

Foto: Filippo Scimone
Torino, maggio 2026. Sono in trasferta sul Lungo Dora, inviato improvvisato di Rolling Stone Italia. Lo scopo della mia gita vicino al Monumentale, tra ditte di pompe funebri, capannoni e marmisti, è tutt’altro che cimiteriale: intervistare i vivissimi Tamango. O meglio: intervistare l’entità Tamango che come coscienza di gruppo nulla ha da invidiare alle esperienze collettiviste di Sun Ra o dei Funkadelic. Ma con in più una intraprendenza autarchica talmente ben oliata che se si buttassero in politica, potrebbero davvero far tremare le colonne del sistema.
Tra Milano e Torino, dalla porta di uscita alla destinazione ci sono quasi sempre due ore secche. Lo so perché a Torino ho vissuto cinque anni e mezzo facendo in pratica il pendolare. In quelle due ore lo scenario di pianura cambia impercettibilmente e solo quando appaiono le colline e Superga realizzi chiaramente di essere arrivato ai confini del Regno. Il primo ad accogliermi è il manager Manfredi, un ragazzo alto, dall’aria di chi è entusiasta di mostrare un capannone in fase di riscatto dentro il quale c’è tutto l’universo Tamango. «Quello era un deposito dell’archivio comunale», mi dice indicando all’esterno una specie di capsula rossa in metallo. Da lì emergono suoni indistinti e confusi, ma molto energici e noto in controluce che c’è la band che sta provando. Le scarpe sono diligentemente lasciate fuori e capisco in breve che non solo hanno preso uno spazio di lavoro comunitario, ma hanno deciso di tenerlo pulito. Il che non è affatto scontato quando si è in tanti, si è una band e si ha meno di trent’anni.
Il capannone centrale è diviso in due. Da una parte ci sono tavoli e magazzino con cucina in fondo. Oltrepassi le porte di destra e si apre la zona progettazione, con scenografie, stock di vestiti già pronti per il merch, macchine da cucire. Dietro a un divisorio c’è il reparto in cui mi incontro faccia a faccia con un palco blu modulare e completamente autocostruito. Sulla parete centrale sono scritti i precetti che stanno alla base della Rampallonata II, un inno rifondativo e totalizzante. Sono onesto, io fino a quel momento non avevo assolutamente chiaro cosa avessero in mente questi ragazzi e a parte poche cose viste in Rete, non conoscevo bene né il loro lavoro, né la loro poetica.
Dalla redazione di Rolling mi hanno girato il disco che uscirà l’11 giugno e che per inciso non aveva ancora i titoli dei pezzi. E mi è piaciuto talmente tanto da spingermi ad accettare l’incarico. Le informazioni che avevo è che «questi ragazzi faranno un tour da 5000 persone nei campetti di calcio, la Rampallonata, che prende un po’ per il culo quella mania tutta italiana degli stadi». E che «musicalmente sono formidabili, ma non si capisce quanti sono». C’è pure una storia, confermata poi da Marcello (il fratello di Manfredi), Federico e Alberto (i tre fondatori) per cui, dopo aver rintracciato l’utente proprietario dell’account @Tamango su Instagram, sono andati a casa sua a chiedergli la possibilità di usarlo. Questo tizio ha acconsentito senza grossi problemi, ma il particolare non indifferente è che vive in Nepal. Una foto attesta l’impresa.
Con Alberto, appena uscito dalla sala prove rossa, mi metto a chiacchierare dei collettivi torinesi Maltempo e Pietra Tonale. Si aggrega Federico e andiamo a mangiare in zona Balon, dopo esser sbattuti in faccia al fu Arsenale (ora Scuola Holden) e superato le locomotive ferme dell’antica stazione Dora, di fianco al non bellissimo ponte Carpanini. Lasciamo l’auto in Porta Palazzo all’orario in cui il mercato chiude i battenti e passiamo sotto un balcone dove stanno girando uno dei video dei Tamango.
