«È stata la festa degli ascoltatori della radio. Ma è unico e irripetibile il fatto che, per due giorni interi, ci siano 200mila persone che girano e in ogni angolo incontrano qualcosa che ha a che fare con la radio e, soprattutto, si incontrano fra loro. Questa è proprio la forza di Radio Deejay: aver creato una comunità, un valore enorme di questi tempi. La nostra non è una community digitale ma in carne e ossa. Ne siamo molto orgogliosi». Linus parla di Party Like a Deejay, la tre giorni di musica e intrattenimento che lo scorso weekend ha animato Parco Sempione a Milano. Il direttore e speaker di punta (oltre che storico) della radio è una persona educata, che soppesa le parole. Sa chi è (e non è un male), è diretto (anche questo non è un male), conosce quello che vuole e non è un improvvisato. Caratteristiche che possono farlo risultare antipatico? Forse, ma chi se ne frega. Perché quando hai davanti uno che deve fare 20 minuti di intervista e si concede per un’ora, hai davanti uno che se ne sbatte di essere personaggio, ma vuole mostrarsi come persona. E, di questi tempi, questo non può che essere considerato un atteggiamento controcorrente.
Cominciamo parlando di questi cinquant’anni di radio. Riassumiamoli in cinque momenti, magari uno per decennio.
Il primo è proprio la prima volta che ho sentito la radio, me lo ricordo perfettamente: era una domenica di primavera, tra marzo e aprile, avevo 17 anni. Torno a casa da ballare – e già questo fa ridere – e mio fratello più piccolo, un certo Albertino, di soli 12 anni, appena arrivo mi fa: «Ascolta cosa ho sentito». Era Radio Milano International.
E…?
Quella cosa lì, quel momento lì, per me è proprio il Big Bang. Negli anni ’70, tutti i ragazzi erano molto appassionati di musica perché ce n’era tantissima. Però non c’erano altrettante occasioni per sentirla, se non quelle finestre che la Rai apriva ogni tanto. Quindi trovare una radio che facesse musica tutto il giorno – infatti il claim era “non stop music” – per me fu una folgorazione. Ovviamente sono diventato subito un grande ascoltatore e poi, finalmente, sono riuscito anche a farne parte.

Party Like a Deejay al Parco Sempione di Milano. Foto courtesy Radio Deejay
Secondo decennio.
Quando sono arrivato a Radio Deejay. Era l’84 e Radio Deejay era nata da un paio d’anni. Io nel frattempo facevo la radio da sei o sette anni, ero un 26enne e sono partito per le vacanze con il proposito, una volta tornato, di cercarmi un lavoro vero.
Come mai, visto che facevi radio da un po’?
Mi sembrava di essere arrivato a un vicolo cieco: andava tutto bene, guadagnavo abbastanza, lavoravo in qualche discoteca, facevo lo speaker a Radio Milano International, che però nel frattempo era caduta un po’ in disgrazia, non dava una grande prospettiva. Volevo tenere la radio come hobby.
Invece?
Trovo la telefonata di Claudio Cecchetto: mi chiede se voglio andare a Radio Deejay.
Terza decade.
Un altro di quei momenti che mi hanno sicuramente cambiato la vita è stato negli anni ’90, quando sono diventato direttore della radio: non me lo sarei mai aspettato. A volte le cose succedono.
Quella posizione l’hai cercata?
Non l’ho cercata. Col senno di poi, sono stato anche matto ad accettare.
Motivo?
Perché era una cosa, ai tempi, più grande di me. Però sono trent’anni che lo faccio, le cose vanno ancora bene, quindi forse un po’ di attitudine ce l’ho avuta.
Mai pentito?
No, per niente. Anzi, sono contento di averla tenuta in piedi.
Arriviamo agli anni 2000.
