L’impero di Cesare Cremonini finisce dove comincia il sassofono | Rolling Stone Italia
Rubicone al contrario

L’impero di Cesare Cremonini finisce dove comincia il sassofono

Davanti a 65 mila persone al Circo Massimo annuncia un nuovo album «simile a 'Squérez'» nato senza pensare agli stadi. Perché il gesto più bolognese, anche quando sei imperatore, è credere che ci sia ancora qualcosa da imparare

Cesare Cremoninin al Circo Massimo 2026 Foto Erika Serio

Cesare Cremoninin al Circo Massimo

Foto: Erika Serio

«Questo è l’imperatore dei Giovanotti de ‘sta Roma bella», pronuncia ieri sera Jovanotti davanti a un Cesare Cremonini inginocchiato e una distesa di esseri umani festanti che, vista dal palco, somiglia più a una legione emotiva che a una fanbase. Cesare abbassa il capo con ironica solennità, grato ma non del tutto convinto. Del resto, chiamarsi Cesare e fare un concerto al Circo Massimo significa accettare una certa quantità di simbolismo gratuito, esattamente come chiamarsi Ulisse e organizzare una crociera in barca a vela nel Mediterraneo o chiamarsi Napoleone e prenotare un Airbnb all’Isola d’Elba. Per un attimo il rischio concreto è che l’intera prima delle due serate romane del Cremonini Live 2026 precipiti dentro un’allegoria troppo imperiale per essere vera; una di quelle coincidenze che, buttate giù da uno sceneggiatore, verrebbero rispedite indietro con la nota: “Ridurre le metafore, grazie”.

Cremonini Live 2026. Foto: Erika Serio

Foto: Erika Serio

I fatti parlerebbero chiaro. Intorno a noi c’è l’impianto luci più spettacolare che ricordiamo di avere visto in una spianata, se può chiamarsi così il Circo Massimo (luci che, firmate da Mamo Pozzoli, non si limitano a illuminare il concerto, ma si insinuano tra le chiome dei pini e le nuvolette dei fumogeni fino a costruire una specie di firmamento alternativo). C’è una passerella lunga più di cento metri che attraversa la folla come una strada consolare. Ci sono cluster di subwoofer sospesi a mezz’aria da Marc Carolan (fonico dei Muse).

Valentino Rossi sta per salire sul palco per rendergli omaggio come un centurione marchigiano in licenza premio; siamo sessantacinquemila persone. C’è la band di sempre (compreso ovviamente Ballo) più nuovi ingressi, soprattutto nel settore dei fiati, in evidente stato di grazia. Manca solo che un’aquila passi di qui per stridere al volo: “Squérez”. Tutto sembra cospirare affinché questa venga ricordata come la serata dell’incoronazione definitiva di Cesare Cremonini: il momento in cui uno dei ragazzi dei Lùnapop può finalmente completare la sua metamorfosi in monumento nazionale. Eppure.

Flashback al giorno prima alle 18 in punto, mentre il sole di giugno trasformava l’ovale del Circo Massimo in una gigantesca pesciera non antiaderente e i giornalisti presenti cercavano di convincere il proprio organismo che trentasette gradi all’ombra fossero una temperatura compatibile con una conferenza stampa all’aperto, quattro aggeggi di plastica nera erano puntati verso il posto a sedere occupato da Cesare Cremonini. È una scena da vita parallela di Plutarco riscritta da Live Nation. Non più schiavi numidi o galli a muovere i flabelli attorno al condottiero, ma ventilatori cinesi. “Ave” Cesare Cremonini è arrivato al Circo Massimo, il giorno prima della battaglia, come un Cesare postmoderno: ha conquistato gli stadi, ha attraversato tutti i territori del live italiano; ma, proprio nel momento del trionfo, annuncia di voler deporre le insegne imperiali, interrompere la campagna dei numeri, smettere con i lustrini, lasciare che sia il nuovo disco (che, annuncia ufficialmente, è in arrivo entro un anno) a decidere quale sarà il prossimo campo di battaglia.

