I festival di cinema servono ancora. Andare a Milano per credere | Rolling Stone Italia
to the victory!

I festival di cinema servono ancora. Andare a Milano per credere

C’è chi dice che in Italia sono troppi. Non è così, se sono fatti bene. Come il Milano Film Fest ora in corso. Una ricognizione sulle visioni politiche in cartellone, dentro un’offerta che è già politica di suo

I festival di cinema servono ancora. Andare a Milano per credere

‘Before the Bright Day’ di Tsao Shih-han

Foto courtesy Milano Film Fest

Correvano gli anni Novanta, e nei cinema si potevano spesso trovare degli oggetti molto identificati di cui si sono in gran parte, purtroppo, perdute le tracce. Ricordo ancora quando al Capranichetta di Roma andai a vedere Go Fish di Rose Troche, film super indipendente che raccontava, in forma di commedia agrodolce, le dinamiche di relazione lesbo, una roba che proiettata a meno di un chilometro dal Vaticano rasentava l’assurdo. Erano gli anni dell’esplosione del cinema indie, trainato dalle prime edizioni del Sundance. Ed erano anche gli anni dei festival cinematografici come tappe imprescindibili della formazione di un qualunque giovane cinefilo, oltre che di una categoria, quella dei critici di professione, che veniva servita e riverita come oggi non accade. Sempre in quegli anni al cinema andavano, e incassavano, i fratelli Kaurismäki, Wenders, Herzog, il primo Almodóvar e anche il secondo, ma pure Bigas Luna e Vicente Aranda, per restare in Spagna, e persino Ioseliani, oltre a un cinema francese che oggi sembra lontano anni luce, quello delle Notti selvagge di Cyril Collard, dell’Odio e dei vari figliocci di Besson. E per mettere la ciliegina sulla torta, anche Wong Kar-wai prima di In the Mood for Love, l’epoca di Hong Kong Express e Angeli perduti, e Tsai Ming-liang con il suo antonionismo all’orientale.

Tutte opere che passavano prima per un festival, anzi, per molti festival, per anni strumento non solo di divulgazione culturale, ma anche di lancio per quei film più difficili da piazzare sul mercato, che però con le etichette di Cannes, Berlino, Venezia, ma anche Torino, Pesaro e Bellaria, davano allo spettatore più erudito un senso di sicurezza e qualità. Quel cinema, oggi, non riesce a trovare lo stesso spazio in sala. Ogni settimana, in Italia, escono film tanto belli quanto sconosciuti, che hanno come comune denominatore i passaggi festivalieri. Per chi ha l’opportunità ogni settimana di scorrere il bollettino completo del Cinetel, il servizio che monitora il box office italiano, c’è sempre una scoperta, anche molto più di una, in negativo da fare. Già, perché il bel cinema in Italia è spesso invisibile, ridotto a venti, se non dieci, cinque sale sul territorio nazionale.

Allora ben vengano i festival, quelli medio-piccoli che popolano l’estate italiana, per esempio. Quasi tutti in località amene e vacanziere, ragione per cui c’è da apprezzare il coraggio del Milano Film Fest, del suo direttore artistico Claudio Santamaria e di tutto lo staff nel volere fare un festival di città all’inizio di giugno. E con una programmazione di qualità per quanto riguarda il concorso internazionale. Cinque film in particolare, da Taiwan, Portogallo (2), Ucraina e Germania, raccontano storie diverse e importanti, guardando alla Storia come alla profondità dell’animo. Probabilmente su grande schermo li vedranno solo gli spettatori milanesi in questo caldo preludio d’estate. Ed è un peccato, perché per esempio Before the Bright Day, che avevo incrociato con piacere a San Sebastián 2025, opera di formazione in gran parte autobiografica del regista Tsao Shih-Han ambientata nella Taiwan del 1996, quindi in un periodo di grande trasformazione e fermento, è un gioiello.

Dico solo gli spettatori milanesi perché nei festival c’è un brutto vizio: quello di non selezionare un film se è già passato in un’altra manifestazione. Questioni di stampa, esclusività e originalità dell’offerta, e anche per altre imperscrutabili ragioni, come se l’anteprima fosse sacra. Ma certamente nessun palermitano avrà l’occasione di vedere Projecto Global di Ivo Ferreira, storia di una cellula terroristica nel Portogallo di inizio anni Ottanta, pochi anni dopo la Rivoluzione dei garofani e le conseguenti delusioni da parte di chi aveva sperato in un mondo migliore. Un altro pezzo di Storia raccontato dal cinema che andrebbe condiviso con quanto più pubblico possibile.

Andranno su qualche piattaforma, prima o poi, questi film, ma anche lì bisognerà cercarli con la bacchetta del rabdomante. I festival invece permettono ai frequentatori più importanti, ovvero il pubblico, di poterli avere tutti lì, a portata di biglietto, alla faccia di Netflix. Tra Milano, Bologna con il Biografilm, e poi il Garda Cinema Festival, la storica mostra del cinema di Pesaro, Ischia, e crepi l’avarizia ci mettiamo anche il premificio della Taormina targata Rocca, lo stivale solo a giugno permetterebbe una vacanza di celluloide da fare indigestione.

‘To the Victory!’ di Valentin Vasyanovych. Foto courtesy Milano Film Fest

Ma restiamo a Milano, nel cui concorso c’è un film tedesco che consiglio, Danke für Nichts (Thanks of Nothing), storia di quattro ragazze in una casa-famiglia berlinese che, insieme, cercano di sopravvivere al presente e costruirsi un futuro, costi quel che costi. Anche questo un coming of age, genere per cui ho un debole da sempre. Altra scelta bella e coraggiosa quella della chiusura della trilogia ucraina di Valentyn Vasyanovych. To the Victory! fa seguito ad Atlantis e Reflection, ed è la storia di un regista che, in un ipotetico futuro post bellico, vuole tornare dietro la macchina da presa. Protagonista è lo stesso Valentyn, il che la dice lunga. Il viaggio spazio-tempo meneghino finisce in Paraguay nel 1958, con un film di produzione portoghese-lussemburghese che ha debuttato a Berlino pochi mesi fa e che parla di un Narciso bruciato a ritmo di rock.

Si dice da anni che in Italia ci siano troppi festival. Forse è vero, ma la cosa ancora più tangibile è che ci sono pochi soldi per farli, soprattutto da parte di investitori privati, dello Stato inutile stare a parlare. Buttare un po’ di soldi nella cultura cinematografica è un investimento che ritorna sul territorio moltiplicato, in termini economici ma soprattutto culturali, perché la diversità cinematografica che un evento come il Milano Film Fest, o tutti quelli che abbiamo elencato e molti altri nel corso dell’anno, è prezioso.

Proprio in queste ore è venuta a mancare Vania Traxler, che del cinema di qualità è stata paladina fondando negli anni Settanta la Academy, una delle distribuzioni più coraggiose, antesignana del cinema cosiddetto d’essai degli anni a venire. Fu lei a portare per la prima volta in Italia Fassbinder, Jarmusch, Spike Lee, Kusturica, a distribuire Paris, Texas, i tre colori di Kieślowski e molti altri gioielli. Visti o scoperti nei festival di tutto il mondo. Portati in sala, sul grande schermo. Che è come si guardano i film.