Prendersela con Spotify non basta | Rolling Stone Italia
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Prendersela con Spotify non basta

Parla Liz Pelly, l’autrice di ‘Mood Machine’, il libro che ha rivelato il lato oscuro delle piattaforme di streaming e degli algoritmi che orientano gli ascolti. La soluzione? Passa dalla riforma del sistema, ma anche da tutti noi

Prendersela con Spotify non basta

Foto: Europeana/Unsplash

È stato un piccolo caso editoriale quando è uscito, Mood Machine di Liz Pelly: uno di quei rari casi di libro ad argomento musicale, anzi, ad argomento industria musicale capace di entrare nelle conversazioni degli appassionati qui in Italia prima ancora di venire tradotto. Ora EDT ha colmato questa mancanza: il documentato e appassionatissimo lavoro di Liz Pelly è disponibile anche nella nostra lingua, nel nostro mercato. Ed è un gran bene, visto che gli argomenti affrontati in quasi 400 pagine – che scorrono via molto bene – hanno una portata decisamente globale, esattamente come globale è il meccanismo industriale che sta dietro alle piattaforme di streaming.

Certo, a dirla tutta il successo di Mood Machine si basa anche sulla possibilità di poter apparentemente trovare & eleggere un capro espiatorio di tutti i mali e di dare così all’untore, untore colto per giunta dalla Pelly – con un ottimo lavoro di indagine – ad ingannarci in maniera fraudolenta, così da essere ancora più detestabile. Parliamo di Spotify, naturalmente. In realtà il libro va molto al di là di questo, molto al di là di Spotify stesso; e, per quanto appassionato e partigiano, non offre e non ama soluzioni semplici.

Ne abbiamo parlato con l’autrice, durante un assolato pomeriggio milanese seduti al tavolino di un bar. Senza musica in streaming in sottofondo.

Allora, partirei con una domanda molto banale: te l’aspettatevi tutta questa attenzione attorno a questo libro? Per dire, guarda adesso: sei in Italia, a Milano, che ne stai parlando con Rolling Stone Italia
Mettiamola così: sapevo che un po’ di persone della scena americana più indipendente e alternativa si sarebbero interessate all’argomento. Prima ancora che uscisse il libro ero già stata invitata in quel giro lì a molti talk e panel sulla questione e, insomma, tutti erano molto interessati. Quello di cui avevo meno sicurezza era quanto tutto questo potesse invece interessare a un pubblico più generalista e globale… Lo sai, oggi sembra difficile far interessare le persone alla musica, intendo a tutto ciò che le sta dietro, esattamente come è difficile farle interessare ad argomenti come i problemi sulla privacy, sulla sorveglianza, sui diritti del lavoro. Parliamoci chiaro: oggi, se inizi a lamentarti delle storture del mondo dell’industria musicale e di quanto sia difficile sopravviverci, se non si è pienamente inseriti in questo stesso mondo stando chiaramente dal lato dei forti e dei potenti, quello che hai in risposta è sempre un «Sì, ok, ti lamenti, tu e la musica… Però ecco, potresti trovarti un lavoro vero».

Difficile darti torto.
Dopodiché la cosa interessante è che questo libro ha iniziato ad essere oggetto di discussione anche presso un pubblico più ampio. Ad esempio, anche fra gli appassionati di tecnologia in generale.

 

