C’è un dettaglio che torna nei tre (bellissimi) esordi femminili visti quest’anno in concorso al Milano Film Fest, e ci ho messo un po’ a metterlo a fuoco perché si nasconde benissimo: in ognuno di questi film c’è qualcuno che, a un certo punto, smette di parlare. Una ragazza che ha chiuso la bocca a sette anni dopo aver capito come sono fatte le salsicce. Un diciassettenne che si chiude in un silenzio che la madre scambia per ribellione. Una sorella minore che perde le parole e poi, pare, anche la capacità di capire quelle degli altri. Tre film diversissimi per geografia, budget e umore (Germania, Giordania, Francia) ma che, in fondo, parlano della stessa cosa: di cosa succede quando il mondo adulto smette di ascoltare, e di chi resta a guardare quando le parole finiscono. Che poi è esattamente il lavoro di una regista al primo film: imparare a guardare prima di pretendere di spiegare.
Partiamo dalla più meravigliosamente sfacciata. Thanks for Nothing della tedesca Stella Marie Markert sembra nato da un appuntamento al buio tra Wes Anderson e Gregg Araki, e funziona proprio perché nessuno dei due si presenta come l’altro si aspettava. Di Anderson c’è la tavolozza satura, i personaggi estrosi che si creano una famiglia alternativa, una coralità disfunzionale costruita per simmetrie e il talento di rendere buffo e malinconico anche un trauma; di Araki (quello della Teen Apocalypse Trilogy, New Queer Cinema anni Novanta) arrivano la rabbia, la fluidità, l’umorismo nero, la soundtrack che li incarna tutti. In mezzo, quattro ragazze in una casa-famiglia berlinese sotto la supervisione tutt’altro che convinta dell’assistente sociale Ballack (Jan Bülow). C’è Katharina (Lea Drinda), affascinata dalla morte che continua incessantemente a cercare: è il suo ennesimo tentativo di suicidio a mettere in moto tutto. C’è Ricky (Safinaz Sattar, la rivelazione del cast), figlia di immigrati turchi, lesbica, con un problema di permesso di soggiorno che incombe e una cotta non corrisposta. C’è Vicky (Sonja Weißer), ereditiera borderline innamorata dell’uomo sbagliato. E c’è Malou (Zoe Stein), che dei suoi sette anni di silenzio ha fatto una corazza e dietro la corazza nasconde un secondo romanzo che nessuno sa che sta per pubblicare.
«È un film su adolescenti che non vogliono crescere, che resistono, e che alla fine si rendono conto che diventare adulti potrebbe non essere così terribile», spiega Markert. «Un film sullo staying of age più che un coming of age. A un certo punto mi ero stancata delle storie di formazione». E ancora: «È un enorme dito medio rivolto al mondo degli adulti». Sotto il pop, però, batte qualcosa di molto serio. «Tra i 14 e i 18 anni ho visto intorno a me problemi più gravi di quelli che ho incontrato dopo: autolesionismo, disturbi alimentari, pensieri suicidi. Eppure venivano ignorati, finché non era troppo tardi». La frase più affilata, in un film pieno di frasi affilate, la dice Vicky: «Credo che Katharina voglia morire perché nessuno le ha mai chiesto se volesse essere viva». C’è perfino un discorso sulla mitologia tossica della ragazza depressa e irraggiungibile (quella del Giardino delle vergini suicide, o dell’Effy di Skins) che Markert non parodia ma smonta con affetto: «Quelle ragazze esercitavano un fascino enorme. Non volevo prenderle in giro, volevo commentare il fenomeno». Il risultato è una commedia eccentrica travestita da dramma sul suicidio, o forse il contrario, dove l’amicizia vince su tutto e il dolore si traveste da pastiche colorato. Opera punk-pop, casting e passo perfetto, oltre al raro talento di non prendersi troppo sul serio mentre racconta cose serissime.
Se Markert tiene il dolore a distanza con il colore, la giordana Zain Duraie in Sink ci spinge dentro la testa. Girato in 22 giorni (per un esordio, roba quasi impensabile) il film inizia in una piscina, uno dei pochi momenti di pace per Basil (Mohammad Nizar), diciassettenne sospeso da scuola per aver colpito un professore. La madre Nadia (strepitosa Clara Khoury, vista anche nella Voce di Hind Rajab) accetta subito la versione del figlio: è stato un incidente, è la scuola che ha esagerato. Ma quel silenzio non è ribellione, è qualcosa che sta affondando (e il titolo sia in originale arabo che in inglese, non a caso, si traduce con “annegare”), una grave crisi che richiama sintomi di natura psicotica. Ma Sink evita consapevolmente qualsiasi diagnosi esplicita, concentrandosi invece sul punto di vista della madre e sul dolore di vedere una persona amata allontanarsi da sé stessa.
