diretta di un lavoro interiore. «Tutto quello che oggi trasmetto musicalmente, a livello di scrittura e di immagine, è il risultato di questa ricerca personale», racconta.

Per questo definire Tära soltanto una cantante sarebbe riduttivo. Il suo percorso passa anche attraverso i social media, terreno che lei rifiuta di considerare separato dall’espressione artistica. In un momento storico in cui la distinzione tra creatore di contenuti e artista viene continuamente discussa, la sua posizione è netta: la costruzione di contenuti è anch’essa una pratica creativa. «C’è arte anche lì. Ci sono giorni di lavoro per pensare a come realizzare una cosa».

Non c’è alcun tentativo di prendere le distanze dalla dimensione digitale. Al contrario, Tära la rivendica come spazio di costruzione culturale. Non una scorciatoia verso la musica ma uno degli strumenti attraverso cui sviluppare una visione. «Uso i social per lasciare qualcosa, per lasciare un segno». Ma è quando il discorso si sposta sulla Palestina che emerge il nucleo più profondo del suo progetto. Per Tära la relazione tra arte e politica non è una questione teorica. È una realtà inevitabile. «Ho sempre pensato che l’arte dovesse comunicare», dice, quasi sorpresa che qualcuno possa immaginarla diversamente.

Nelle sue parole torna spesso il concetto di ferita. Una ferita palestinese che descrive come qualcosa di difficile da spiegare a chi non l’ha vissuta, una sensazione di incomprensione che attraversa l’esperienza personale e quella collettiva. Gli ultimi anni, segnati dall’escalation del conflitto in Medio Oriente, non rappresentano per lei una scoperta ma piuttosto la dolorosa conferma di una storia che conosce da sempre. Quello che l’ha colpita maggiormente non è stato soltanto assistere agli eventi, ma osservare la distanza emotiva con cui gran parte dell’Occidente li ha percepiti. Per questo il suo attivismo nasce prima ancora della musica e si traduce in un lavoro costante di testimonianza e memoria. «Se non lo faccio io per il mio sangue, non lo farà nessun altro».

La dimensione politica, però, non schiaccia quella artistica. Al contrario, ne diventa il motore creativo. Nei suoi brani convivono autobiografia, appartenenza e sperimentazione culturale. Le influenze dichiarate spaziano da Michael Jackson a Shakira, da Adele alla musica araba, libanese e siriana ascoltata durante l’infanzia. Anche la scrittura nasce da questa condizione di confine. Cresciuta bilingue, Tära vive il passaggio tra lingue e mondi come un gesto naturale, quasi automatico. Lo stesso accade sul piano sonoro, dove strumenti e suggestioni della tradizione levantina dialogano con una sensibilità contemporanea occidentale.

«È nella comunità che si trova la cura», dice parlando delle esperienze di discriminazione vissute durante la crescita. Tutte queste tensioni – identità, appartenenza, memoria, rappresentazione – trovano una prima sintesi compiuta in Zefiro, l’EP d’esordio che segna l’ingresso di Tära nel panorama musicale italiano. Sei brani che funzionano come capitoli di uno stesso racconto e che restituiscono la complessità di una giovane artista sospesa tra mondi differenti senza mai sentirsi obbligata a scegliere uno solo di essi.

 

 
 
 
 
 
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Il titolo prende in prestito il nome del vento di ponente e lo trasforma in una metafora esistenziale. In Zefiro il movimento diventa una condizione permanente: geografica, culturale, linguistica ed emotiva. È il filo invisibile che collega l’Italia al Levante, il presente alla memoria familiare, la dimensione privata a quella collettiva. Non è un caso che il progetto si apra con Mezzaluna e Diaspora, due brani che affrontano il tema della distanza da prospettive differenti: la prima come nostalgia condivisa, la seconda come esperienza identitaria vissuta sulla propria pelle.

Per Tära, del resto, la musica nasce direttamente da un percorso di ricerca personale. «Tutto quello che oggi trasmetto musicalmente, a livello di scrittura, a livello di immagine, è il risultato di questa ricerca». Lungo il percorso emergono poi la rivendicazione di una bellezza non conforme di Hala, le tensioni culturali raccontate in Petra e soprattutto Yafa, probabilmente il cuore emotivo del lavoro. Più che una semplice raccolta di canzoni, Zefiro appare come una dichiarazione d’intenti: la prima mappa di un universo artistico che Tära sta costruendo pezzo dopo pezzo, evitando tanto il folklore quanto l’esotismo.

In una scena che continua a interrogarsi sulla capacità di raccontare identità complesse e di esporsi politicamente, Tära appare come una figura destinata a occupare uno spazio preciso: quello di chi usa il pop come archivio emotivo, la musica come linguaggio politico e la propria biografia come ponte tra mondi differenti.