Ci sediamo e iniziamo a registrare, ma il sole è talmente micidiale che il telefono si surriscalda e perdiamo un pezzo di registrazione, incluso il passaggio di un involontario stand-up comedian marocchino che apostrofa la Meloni “Signora Majonesi”. Di lì a poco ci raggiunge Marcello e l’assetto così è completo. Anzi no, mi correggo: perché i Tamango non saranno mai al completo, non saranno mai un gruppo di lavoro nel quale non c’è posto. Lavorano con la moltitudine senza essere grossolani, con l’ampiezza senza essere dozzinali, con il gesto senza essere arroganti. Oltre alla questione musicale, l’intervista che segue fa emergere un’attitudine alla compartecipazione, al concreto e al pratico talmente stupefacente da essere per me un modello in Italia attualmente insuperato.

Foto: Filippo Scimone
La prima impressione che ho avuto è che la quantità di gente coinvolta nel progetto generi del casino, ma non del caos. Per fare casino bisogna essere organizzati. E quindi vi chiedo: a che punto state tra il caos e il casino? Cioè, quanto c’è di organizzato nel modo in cui manifestate il vostro casino?
Alberto Tirelli: Per fare casino bisogna organizzarsi. Artisticamente… o forse artisticamente è un parolone… diciamo che creativamente agiamo di pancia, rincorriamo sempre l’idea che arriva alla fine. E mentre rincorri quell’ultimo momento lì devi darti un ordine. O forse più che ordine, è un metodo. Ad esempio, io so che quando arrivo in studio devo ascoltarmi almeno 30, 40 minuti di musica prima di fare qualsiasi cosa. E nel momento in cui hai un metodo puoi anche permetterti di essere caotico. È come avere una stanza in disordine, ma in quel disordine sai dove trovare le cose che cerchi.
Federico Anello: Questa roba di organizzare il caos è stata tipo una delle sfide di produzione più grosse. Abbiamo registrato con varie idee: fare pezzi senza metronomo, metterci sezioni con cambi tempo chiamati dal cantante nel momento in cui gli vengono, sezioni improvvisate sul momento… La sfida è stata capire come inquadrare il caos che volevamo, perché desideravano che il disco suonasse un po’ dal vivo, un po’ improvvisato, di pancia, ma che continuasse a comunicare, che non fosse solo delirio. È la caratteristica del modo in cui abbiamo prodotto l’album.
Quanto conta per voi la musica e quanto conta la gente? Perché non sono necessariamente la stessa cosa…
Federico: Il nostro far musica l’ho sempre visto come un atto di ricerca culturale. Una delle regole della scienza è che le scoperte vengono rese note al mondo quando possono far progredire la conoscenza. Per analogia, anche dietro alla pubblicazione delle canzoni c’è un lavoro di ricerca concettuale e musicale e quando crediamo di aver capito qualcosa in più rispetto a quello che c’è al momento, lo diffondiamo, anche in modo disordinato. Mi piacerebbe che questa cosa fosse copiata, che diventasse un nuovo standard.
Alberto: Io invece spesso mi dimentico la gente. Faccio musica non dico solo per me, ma è una roba talmente intima che mentre la faccio non penso che verrà ascoltata.
Federico: Ehi Fil! (Passa il violoncellista in bicicletta, ma non ci vede e non si ferma, nda).
Sono stato nel vostro quartier generale che mi ha ricordato il sottomarino de Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson. Sembrate anche una compagnia teatrale perché nel vostro capannone ci sono comparti di carpenteria, di sartoria, di scenografia, di audio e di progettualizzazione. Insomma, quanti siete e che tipo di ruoli occupate?
Alberto: Anderson è tra le nostre reference!
Manfredi Maida: Il conteggio cambia in base ai momenti. Oggi potrei dirti che siamo in 38, tra 10 minuti potremmo essere in 42. Adesso che siamo in una fase di preparazione della Rampallonata estiva il numero cresce perché curiamo noi direttamente tutti gli aspetti. Ad esempio, quest’anno ai concerti gestiremo anche il bar, oltre al merchandising. E quindi attualmente siamo una quarantina di persone, alcune stanno imparando a lavorare di cucito sui costumi e sul merchandising che produciamo riutilizzando dei capi usati, dei fondi di magazzino…
Voi prendete vestiti usati e fondamentalmente li griffate, giusto?