Cremonini Live 2026. Foto: Erika Serio

Foto: Erika Serio

Il giorno prima del concerto più grande della sua carriera, Cremonini ci dice che il prossimo disco «non c’entra niente con gli stadi», che «mi porterà a suonare dove il prossimo disco mi chiederà di suonare». Per la prima volta, dopo decenni di crescita progressiva e quasi geometrica delle dimensioni dei suoi live, sarà la musica a decidere il palco e non il contrario. «Ho ucciso Ziggy», sorride. Poi sorride meno: «Mi è successo qualcosa di così profondamente segnante che la musica mi è venuta in soccorso, o forse io sono andato verso di lei».

La notizia, insomma, non è che abbia un disco pronto ma che abbia deciso di interrompere volontariamente la logica espansiva “cesaristica” che lo ha portato fino a qui. «Ho paragonato questo nuovo disco a Squérez» , confessa, ed è chiaro che non è perché suonerà come Squérez, ma perché è nato nello stesso modo: senza pensare a dove avrebbe portato, senza progettare il palco successivo. Detta al Circo Massimo, una frase del genere produce un effetto straniante, un po’ come presentarsi al proprio matrimonio per annunciare che si sta riflettendo seriamente sulla vita monastica.

A differenza di molti colleghi della sua generazione e di quasi tutti quelli successivi, Cremonini non sembra considerare il successo un luogo geografico da raggiungere, ma una conseguenza accidentale di una trasformazione personale. Da questo punto di vista la sua storia assomiglia meno a quella di una popstar e più a quella di un personaggio del romanzo di formazione mitteleuropeo, uno di quelli che attraversano città, amori, incidenti e mutazioni interiori senza sapere davvero dove stiano andando. Il nuovo disco sarà allora un Rubicone al contrario: non il passaggio che conduce verso l’impero, ma quello che permette di uscirne senza rimpiangerlo. Il dettaglio più toccante di questa straordinaria conferenza stampa non riguarda la grandezza raggiunta da Cesare Cremonini, ma il modo quasi ostinato con cui continua a parlare della possibilità di abbandonarla.

L’arma improbabile scelta da questo generale stanco è il sassofono, che sarà al centro del nuovo disco ed è già in tre assoli nel corso del concerto: lo strumento che l’ha obbligato a tornare principiante e che, come dice, gli ha «salvato la vita». Ecco un uomo di quarantasei anni che, dopo aver costruito una carriera che farebbe felice qualunque consulente finanziario, decide improvvisamente di dedicare mesi a qualcosa che non sa fare, costringendosi a sentirsi inesperto, goffo, impreparato, cioè tutte quelle cose che una popstar trascorre metà della propria esistenza cercando di evitare.

Cremonini Live 2026. Foto: Erika Serio

Foto: Erika Serio

Flashforward: Cremonini al Circo Massimo comincia con una banda di fiati che, con passo felpato da marching band di Aristogatti, procede dietro a Cesare riarrangiando Alaska Baby, mentre sui maxi schermi scorrono paesaggi montani larghi 60 metri, come sfondi animati del Mac della cameretta. Il concerto è pieno di momenti nei quali la tensione tra espansione e intimità diventa visibile a occhio nudo. Da una parte c’è l’aurora boreale artificiale costruita attraverso il fumo (e cantata con Elisa Toffoli), dall’altra parte una forza uguale e contraria che continua a riportare tutto verso una dimensione domestica (rappresentata anche dal terzo ospite, l’ultrabolognese Luca Carboni). Tutto questo prodigioso spettacolo di due ore e mezza non è altro che un tentativo in extremis di portare la dimensione psicologica e sentimentale della canzone d’autore dentro uno spazio progettato per il gigantismo, traslocando momentaneamente la cameretta dentro un luogo progettato per le masse.