Lo associo a quando comincio a fare la radio in due. Le radio private, non so per quale motivo, avevano questa roba per cui si faceva tutto in solitaria, non c’era il concetto di coppia. C’erano stati, in passato, esempi come Arbore e Boncompagni, ma nelle radio private non si usava. A un certo punto comincio a fare il programma insieme a Nicola Savino. E poi applico questa formula a tutta Radio Deejay. Diventa quindi una cosa di uso comune: tutte le emittenti, ormai, hanno almeno due persone in onda in contemporanea. Credo sia una cosa abbastanza semplice da capire.
Cioè?
Prima la radio si faceva con un atteggiamento quasi da vigile urbano: bisognava soltanto smistare il traffico della musica tipo «avete ascoltato…», «sono le ore…», «la prossima canzone è…». Dire qualcosa di più, senza avere un interlocutore a cui rivolgerti, sembrava quasi fare un comizio. Avere un compagno, un confronto, qualcuno con cui interagire sposta molto il peso del contenuto parlato.
Ultimo decennio.
Quando ho portato in teatro la radio facendo Radio Linetti Live. In questi ultimi due anni, è stata un’esperienza meravigliosa.

‘Radio Linetti Live’ a teatro. Foto courtesy Radio Deejay
Visto che hai cambiato proprietario… Secondo Dagospia, Theodore Kyriakou, l’imprenditore greco che l’ha acquisita, quando è venuto a parlare con il gruppo Gedi pare volesse parlare principalmente con te, evidentemente ti vede come strategico. Che vi siete detti?
Lui parte da un presupposto: ogni brand deve avere il suo stilista, mettiamola così. Lo stilista di Radio Deejay sono io, almeno negli ultimi trent’anni. Per lui è fondamentale e strategico che ci sia. Il suo ragionamento, in sintesi, è stato: io la radio la compro se tu mi garantisci che ci sei.
Un bell’attestato di stima.
Sì, ma basta guardare i numeri: Radio Deejay è un’azienda florida, va bene a livello di ascolti e di immagine. Si tratta di una radio molto viva. E fermare questa cosa sarebbe un po’ pericoloso in questo momento. Specialmente per una realtà come la sua, che arriva da un altro Paese. Per lui era importante che io fossi qui. Ovviamente sono contento della stima. Però probabilmente avrei fatto la stessa cosa al suo posto.
C’è stato un momento come direttore o come speaker in cui hai pensato seriamente di mollare tutto?
Sono molto umorale, devo essere sincero. Dipendesse da me, cambierei vita ogni giorno. Quindi momenti in cui magari ho provato scoramento e fastidio ce ne sono stati a migliaia in questi trent’anni. Alla fine la realtà ti riporta sempre con i piedi per terra e con la verità vera.
Cioè?
A volte è come se ci fosse un filtro che ti fa vedere tutto nero. Poi ti accorgi che il giorno dopo ritorna il sole, le cose vanno bene.
Ma c’è stato un momento che ricordi?
Non c’è stato un vero momento catartico fino ad adesso. Smetterò nel momento in cui riterrò di non essere più – lo dico con un po’ di presunzione – bravo come prima. Quando mi sembrerà di aver perso lo smalto cercherò di trovare la forza di dire basta. Per adesso sarebbe stupido farlo.
La delusione professionale più grande?
Onestamente non ci sono delusioni, sono contento di quello che ho fatto, potevano succedere anche altre cose. Non ho un rimpianto clamoroso o qualcosa che pensavo sarebbe diventato più importante di quel che è stato, semmai il contrario.
Vale a dire?
Non mi aspettavo, per esempio, che le Deejay Ten (corsa podistica non competitiva ideata da Linus, nda) diventassero un movimento come quello che abbiamo creato. Vent’anni fa, quando correvo, mi prendevano in giro pure i colleghi delle altre radio: era una cosa per la quale venivo un po’ sbeffeggiato. Mentre adesso non esiste una manifestazione di corsa in cui non ci sia una radio a mettere la musica. Di delusioni per fortuna non ne ho avute. Magari qualcosa non ha funzionato, forse qualche personaggio passato non ha ottenuto la fortuna che poteva avere, ma sono veramente piccole cose.