Manfredi: Li modifichiamo e ridiamo loro nuova vita. Magari c’è una camicia ancora bella che però ha le maniche rovinate e allora le tagliamo. Le bandierine che cuciamo sopra, il logo della seconda Rampallonata, vengono da tessuti che stavano da anni in magazzini dimenticati. Sulla parete dello studio è stata fissata l’idea della Rampallonata e da lì nasce ogni elemento del progetto, ogni atelier, ogni reparto contribuisce a creare l’immaginario, è come se tutti i mezzi – il palco, il cucito, le canzoni – si parlassero ed è così che viene fuori l’immaginario.
Marcello Maida: Io so se al mio concerto i gin tonic sono dentro i fusti o vengono fatti al momento. È una questione di consapevolezza. L’artista non è solo quello che sale sul palco, è anche uno che sviluppa consapevolezze imprenditoriali e allo stesso modo il manager partecipa alla scrittura dei video.
Di certo la vostra pratica quotidiana non è quella consueta e non è quella considerata vincente oggi.
Manfredi: Il modo con cui fai le cose finisce per plasmare il risultato. Ci piace usare il verbo “dimostrare” perché vorremmo che questa nostra esperienza facesse da apripista ad altri progetti, che sia utile a chi vorrà copiarci. È un modello che stiamo ancora capendo, che stiamo studiando, e che prova a lavorare in contrapposizione al modello dell’efficienza assoluta predicato dal mercato. Noi crediamo nel valore dell’inefficienza, se è controllata e se serve a dire la nostra.

Foto: Valentina Mirto
Come vi immaginate tra dieci anni?
Marcello: Vorremmo riuscire a espandere il grande il privilegio di fare arte in questo modo. È un punto importante. È vero che è venuto in modo naturale, ma se c’è un principio che ci ha spinti a tirare dentro sempre più persone è stato dirsi: per me è stato un privilegio arrivare fin qui, tu invece che fai? Il falegname? Allora vieni. E tu? Hai 18 anni e non sai cosa fare nella vita? Vieni lo stesso. Mi piacerebbe fra dieci anni essere riuscito a tenere tutti dentro lucidamente. Non facendo una sorta di fabbrica, ma costruendo un posto che offra i mezzi, la fiducia, l’occasione di fare arte. Non vedo in futuro una casa di produzione, ma qualcosa di multiprogettuale e multidisciplinare, con sempre più persone che la gestiscono artisticamente. Ecco, vedo una cosa che si espande. Il problema è che è difficile fare arte tendendo fede ai principii, coinvolgendo le persone, rispettando la dignità loro e dell’arte. Poi non so come di preciso: la grande sfida sarà capirlo. Restare lucidi. Ma non credo nemmeno che un giorno ti svegli e ti viene il complesso di Dio. Siamo abbastanza autoironici per evitarlo.
Alberto: Io tra dieci anni immagino lo studio pieno di bambini… bambini nostri intendo.
Marcello: C’è una canzone che stiamo cercando di scrivere da dieci anni in cui ci si immagina la realtà di avere un figlio. Se in questo momento avessi un figlio, io lo farei crescere in mezzo a questa roba qui, come dice la canzone “tra le smanie dei tossici e le mani dei musici”. È il tòpos della banda. Questa è una delle tante realtà in cui fai una cosa e nel mentre vivi assieme alle persone con cui la fai, come se fosse una squadra di calcio. Dovrebbero essere così tutti i luoghi di lavoro. Purtroppo viviamo in un mondo dove il luogo lavorativo è un posto dove vai, ti gira il cazzo e non vedi l’ora di andartene via. Ma è una follia odiare il posto in cui vai tutti i giorni. La fortuna e il privilegio di non finire così e di essersi ritagliati almeno per ora uno spazio funzionale ti fa avere quel romanticismo, ti fa avere questa attitudine di dire: ci cresceremo i figli a vicenda, ed è una roba proprio bella.
Quando si vede aumentare il pubblico non si perde un po’ la testa?