Duraie, che parte da una vicenda personale, costruisce un dramma psicologico in soggettiva: «Non è un film a tema. È la storia di una donna che non riesce a vedere ciò che accade a suo figlio, e del suo meccanismo di negazione, che riflette una negazione sociale più ampia». E la forma fa tutto. La fotografia di Farouk Laâridh (già con Kaouther Ben Hania in Quattro figlie) imprigiona madre e figlio in un 4:3 soffocante, simmetrico («una scatola», come la chiama la regista), dove Nadia tiene rinchiuso Basil e, con lui, sé stessa. Solo quando la donna accetta di vedere davvero, il formato si allarga e la macchina da presa si fa nervosa. È il Mommy di Xavier Dolan rovesciato: lì l’immagine si apriva con la libertà, qui con la resa. Clara Khoury, che conosce bene certi tabù, è netta: «Nelle società arabe tutto viene nascosto sotto il tappeto. È vergognoso ammettere che esiste un problema in famiglia». L’ultima inquadratura, muta e devastante, non spiega niente e dice tutto: Nadia deve lasciare andare Basil, ma lo sguardo che gli rivolge tiene aperta una porta. «È lui a cambiarla», chiosa Duraie. «È lui a farla ballare per la prima volta dopo tanto tempo».
E qui arriviamo al film che mette in scena, letteralmente, il gesto di guardare. The Wonderers (titolo originale francese Qui brille au combat, “colei che brilla in battaglia”) è l’esordio dietro la macchina da presa dell’attrice Joséphine Japy, e parte dal nome vero di sua sorella. «Bertille significa “splendente in battaglia”. Mi ha travolta. Ci sono voluti 22 anni per diagnosticare la sua malattia. Per quasi un quarto di secolo siamo stati persi». Nel film la famiglia Roussier gravita intorno alla tredicenne Bertille (Sarah Pachoud, attrice normodotata di un’intensità fisica fuori scala), affetta dalla sindrome di Phelan-McDermid, mentre la sorella Marion (Angelina Woreth) prova a costruirsi una vita normale tra scuola, cotte e una relazione tossica con un uomo molto più grande. I genitori sono Pierre-Yves Cardinal e una Mélanie Laurent dolente e trattenuta. La scelta non è un caso: «Ho chiesto a mia madre quale attrice avrebbe voluto. Mi ha risposto subito: Mélanie Laurent». Japy maneggia una materia incendiaria come quella disabilità e dei glass children, “i figli di vetro” che si fanno invisibili per non pesare, con un autocontrollo da veterana. «Non volevo un film a tesi. Volevo che la disabilità diventasse materia cinematografica». E infatti non mette in scena nessuna catarsi, zero lezioni morali: solo la consistenza della vita com’è, con Bertille che si siede sulle ginocchia di uno sconosciuto al ristorante e gli ruba il pranzo per riportarlo al tavolo. Magari non sarà perfetto, ma è un’esitazione sincera, perché riflette l’incertezza del futuro.
Ecco che il vero fil rouge, allora, e non è il silenzio, ma lo sguardo. Tre registe al primo film che si rifiutano di fare “il film sul tema” (che si tratti di suicidio adolescenziale, salute mentale o disabilità) e scelgono invece di restare accanto ai loro personaggi senza sfruttarli. Tutte e tre, guarda caso, partono da una ferita vicina o vissuta; tutte e tre trasformano la negazione degli adulti (il sistema che non capisce, la madre che non vuole vedere, la medicina che per decenni non sa dare un nome) nel motore segreto del racconto. E tutte e tre finiscono nello stesso identico modo: con uno sguardo. Quello di una madre sul figlio, quello della sorella “di vetro” su Bertille, quello delle sorelle di vita berlinesi una sull’altra. Qui brille au combat, in fondo, vale per tutte: il vero eroismo si nasconde nelle battaglie quotidiane che spesso nessuno guarda. Tranne, a volte, il cinema al femminile.











