C’è un’inquadratura, in Der Badeanzug, cortometraggio dell’austriaca Amina Rosa Krami, selezionato dal programma (e dal concorso) del ri-nato Milano Film Fest, che dice tutto. Sul cinema, sulla sua misura “breve”, sulle loro potenzialità trasformative.
Siamo in un’estate contemporanea: quattro bambini giocano in una piscinetta gonfiabile. Fanno finta di fumare le sigarette delle madri che sorvegliano, si impartiscono scherzose penitenze, lanciano una palla. Tre di loro sono maschi, una è una femmina. La differenza però, a quell’età, quasi non esiste. Quasi non ha senso separare in questo e quello ciò che cresce insieme. Stessi costumi, stessi sguardi furbi, stessi nomi per indicare il mondo.
Poi, però, lo strappo: la madre della bambina la richiama in casa. Sta diventando grande, deve cominciare a vestirsi in modo diverso. Ecco, le compare addosso un costumino intero sportivo di un bell’arancione. È il suo colore preferito, sia detto. La bambina torna alla piscina, ma non è più la stessa. Entra per pochi secondi nella vasca con i compagni di sempre: il gesto più naturale del mondo risulta perverso, pericoloso, sbagliato. Lei è una femmina; loro sono maschi. Vedendola nei nuovi vestiti, anche loro lo capiscono, non offrono rimostranze. La protagonista esce, si mette a lato e guarda. Il campo è larghissimo: lei, loro. La mela proibita è stata staccata dall’albero, e ha creato una voragine. Ora anche il compagno di giochi più grandi può diventare uomo. Si metterà di fianco a lei, imbarazzato. Le sorriderà timidamente, manifestandole un precoce, ma presente, interesse affettivo.
Un lampo, lo schiocco di una palpebra che si abbassa e si alza, pulsante otturatore. Il mondo è nuovo e chi ce l’ha, le coordinate per muoversi? Questo il cinema e tutte le narrazioni dalla notte dei tempi ci hanno portato, e spiegato. In un secondo tutto cambia, urlano le canzoni e le magliette che a loro rendono omaggio. Se però la frase regge solitamente nella bella poesia, nelle iperboli graziose, nei film “corti” è un altro paio di maniche. Incontreremo una condensazione: nucleo pronto a esplodere, e a rivelare materia imprevista. Fa male, molto spesso, guardare i cortometraggi, e il motivo è quello: il cuore non è posto da ricevere così tante schegge, tutte in una volta. Conviene prepararsi.
Di questa qualità corta sono ben (e begli) esempi i cortometraggi selezionati per questo Milano Film Fest. Venti titoli più due (in sezione Controcampo), voci internazionali e storie parimenti. Ma ben concentrate a mostrare questo tipping point, come dicono quelli che ne sanno: il momento puntuale in cui la configurazione cambia assetto, e tocca ricostituirsi pure a noialtri, di qua e di là dallo schermo.
Dall’Italia troviamo una storia gatti e di volpi che, nel tentativo di ingannare un moderno Pinocchio, finiscono che dimostrare ancora una volta che l’ingordigia è il peccato dei deboli (Un’occasione d’oro di Federico Russotto), un Giallo limone (di Olga Sergenti) che unisce l’indagine documentaria e famigliare al racconto di un tempo che svicola dalle mani, e non c’è più; ma anche, per esempio, I Love You, Dario di Federico Fasulo, thriller “digitale” che usa lo stratagemma dei filmati di sorveglianza come parallelo dei ricordi che decidiamo di tenere o cancellare, di volta in volta – e poi Volturno di Manuel Marini, Yukiko torna a casa di Michele Granata.
Le storie di vita reale sono quelle che più hanno la capacità di alzare di volume di questa cassa di risonanza: A Sisyphean Task dal Regno Unito (di Gus Flind-Henry e George Malcher, e con Hugh Bonneville!), disillusione di un’insegnante di scuola pubblica alle prese con le difficoltà del sistema. Faux Bijou di Jessy Moussallem (Francia, Libano), alle prese con doppi colpi di scena e i dissidi interiori di una giovane donna che vorrebbe raggiungere il mondo occidentale, e il prezzo da pagare per farlo. Pankaja di Anooya Swamy, dall’India, segue invece una donna coraggiosa e ostinata alla ricerca del marito scomparso. Il viaggio la metterà di fronte a una dura realtà: quella su un uomo di cui non sapeva nulla e che credeva di conoscere.
Non mancano le distopie, su tutte quella presentata in Acid City, dove un futuro senza acqua potabile e zeppo di agenti nocivi mette a dura prova gli esseri umani ed estremizza le forme del vivere collettivo. Mentre Concrete Kids (Saulius Baradinskas, Lituania) introduce in un mondo para-surreale di guerre tra bande che lottano a colpi di danza, bambini post-sovietici armati di pistola, e madri che promettono di portare i figli in America con sé, senza poi agire.
Sono un bel vedere, questi cortometraggi, per quanto crudamente difficili, a tratti. Le storie però accadono, ed è inutile cercare di contrastarle. Anzi: confrontarsi con esse in questa misura-mini, controllata, è un’ottima scuola per imparare a guardare. Per sapere individuare meglio il succo della questione. E affidarsi fino in fondo, rinnovando il tacito patto della nostra presente culturale con al settima arte e il suo inganno.
Quindi non chiamateli, per favore, esercizi di stile. E se non foste familiari con questa “misura” di narrazione, le storie densissime, senza scampo di questo festival saranno un ottimo punto di partenza. Accomodatevi in sala, e lasciatevi andare.