Marcello: Ti crea un cortocircuito, ma devi capire qual è la verità. Resti lucido facendo dell’arte un lavoro quotidiano. Ti svegli e vai in studio. L’atto quotidiano distrugge il complesso di Dio. Si resta lucidi lavorando, stando dentro le cose, creando un ambiente in cui nessuno ti dice «ecco, è arrivato l’artista, leviamoci il cappello», in cui non c’è spazio per l’ego. L’idea è espandere il privilegio che abbiamo, non perché siamo i più fighi del mondo, ma perché stiamo creando un ambiente sicuro.
Federico: Vogliamo fare da apripista: guardate che questa roba si può fare, guardate che funziona. Ci prendiamo la responsabilità di provare a farla e vediamo cosa succede. Sarebbe un successo se tra dieci anni non fossimo più gli unici Tamango. Avendo fatto sempre tutto noi non c’è mai stato un salto che ci ha fatto perdere la testa, hai sempre la coscienza di tutto il lavoro che hai fatto per arrivare a quel punto, per creare un ecosistema in cui ti riconosci.
Marcello: Questa cosa della fama dipende anche da come ti poni tu. Sulla copertina di Rolling Stone avremmo potuto ficcarci le nostre tre cazzo di grandi facce sopra e baciarci con la lingua. E invece ci sono 40 persone e magari manco riesci a riconoscerci. Io sono lì, ma non importa, ci siamo noi e c’è anche la persona che è entrata da un mese e sta cucendo il merchandising. Diciamolo sinceramente: il pubblico è influenzabile, se un artista glorifica sé stesso otterrà la gloria da parte del pubblico.

Foto: Valentina Mirto
In un paio di canzoni del nuovo disco compare il concetto di lanciare bombe ed è curioso che voi stiate a Torino, dove è stata sintetizzata per la prima volta la nitroglicerina. La detonazione è un po’ un vostro tòpos?
Marcello: La bomba è per noi la manifestazione che il rapporto col presente è disarmonico e questa cosa crea un cortocircuito, crea contrasto, crea frizione, crea l’esplosione, crea la bomba. Ma al contempo è importante riconoscere che la bomba non deve essere un atto distruttore di per sé, deve essere il primo atto della creazione, devi voler ricostruire prima di poter mettere una bomba. È così in Matador e in Bomba. “Ho messo una bomba in una casa in campagna così posso farla da capo”. La logica di questo personaggio è sfalsata, non c’è un rapporto causa-effetto, ma il senso è quello.
La casa di quella canzone è immaginaria?
Marcello: Questa canzone l’abbiamo scritta quattro anni fa quando non vivevamo in città, ma in provincia. Io in particolare vivevo in campagna.
Una ventina d’anni fa c’era l’orgoglio manifesto dell’essere artisti di Torino, orgoglio che in voi invece non riconosco.
Marcello: Posso dire che tutti questi artisti di Torino io non li ho mai sentiti? La città non ci ha accolti. Nessuno è venuto come i vecchi della squadra in spogliatoio a dirci la cosa giusta dopo la doccia. Il nostro è il tipico percorso del ragazzo di provincia che a 16 anni inizia ad arrivare in città col pullman e torna a casa prendendo l’ultimo. E se lo perde cazzi suoi, se la fa a piedi. L’università ci ha portati in città e qua abbiamo fatto altro.
Alberto: Vivere in provincia vuol dire essere distante e doversi organizzare per vedersi, chiedere la macchina a tua madre oppure prendere il treno. Venire a vivere in città ha accelerato banalmente la nostra organizzazione.
Siete nati e cresciuti quindi in parallelo alla vita cittadina, ma vivendola in pieno. Con un senso di collettività molto particolare, che in realtà è quasi nordeuropeo. Siete un’ennesima conferma dell’eccezione che è questa città qua, una città molto difficile da comprendere…
Marcello: Penso a contesti come l’università: tutti i nostri musicisti li abbiamo conosciuti grazie ad Albi nella sua università, altri io a Filosofia, anche loro importati a Torino. Non si parla dell’arte istituzionale di Torino, l’arte già affermata, ma dell’arte sotterranea, le 100 persone davanti a un palco che non esiste. Questa cosa Torino ce l’ha e proprio perché ce l’ha secondo me dovrebbe semplicemente uscire da una mentalità piemontese, imparando cioè a non farsi solo i cazzi propri.