Liz Pelly. Foto: Felix Walworth/EDT

Però fammi fare l’avvocato del diavolo: sì, quando Mood Machine è uscito ha raccolto un bel po’ di attenzione non solo presso gli addetti ai lavori ma anche presso gli appassionati, in modo per niente scontato, ma mi è sembrato che il grosso dell’attenzione che raccoglieva fosse perché, diciamolo, chiamava all’indignazione facile contro Spotify per la faccenda della musica prodotta dai bot: «Ehi, guardate che trucco usano, che schifosi disonesti». Quando in realtà è il libro è molto più vasto e articolato, come argomenti affrontati…
Non sei il primo che fa osservazione e, insomma, devo dire che è corretta, non posso negarlo. Effettivamente questa dinamica dell’indignazione ha preso piede, all’inizio. La mia speranza è che magari qualcuno parta dalla critica verso Spotify, quello che può essere insomma il “gancio” iniziale, per poi però arrivare a capire che è il caso di fare una critica profonda e sostanziale a tutti i meccanismi dell’industria musicale. La verità è che se ti fermi sulla questione Spotify, ti perdi quella che è la vera essenza dei problemi e delle storture nel loro insieme. Soprattutto, aggiungo, non capisci che il modo in cui è cambiato il funzionamento dell’industria musicale attraverso la pratica dello streaming – e i pericoli che ciò comporta – sarebbe stupido ricondurlo a un’unica azienda, per quanto grossa e potente.

Permettimi di insistere: ho visto però molti che si sono abbandonati al linciaggio contro Spotify, usando il tuo libro, anzi, parti di esso come clava, e non è che siano andati molto oltre.
Hai ragione. È vero: c’è chi del mio libro ha capito poco, e lo ha usato come motivazione per lanciare una campagna di boicottaggio contro Spotify e solo Spotify – quando in tutto il libro io mai ho scritto e nemmeno alluso a una cosa del genere. Non c’è nessun passaggio in cui io dica una cosa tipo «Bene, adesso uniamoci tutti quanti e cancelliamo i nostri account Spotify». Che poi, magari la questione fosse così semplice! Magari! Magari bastasse solo cambiare servizio di streaming per vedere scomparire tutte le storture che ci sono oggi… Non esiste una soluzione semplice per tutto quello di sbagliato che sta succedendo, e ne sta succedendo parecchio. No, non esiste. Anche perché lo stato delle cose a cui siamo arrivati nasce da un lato da un approccio sistemico da parte della grande industria, ma dall’altro nasce anche dalle nostre scelte individuali come consumatori. È un insieme delle due cose. Di sicuro è necessario ragionare su meccanismi di protezione del lavoro piuttosto che della speculazione finanziaria, meccanismi che proteggano in primis i musicisti: questo è il senso più importante di Mood Machine probabilmente. Nel libro per dire do qualche esempio di alleanze tra musicisti nate dal basso, offro delle proposte: nulla che al momento possa realmente cambiare lo stato delle cose, ma sono segnali importanti, messaggi importanti da lanciare al sistema. I problemi ci sono. Esistono. Possono diventare distruttivi. Sbagliato fare finta non sia così.

Nel tuo libro c’è comunque una costruttiva vena di ottimismo, lo si avverte chiaramente se uno lo legge fino in fondo. Noi europei, lo sai, siamo invece assai più da bicchiere mezzo vuoto; e infatti guarda caso uno dei passaggi che più mi è rimasto impresso di Mood Machine è quando racconti di una manifestazione di protesta inscenata da musicisti a New York, in una stazione della metropolitana, ma dalla partecipazione misera…
Però vedi, per me in quel momento già solo il fatto che ci fosse una manifestazione – indipendentemente da quanto fosse partecipata – è sembrato qualcosa di particolarmente significativo. Tra l’altro quella manifestazione lì avvenne prima del Covid, credo nel 2018 o 2019, ed era una fase in cui davvero sembrava che a nessuno potesse importare di certe questioni. Dopo la pandemia, chi fa musica ha iniziato invece a capire che associarsi e unire la propria voce potesse essere una cosa intelligente da fare, anzi, necessaria, anche a costo magari di rinunciare a qualche frazione di centesimo guadagnata con gli stream. Quindi sì: per me quel momento nella stazione della metro non è il racconto di una sconfitta o dell’impossibilità di iniziare una battaglia, come mi pare possa esserlo per te, ma il suo esatto contrario. Le più grandi imprese e i più grandi cambiamenti sono iniziati con un singolo passo, con qualche evento minuscolo.