Linus alla maratona di New York. Foto courtesy Radio Deejay
Il personaggio che secondo te poteva funzionare di più?
L’unico rimpianto vero è Guglielmo Scilla: non è riuscito per colpa mia, per colpa nostra, a fare tutto quello che poteva fare. Sarebbe potuto diventare veramente molto bravo. Lui lo è di suo, ma nel momento in cui ha lavorato con noi avevamo tutti gli spazi molto presidiati, e ha dovuto accontentarsi della sera. Alla fine si è stancato, è andato a fare altre cose tipo il cinema, che forse preferiva. Onestamente è l’unico personaggio che mi sarebbe piaciuto poter sviluppare maggiormente.
A proposito di personaggi, ne hai incontrati tantissimi che sono stati ospiti in radio. Chi ti ha sorpreso davvero?
Ne approfitto per sottolineare una cosa: non ho mai detto che Sting è antipatico.
Ah no?
Ho detto che Sting gioca a fare l’antipatico. Nella serie Only Murders in the Building, fa delle piccole apparizioni. E il gioco, il tormentone, è l’essere antipaticissimo. Da fan innamorato dei Police, la prima volta che l’ho incontrato un po’ ci sono cascato, in questo giochino. Per fortuna ho capito che fa parte dell’ironia anglosassone e del personaggio che si è costruito. Avercene di antipatici come lui! Poi certo, c’è qualcuno che rende meno, ma non voglio fare nomi.
Qualcuno che ti ha messo in difficoltà?
Gli inglesi sono un po’ complicati da intervistare: non si capisce un cazzo di quello che dicono, specialmente se sono rock. Penso ai Blur, agli Oasis e tutta quella gente lì: hanno accenti impossibili e sono molto scostanti quando li intervisti. Al contrario gli americani vengono allevati proprio per far parte dello spettacolo, che siano sportivi, attori o cantanti. Poi magari tutta questa loro simpatia è costruita, però per il mestiere che facciamo è utile.
Qualcuno che ti ha sorpreso?
Mi ricordo un personaggio di cui avevo soggezione passata dopo un secondo: David Byrne dei Talking Heads, persona fantastica. Quando ho saputo che sarebbe venuto ero un po’ preoccupato per il suo côté intellettuale. Ovviamente come tutti i grandi è super simpatico. Mi vengono in mente anche l’adorabile Laurie Anderson, la moglie di Lou Reed, e Patti Smith, molto molto carina.
Perché la Tv non ti ha sfruttato?
Devi chiederlo alla Tv.
Dai…
Non lo so, forse hanno ritenuto non fossi all’altezza. Probabilmente è così, ma non sarebbe un problema, ormai è andata.
Magari hai fatto anche dei rifiuti eclatanti?
No. C’è stato un periodo in cui avrei potuto fare strada da quel punto di vista, ma nel frattempo ero diventato direttore della radio. E questa cosa mi ha tolto un po’ di voglia: comunque devi fare una sorta di gavetta anche in televisione, accettare progetti che magari non senti tanto nelle tue corde.
Cosa ti avevano proposto di fare?
Una serie di programmi, vari talent… cosa c’era negli anni ’90/2000?
Tipo Saranno famosi oppure Operazione trionfo?
Bravo! Per Operazione trionfo ero praticamente dentro e poi non si è fatto…
Non andò benissimo come in Spagna, dove continua con successo.
Sì, alla fine forse era destino che non dovessi farlo. Mi è dispiaciuto non portare avanti un paio di cose fatte per il piccolo schermo anche se la colpa è stata anche nostra. In pochi si ricordano che nel 1997 ho condotto Volevo salutare nel pomeriggio di Italia 1. Facevamo una specie di radio domenicale in diretta. La rete era molto sguarnita in quella fascia oraria. E c’era Giorgio Gori come direttore. Lui era molto vicino a Radio Deejay. Mi chiese se volevamo fare questo format: è stata veramente una grande occasione persa.