Foto: Valentina Mirto
Sono cresciuto con film fuori asse rispetto alla morale contemporanea. Come Amici miei – Atto II° in cui ci sono cinque vecchi a Firenze che dopo aver schiaffeggiato della gente alla stazione corrono e uno fa: «Ragazzi come si sta bene tra noi, tra uomini, ma perché non siamo nati tutti finocchi?». Non è poi così distante dal vostro claim Sono gay sparato così, senza filtri, e boom.
Marcello: C’è molta goliardia e Sono gay è volutamente provocatorio nel modo in cui ripete una parola fino a quando perde di significato. Ma fammi dire che siamo coscienti che lo spogliatoio è una gran figata e ti puoi pisciare sui piedi e ridere, ma vogliamo costruire un ambiente inclusivo e sicuro per tutti. Detto questo, qualsiasi argomento sia, non parlarne è una cazzo di follia perché non si crea consapevolezza. Prendi l’educazione sentimentale e sessuale a scuola: se non ne parli si creano problemi. Se invece ne parli, le cose le affronti. Prendi Madleine, quando canto “cosa posso farci Madleine se quando mi parli Madleine vorrei ammazzarti” che è una frase che è una follia. E poi dice “alle volte succede che due come noi che si vogliono bene si vogliono uccidere, non c’è niente da ridere”. Per me è importante parlare di questa roba qui e non cambierei mai le parole per renderla più ascoltabile. Devi starci dentro, assumerti la responsabilità delle cose che dici, rischiando di non essere capito, di essere frainteso, di essere additato. È solo affrontando davvero le cose che uno può decostruire sé stesso e affrontare le zone d’ombra. In Sono gay c’è l’idea di far cadere il personaggio, far cascare l’essere umano, far vedere che le cose sono contraddittorie. Qual è il punto? Queste parole che usiamo sono parole che ci mettono le ali o che ci mettono una palla al piede? Le parole vanno usate distruggendole e ricalibrandole. Credo nella forza delle parole e nel fatto che le parole vadano usate tutte e sempre e che vadano usate con consapevolezza, per creare a sua volta consapevolezza. Anche prendendosi il rischio di dire cose polarizzanti.
Come componete?
Marcello: Tendenzialmente io scrivo i testi alla chitarra. Ma la suono malissimo e quindi poi è tutto da rifare. Però il rapporto con lo strumento mi serve, non riesco ad essere un paroliere senza avere anche solo l’embrione di una musica. Dopo quel passaggio, la composizione viene stravolta, rimescolata, sviluppata nella sua esistenza di canzone. Sono fortissimo sulle prime tre frasi e se le canzoni durassero tre frasi sarei fortissimissimo! Dopo quel momento privato, loro mi chiedono cosa voglio dire e quindi si discute.
Alberto: Io finché non capisco la cosa non posso suonarla.
Com’è stata assemblata la parte strumentale della band?
Alberto: Ho vissuto in una residenza universitaria dove per combinazione ho incontrato un botto di musicisti, un batterista, uno che suona i synth, un trombettista… e quindi praticamente la primissima band era formata prevalentemente da gente che avevo conosciuto così. Negli anni ci sono stati un po’ di cambiamenti e nel prossimo tour saremo in nove. Io suono chitarra e synth, poi ci sono pianoforte, voce e chitarra acustica, violoncello, sax, synth, batteria, basso.
E la parte coreografica? Chi altro andrà in scena?
Marcello: Tutto lo spettacolo si baserà sulla presenza di un grande oggetto di scena di sei metri per tre (che è in fase di costruzione nel loro quartier generale, ndr). È un diario di cui verranno girate le pagine. Lo spettacolo terrà conto di quello che è successo dalla fine della Rampallontata dell’anno scorso a oggi, con giornate che diventano archetipi di mesi o di situazioni. Altro non posso dire.
Il disco contiene molte canzoni della Rampallonata dell’anno scorso, quando erano inedite. Ha un titolo?