Hai dei buoni avvocati, vero? Perché il libro è ormai in giro da un anno, eppure ancora gli uffici legali delle realtà che hai preso di mira in maniera così netta e circostanziata non sono riusciti a rovinarti la vita… E sì che di solito sono uffici legali piuttosto incazzosi.
Beh, di sicuro il libro prima di uscire è stato letto con attenzione da un team di avvocati, questo sì, e di questo non posso che essere grata. Ma ti dirò: ultimamente di avvocati ne continuo a frequentare, ma non perché tema ancora delle cause legali ma proprio perché i temi che ho sollevato li hanno appassionati parecchio. Questo perché il tema dello streaming è comunque collegato al tema dell’AI, e dei conseguenti diritti d’autore: un campo operativo dagli sviluppi enormemente interessanti anche per loro. Non a caso infatti sto ricevendo molti inviti a seminari organizzati da studi legali o scuole private o pubbliche di giurisprudenza.

Insomma, gli avvocati “buoni” esistono…
E non ci sono solo quelli delle grandi multinazionali, esatto (ride).

Che poi, concedimelo, ormai anche le realtà più piccole e indipendenti molto spesso non hanno più quella etica ed estetica da beautiful losers tanto in voga negli anni ’90. Una etica ed estetica che ha prodotto cose bellissime dal punto di vista artistico, certo, ma forse col senno di poi ha un po’ disarmato chi ci ha creduto davvero rispetto a chi invece ha avuto la lucidità e il cinismo di gettarsi nel percorso della massimizzazione dei profitti, di giocare insomma al gioco dei grandi.
Questo è un punto molto interessante. È vero: la scena indipendente ha mutato pelle e parte di essa è diventata estremamente professionalizzata, molto meno romantica di un tempo. Si è iniziato a ragionare in termini di consapevolezza dei meccanismi di mercato e dei propri diritti in esso, e questo di suo è ottimo, ma al tempo stesso sì è iniziato a far entrare un po’ di seme del carrierismo, qualcosa che sarebbe stato inimmaginabile negli anni ’90 per la scena indipendente ed alternativa, effettivamente. Credo che la chiave di volta sia avere sempre come riferimento la cultura DIY, quella dell’indipendenza e del riuscire a fare le cose da soli. Una cultura che ha in sé l’idea di comunità, del cercare alleanze fra chi la vede come te: per riuscire ad essere autosufficienti, e mantenere così un giusto ancoraggio agli ideali originari.

Provo a metterti in difficoltà. Immagina che Spotify o una grande label arrivino ora da te e ti dicano «Bello il libro, ci è piaciuto molto, ci hai fatto ragionare sul nostro modo di operare e su come possiamo migliorarlo. Bene: vieni a lavorare per noi. Ti paghiamo bene». Che fai?
Mmmmh.

Dammi una risposta sincera.
La risposta sincera è: io ho deciso di fare la giornalista indipendente, e questo voglio continuare a fare. È il campo in cui voglio continuare a stare.

Ok.
Certo, se questa stessa proposta arrivasse invece da un grosso editore…

Che faresti?
Difficile rispondere. Se una “proposta indecente” mi arrivasse da un grosso servizio di streaming o da una grossa etichetta discografica, dire di no sarebbe facile e immediato: non voglio andare a lavorare in quei campi lì. Voglio fare la scrittrice, la giornalista, mentre invece se accettassi una proposta di questo tipo dovrei iniziare a lavorare nel marketing e nelle pubbliche relazioni: no. Non fa per me. Non lo voglio. Quello che io voglio continuare a fare è andare ad inseguire storie in totale e assoluta libertà. Non ti nascondo però che le dinamiche che stanno accadendo nella discografia non sono troppo diverse da quelle che stanno accadendo nel mondo del giornalismo e dell’informazione.