Come mai?
C’era tanta roba dentro, ma era cucinata in maniera sbagliata. Non per colpa mia, ma probabilmente per colpa degli autori, dei produttori, che erano un po’ inesperti. Poi ho fatto un’altra cosa su Rai 2, Il grande cocomero, programma abbastanza basico di interviste. Mi è dispiaciuto non sia continuato: era una cosa piccola ma più che dignitosa.
Hai condotto anche Mitico, negli anni ’90.
Sì, ma ero piccolino. Era una cosa che mi avevano chiesto di condurre, non sapevo neanche cosa stessi facendo.
Qualcosa che avresti voluto si concretizzasse?
In Italia per un certo periodo, negli anni 2000, c’era la leggenda, diventata poi una specie di maledizione, del David Letterman Show italiano. Erano i tempi in cui ancora esisteva la seconda serata, c’era ancora il Maurizio Costanzo Show. La prima serata finiva alle 23 e c’era spazio per un altro programma. Siccome in tutto il mondo, non soltanto in America, esisteva il cosiddetto late night show, tutte le televisioni avevano cominciato a pensare di farne uno. Ho condotto diverse puntate zero. Da quel punto di vista, trattandosi di interviste, posso dire senza falsa modestia di essere uno bravo a farle. Se non altro perché ne faccio una al giorno.
Visto che hai parlato di talent prima, adesso pare che i programmi di questo tipo non lancino più gli artisti come un tempo. Da radiofonico, qual è la tua opinione?
Credo sia un problema di tutta la musica italiana.
Vale a dire?
In questo momento mancano i talenti più che i talent, ma è anche comprensibile, no?
Dici?
L’arte non la puoi inquadrare, ingabbiare o costruire a tavolino, per fortuna. È come dire, per i calciatori, che ci sono delle generazioni in cui ce ne sono tanti fortissimi e altre in cui ne nascono pochi. Negli ultimi anni non sono nati molti personaggi che hanno fatto la differenza dal punto di vista musicale.
Di chi è la colpa?
Preferisco pensare sia colpa dei cicli. In questo momento, forse, ci sono pochi riferimenti, e magari si fa fatica a crescere nel solco di qualcos’altro che ti è piaciuto in precedenza. Così almeno avrebbe una spiegazione. C’è sempre una componente di casualità quando si sta parlando di qualcosa che non si può costruire in laboratorio.
Parlando di talenti radiofonici: uno speaker che vorresti a Radio Deejay?
Nessuno. Ci sono persone che rispetto, ma il dramma è uno.
Quale?
Negli ultimi vent’anni non è nato niente nel mondo radiofonico. Se guardo anche al di fuori di Radio Deejay, quali sono i personaggi o i programmi forti? Sempre gli stessi. Quelli del mio amico Marco Galli, del mio amico Marco Mazzoli e dell’altro mio amico Cruciani. Tolti questi, gli altri sono tutti bravi professionisti, ma non c’è niente nato negli ultimi vent’anni. A Radio Deejay facciamo fatica a portare avanti il ricambio generazionale: c’è Gazzoli, c’è Wad, ci sono un po’ di ragazzi giovani, però il serbatoio da cui attingere si è un po’ svuotato.
Qual è la motivazione?
Adesso chi ha 20 anni e vuole fare qualcosa legato alla comunicazione è più facile lo faccia su Instagram, TikTok, YouTube o comunque su una piattaforma digitale.
Da radiofonici, avete paura dei podcast e dei social?
La paura è che portino via personaggi che avrebbero potuto diventare buoni radiofonici. Per noi il podcast è un proseguimento della radio, non un’alternativa. Il podcast sta alla radio come Netflix sta a Canale 5: vivono entrambe le cose e vengono consumate in maniera e momenti differenti, l’una non annulla l’altra.
Quindi la radio ha ancora ragione di esistere?