Quando corre, balla, anima la folla e interpreta il ruolo della grande star pop contemporanea, Cesare è bravissimo ma fragile: incespica, perde per un attimo il fiato. Quando si ferma, imbraccia il sassofono o la fisarmica (altra skill sbloccata) è sicuro e dà il meglio di sé. Così è sul secondo palchetto, in mezzo alla gente o al pianoforte di cristallo, strumento musicale e parte integrante dell’impianto luci. Il sassofono è il miglior attore non protagonista della serata. Per Marmellata #25 sembra quasi sostituirsi alla sigaretta evocata dalla canzone, come se il respiro che un tempo serviva a trattenere un’assenza fosse diventato oggi il respiro necessario per attraversarla, tornando dai polmoni all’ancia. Il punto culminante è il momento di Vorrei (fuori programma dedicato oggi, come sempre, alla madre Carla). Cesare arringa dolcemente: «Ho 46 anni ma per lei sono ancora un bambino», ricordando di aver scritto il pezzo a quindici anni durante una vacanza a Maratea, mentre Carla credeva che stesse dormendo. «Ha fatto la matta nel backstage e spero che adesso si stia bevendo uno spritz con le sue amiche». La telecamera la inquadra, commossa: «È bella, vero?».

A un certo punto Cesare confida al pubblico: «Questa passerella lunghissima mi permette di guardarvi negli occhi e mi ricorda quanto è stata lunga la strada per arrivare fino a qua». La passerella, che normalmente serve a rendere più spettacolari le dimensioni del palco e le distanze tra punti focali di uno show, qui non è tanto un’infrastruttura scenica quanto una metafora abitabile o guidabile. È forse essa stessa una 50 Special? Cesare Cremonini è probabilmente il più importante autore italiano della felicità degli ultimi venticinque anni. Da anni viene raccontato come un autore della nostalgia quando in realtà ha sempre scritto canzoni sul movimento. Basta guardare il suo repertorio come si guardano le fotografie di una vacanza particolarmente lunga: automobili, strade provinciali, aeroporti, città osservate dal finestrino, estati che finiscono, amori che modificano la traiettoria delle persone più di quanto le completino. Persino 50 Special che, nel frattempo, è stata trasformata dal destino in una specie di inno nazionale alla giovinezza italiana, viene quasi sempre letta al contrario.

Contrariamente all’automobile, che promette il controllo, o del treno, che promette (fino a prova contraria) un tempo di percorrenza, la Vespa appartiene a una categoria molto più ambigua di oggetti: quelli che servono soprattutto a stare in mezzo. In mezzo all’adolescenza e all’età adulta, in mezzo alla provincia e al mondo. In mezzo a ciò che si è e ciò che si potrebbe diventare. La Vespa non è fatta per arrivare ma, semplicemente, per girare. È probabilmente questo il motivo per cui 50 Special continua a sopravvivere a sé stessa da venticinque anni. Non canta la nostalgia di un’epoca felice ma l’istante in cui il perimetro di una vita (che sia un portico o uno stadio) diventa improvvisamente insufficiente. Quell’età misteriosa in cui il quartiere in cui sei cresciuto smette di sembrarti il centro dell’universo e diventa soltanto il luogo da cui partire.

Cesare ieri ci ha detto che ciò vale anche per quell’altra età, ancora più misteriosa della precedente, in cui l’industria discografica in cui hai spaccato smette di sembrarti il luogo in cui sei arrivato. In un’epoca in cui tutti vogliono sembrare Jay-Z o Lucio Dalla, è un gesto sorprendentemente rivoluzionario e anche, non altrettanto sorprendentemente, bolognese. Perché c’è qualcosa di profondamente emiliano nell’idea che il traguardo più ambizioso non sia diventare imperatore, ma imparare ancora un accordo, una scala, un assolo, una canzone. Anche quando 65mila persone hanno già pagato il biglietto per dirti che andavi benissimo così.