Esatto, a questo volevo arrivare.
Quindi in totale onestà ti dico che se da un lato l’ideale sarebbe restare puri ed indipendenti al 100%, dall’altro però devi porti il problema di come sopravvivere. E questo significa anche capire quale sia il giusto equilibrio tra purezza e intransigenza – che però ti possono portare a essere irrilevante, o semplicemente a non poter più fare quello che vorresti fare – e quanto invece sia importante individuare il giusto equilibrio che ti permetta di continuare a scrivere e, quindi, di avere un minimo di influenza nel discorso pubblico complessivo. Lo so che in questo modo non ti ho dato una risposta netta, ma…

Ti capisco benissimo invece. E mi pare anzi la risposta più onesta e realistica possibile. Realismo per realismo, ti chiedo: ma è possibile oggi mantenersi facendo come lavoro il giornalista musicale indipendente?
È molto, molto, molto difficile. Anzi, diciamolo meglio: è quasi impossibile.

Ecco.
Per gran parte della mia vita, anche ad esempio durante la lavorazione di Mood Machine, ho dovuto fare altro. Giusto in questi ultimi mesi per la prima volta posso dedicarmi solo alla scrittura e al lavoro di ricerca per la scrittura, nient’altro. Per la prima volta nella mia vita, capisci? Ma, onestamente, non so quanto questo privilegio durerà. Se guardi bene, io inizio proprio il libro dicendo che sono una giornalista musicale indipendente e, come tutti i giornalisti musicali indipendenti, mi sono ritrovata a fare molti altri lavori nella vita. Credo che la percezione di ineluttabilità attorno a questa condizione mi rimarrà sempre addosso, anche qualora potessi continuare a dedicarmi solo alla scrittura, come sta succedendo ora. Detto questo, è necessario che continuino ad esistere i giornalisti musicali che si possano dedicare al 100% a questa professione. Assolutamente necessario. A New York, che è un po’ la capitale del mondo, ne conosco pochissimi. Figuriamoci. Ma sono felice che ancora esistano, che ancora ce ne siano: è fondamentale che questo accada. Anche perché la dinamica è chiara: puoi creare delle forme di resistenza, di mutua assistenza e organizzazione, come hanno fatto alcuni ex giornalisti liquidati da Pitchfork, ma sembra proprio che il mondo voglia la nostra estinzione.

Già.
Eppure la musica tutta ha davvero bisogno di chi la racconti, critichi, analizzi. E poi di nuovo, pensaci, è tutto collegato: esattamente come dobbiamo pensare a dei modelli che permettano alla musica di sopravvivere al di là delle dinamiche del profitto, delle multinazionali e delle grandi piattaforme di streaming e della loro banalizzazione delle dinamiche d’ascolto, come sostengo in Mood Machine, lo stesso lo dobbiamo fare con l’informazione legata alla musica. Ci si sta provando: il sistema delle newsletter, ad esempio, magari con membership e sottoscrizione. Però se ti guardi attorno il modello che si sta spingendo è quello del giornalista-influencer, che lavora da solo, che mette se stesso in primo piano, il proprio essere personaggio. Un modello che, guarda caso, piace proprio alle grandi piattaforme: che in questo modo controllando gli algoritmi possono avere tutto in mano loro, hanno cioè sempre il coltello dalla parte del manico. Il problema poi è che questo tipo di giornalismo è quasi sempre nemico dell’approfondimento: è strutturalmente concepito per essere veloce, immediato, restare sulla superficie, essere fruito in modo compulsivo.

Non sarà un po’ colpa anche del pubblico, che preferisce ormai questo tipo di informazione e comunicazione e non quello più ragionato, approfondito, complesso?
In parte sì. Ma ammetterlo non deve diventare il modo per rovesciare tutta la colpa sulla gente, assolvendo i grandi gruppi industriali. Perché la verità è che la condizione in cui siamo nasce prima di tutto da un grande condizionamento sistemico: la pigrizia delle persone nel loro modo di fruire la musica o l’informazione è solo una conseguenza.