La radio ha ragione di esistere nel momento in cui è dal vivo. Il podcast ha ragione di esistere nel momento in cui ti dà un prodotto chiuso confezionato da gustare quando vuoi. Noi abbiamo la piattaforma che realizza un sacco di podcast e la viviamo come un completamento.
I social invece?
Hanno delle cose buone e altre un pochino meno.
Tipo?
La pressione che mettono addosso, per esempio, il fatto che chiunque possa giudicare qualunque cosa. Questo vale anche per chi non fa il nostro mestiere.
Pensi di essere antipatico o simpatico?
Hai letto un mio post?
No, perché?
Perché in un post ho fatto un parallelismo fra me e Jovanotti: abbiamo tanti punti di contatto – siamo nati in due posti vicini, lui a Cortona e io a Foligno, abbiamo la passione per la bicicletta, siamo cresciuti sotto lo stesso tetto, siamo molto curiosi – però lui risulta simpatico, io no.
Qual è il percepito del pubblico, a tuo avviso?
Io gioco a fare il burbero, ma perché mi piace l’ironia, l’umorismo un po’ caustico. Lorenzo, invece, è la persona più solare del mondo.

Linus con Albertino e Jovanotti. Foto courtesy Radio Deejay
Tu pensi di essere simpatico o antipatico?
Io mi trovo simpaticissimo. Poi, sai, a volte posso essere “perfettino”, in altre occasioni esce una componente mia un po’ rigida che può dare una certa immagine di me. Devo dirti che fare teatro mi è servito anche per questo: sono stato molto me stesso e la gente mi ha visto come sono realmente nel quotidiano. Però, per fortuna, ho Nicola, è la mia cartina tornasole: quando ho lui di fianco mi posso permettere di essere più stupidino.
Possiamo dire che hai la sindrome del primo della classe?
Ho la sindrome del fratello maggiore.
Ah sì?
Sì, secondo me è quella: sono cresciuto in ambienti, come la radio, in cui sono sempre stato la persona di riferimento, che deve prendersi le responsabilità, deve gestire. Questo aspetto mi ha fatto crescere, probabilmente, con una postura apparentemente arrogante, ma faccio di tutto per non esserlo.
Cos’è questa storia che gli speaker di Radio Deejay, quando vedono la tua chiamata, tremano?
Ma quello fa parte del gioco! Vent’anni fa noi di Deejay abbiamo fatto un film di Natale in cui reinterpretavamo Canto di Natale di Dickens. Io mi sono cucito addosso la parte di Scrooge: i cattivi sono più simpatici dei buoni, perché i buoni alla fine sono un po’ banali, no? Il cattivo, specialmente in un contesto ironico, è più interessante, più intrigante. C’è addirittura la leggenda che una volta avrei mandato a un mio speaker un messaggio bianco come per dire: «Non ti dico un cazzo, ti dico solo che sono incazzato». Io non l’ho mai fatta questa cosa. Però mi sarebbe piaciuto… (ride)
Invece mi ha molto colpito quella volta che, a Deejay Chiama Italia, ti sei messo a piangere per il tuo cane che era morto.
È stato un po’ imbarazzante, non era mia intenzione farlo. In quel caso ero veramente molto toccato. Solo a parlarne la cosa mi intristisce: è stata una cosa violenta. Io non avevo mai avuto un cane, ed è arrivato nella nostra vita. Io, mia moglie e i ragazzi ne eravamo innamorati. Non ha fatto in tempo a compiere un anno e un incidente ce lo ha portato via. È finito sotto una macchina ed è morto tra le braccia di mio figlio. Questa cosa mi ha turbato tantissimo. Ora ho un altro cane che comincia a diventare vecchio… gli anni passano, ha già 10 anni, e prima poi arriverà anche lì il momento. Però un conto è se ci arrivi preparato, un altro se la cosa è scioccante: noi non eravamo pronti.
Cambiamo argomento. Un cantante della nuova generazione che secondo te rimarrà?
È una domanda difficile: ci sono cose carine, personaggi intriganti, però sono ancora un po’ acerbi. Stiamo vivendo veramente un momento di transizione. Preferisco non fare il fenomeno e dire: «Puntate su questo».
Un cantante sopravvalutato?
Quello non te lo direi.
Chi ti è piaciuto a Sanremo?
Fulminacci. Ecco, lui è uno carino, credo diventerà Baglioni, al quale assomiglia tantissimo.
A me ricordava Luca Barbarossa.
Sì, è quel cantautorato romano lì. Lui è volutamente uno di basso profilo. Non credo sarà mai una rockstar proprio per una questione sua, di gusto e carattere. Mi piace molto, mi è piaciuta anche l’intervista: è un ragazzo che ha tante cose da raccontare. Mi fa molta simpatia Sayf: si fa il culo e quel poco che ha conquistato per ora se l’è guadagnato.
E il vincitore Sal Da Vinci?
Non rappresenta il mio modo di intendere la musica. Però esiste anche quel mondo lì e se ha fatto divertire le persone, sono contento per lui. Mi sembra un uomo simpatico e si è fatto veramente il mazzo. Ce l’ha proprio scritto negli occhi.
Se fossi il direttore artistico del Festival, chi chiameresti subito in gara?
Non lo so, ma sono argomenti che lasciano il tempo che trovano. Ogni momento ha i suoi personaggi. Credo sia complicato fare il tabellone dei partecipanti, anche per le pressioni che ha un direttore artistico. Nei confronti della musica italiana, in questo momento, sono alla finestra a guardare: non voglio né bocciare né promuovere nessuno. Siamo veramente in una stagione interlocutoria, aspetto tempi migliori.
In interviste precedenti ti hanno già chiesto se faresti il direttore artistico di Sanremo, voglio domandarti se faresti quello del San Marino Song Contest.
No. È una cosa carina, divertente, ma non è esattamente nel mio stile.
Hai dei nemici?
Ho qualcuno a cui non sono simpatico, ma fa parte della vita. A volte uno è antipatico per una questione di pelle. Probabilmente a qualcuno non piaccio, a giudicare da quello che mi arriva sui social.
Spiega un po’…
Non sono tanti, ma a volte mi scrivono e mi insultano in maniera incomprensibile. Ne prendo atto e non sto neanche a perdere tempo a rispondere: questione di gusti.
Ma questo non rientra nel campo dei nemici.
Nemici veri e propri no. C’è qualche amante deluso, mi piace pensarla così.
Nel senso?
Che Radio Deejay, senza peccare di falsa modestia, è da sempre la radio aspirazionale per chi fa questo mestiere in Italia. Tutti quelli che hanno lavorato nella radiofonia hanno sognato di venire a lavorare a Radio Deejay. Chi non c’è riuscito probabilmente non mi ha in simpatia perché non gli ho concesso questa possibilità. Non ho spazio per tutti e sono pagato per scegliere: se a volte ho preferito una persona invece che un’altra l’ho fatto in buona fede. Poi c’è chi avrebbe voluto fare quello che ho fatto io, e allora cerca di sminuire i risultati attraverso una forma di aggressività un po’ patetica.
Che mi dici, invece, di Mazzoli e del battibecco sui dati d’ascolto?
No, guarda, Mazzoli è matto (ride). Con lui ho un rapporto molto molto divertente, ci sentiamo spesso. Sa di essere un po’ matto e su questa cosa ci gioca. Ha il problema di essere figlio unico e ogni volta che tu, per sbaglio, gli togli il giocattolo dalle mani, qualunque sia, fa il bambino che si lamenta, ma poi finisce lì.
Qualcuno a cui devi chiedere scusa e qualcuno che deve chiederti scusa?
Non credo di dover chiedere scusa a nessuno. Se ho sbagliato lo chiedo adesso, ma non so per che cosa, mi dispiace. Se ho ferito qualcuno, l’ho fatto involontariamente. Sai, noi parliamo due ore in diretta, tutti i giorni, di qualunque argomento. Ci possono essere state occasioni in cui siamo stati indelicati nei confronti di qualcuno.
Per quel che riguarda te, invece?
Non so se qualcuno debba chiedermi scusa. Nella vita non serve a niente serbare rancore: si va avanti costruendo, non distruggendo gli altri. Chi vuole fare del male perché invidioso o per qualunque altro motivo lo fa a sé stesso, perché il veleno nel sangue non fa bene.
Circa la vicenda del divorzio Radio Deejay-Riccione, avete trovato un “accordo” o resta una frattura insanabile?
Con quelle persone non ho avuto più nessun tipo di contatto e non ho nessuna intenzione di averne. Aspetto soltanto che il loro tempo sia scaduto. Si sono comportate male, lo sanno bene, lo sa tutta la città.
Se ti dico Fabio Volo, invece, perché ci sono stati momenti di maretta in passato?
Ma no, la cosa di Fabio è molto divertente: con lui ho litigato una volta sola in 25 anni per la scelta di un disco che aveva messo e volevo mettere io dopo. Pensa che problemoni. Tutto il resto fa parte del suo gioco.
Quale gioco?
Lui stesso lo ha più volte raccontato. Fabio ha bisogno di sentirsi coccolato: dice di non avere avuto abbastanza coccole da piccolo. Gli piace fare l’incompreso, ma è un atteggiamento che ormai non ha più da mille anni.
L’hai visto Kong, il programma che ha condotto su Rai 3?
Sì, l’ho visto.
E…?
È Fabio. Lui ha una sua cifra stilistica e una forte personalità. Quelli come lui dividono completamente il mondo tra chi li ama e chi non li sopporta. Però io ne vorrei dieci di Fabio in radio: è uno dei pochi che hanno l’x factor, la capacità – che per la radio è fondamentale – di costruire dal nulla qualcosa di appetitoso. Chi non lo apprezza dice che per un’ora ciurla nel manico, che non dice un cazzo o gioca sempre con gli stessi argomenti. In verità, è il motivo per cui dall’altra parte la gente lo ama.
Un nome: Claudio Cecchetto.
Spero stia bene. Non lo vedo né lo sento da tanto tempo. Mi auguro sia tranquillo.
Ti dispiace sia finita male tra voi?
Non ho mai litigato con lui. È lui che, purtroppo, una volta uscito di qui per sua scelta ha vissuto questo abbandono con grandi problematiche. Ha cercato di buttare sugli altri una cosa in cui aveva soltanto lui responsabilità. Nessuno lo ha mandato via, nessuno gli ha portato via niente. Lui ha scelto di andare, capisco che questa cosa abbia creato, negli anni, qualche rimpianto. Se la deve risolvere da solo, non ha niente a che fare con noi.
Fuori Massena – il progetto che ha portato Radio Deejay, Radio Capital e m2o fuori dalla sede storica – è stato un grande successo. È diventato un format stabile o rimarrà un esperimento?
Credo andrà avanti, verrà anche sviluppato, è parte del nostro Dna. Una delle caratteristiche di Radio Deejay, da sempre, è che la radio non finisce nella radio, ma che esista anche nel mondo reale. Quando Radio Deejay è nata, i primi dieci anni facevamo le serate in discoteca e i muri delle città italiane erano tappezzati dalle foto di Albertino, Linus, Amadeus, Fiorello, Fargetta. Eravamo costantemente in giro per l’Italia.
Il dolore più grande della tua vita?
Non lo so, per il momento non ne ho avuto uno così grande da esserne segnato.
E chi è oggi Linus?
Non è molto diverso da quello che ha cominciato a fare la radio cinquant’anni fa. È ancora uno che fa la radio perché gli piace farla. Poi mi sono trovato a fare il “manager”, sempre perché il mio ruolo è quello del fratello maggiore. Ma se mi chiedi chi sono fra l’artista e il manager, ti dirò sempre l’artista.