Marcello: È il titolo che avevamo deciso a 16 anni. È la parola Tamango che con un apostrofo diventa un augurio: t’amango, scritto così, in minuscolo.

Foto: Valentina Mirto
Dietro all’annuncio del tour nei campetti di calcio c’è uno sberleffo verso la malattia tutta italiana dei numeri, dei grandi sold out, dei concerti negli stadi, dei grandi eventi con biglietti a prezzi assurdi?
Marcello: Ma certo. Le provocazioni ci piacciono da morire, nel caso non si fosse capito!
Non deve essere facilissimo gestire quegli spazi…
Marcello: Hai cinque ore del tuo tempo? Il giorno dopo bisogna alzarsi e pulire il campo dalle sigarette.
Cioè voi vi alzate la mattina…
Marcello: Dormiamo lì con le amache. La mattina si smonta il palco e noi ci mettiamo coi postumi a pulire il campo.
Manfredi: Sono posti dove a volte non hanno mai organizzato niente. Quando lo chiedo mi dicono che al massimo hanno fatto la finale del torneo della porchetta.
Marcello: Ma in realtà quei campetti sono perfetti perché ci sono gli spogliatoi con le docce, l’erba sul prato… A volte sono campi di patate e quel che succede, succede. A Roma il campo era in terra e quindi quando suonavamo davanti a noi c’era un muro di sabbia.
Federico: A Bologna c’era un bellissimo praticello che sembrava un campo da golf.
Manfredi: Quest’anno facciamo Torino, Milano, Bologna, Roma.
Marcello: Andiamo giù a scaglioni. I primi di noi partono il mercoledì per fare l’allestimento per il concerto del sabato. Non va un service: andiamo noi. E così quando la domenica mattina, dopo il concerto, ci ritroviamo in 60 sul prato abbiamo la sensazione di non aver fatto solo un concerto, non so come dire, ma di aver fatto qualcosa. A quel punto raccogli le sigarette e fai colazione.
Quella che mettete in piedi è una specie di festa popolare!
Marcello: Conta l’attitudine. Ed essendo una festa non ci sono grandi regole. Anche sul palco: ad esempio il sassofonista frequenta un corso di teatro e canta una canzone da solista nell’album.
Manfredi: Lo stesso sassofonista potrebbe essere la persona che arriva sul campo un giorno prima per organizzare il team cambusa, predisponendo i pranzi e le cene…
Alberto: E lo stesso sassofonista è quello che organizza le squadre delle pulizie dello studio.
Anche le pulizie?
Alberto: Certo, abbiamo quattro squadre pulizia che si alternano ogni due settimane.
Siete praticamente tutti sotto i 30 anni ed è l’età in cui non hai un cazzo di voglia di fare queste cose.
Marcello: Eh, lo so. Ma ti è capitata la cazzo di fortuna di poterlo fare e allora devi sentire la responsabilità di farlo fino in fondo.
C’è una parte eroica anche a prendere lo scopettone e pulire il vostro spazio.
Alberto: Non eroica: deve essere una cosa normale perché tanto lo studio lo usano tutti.

Foto: Valentina Mirto
A differenza di altre band che sono anche dei collettivi, in voi non c’è niente di freak. La fotografia di Rolling Stone alla Wes Anderson dice molto di voi: molto ordine e molto colore. Questa è autarchia.
Marcello: È autosufficienza totale, ma non ci sono modelli. Il fatto che una comunità debba sviluppare dei turni pulizie o che ci si rimproveri a vicenda dei ritardi nasce semplicemente da un contesto di amicizia.
Federico: Creiamo le regole per la nostra dimensione, per poi cambiare quando succede qualcosa di nuovo.
Se non avete avuto un modello, avete avuto un anti-modello?
Federico: Quello sì.
Marcello: Questa cosa nasce dalla volontà di tutelare l’autarchia. Ci siamo chiesti: cosa facciamo? Firmiamo o non firmiamo con un’etichetta? Non abbiamo firmato quando lo si poteva fare, quando si sono accorti di noi e sono venuti tutti a bussare alla porta. Abbiamo deciso di tutelare una collettività che non erano le 40 o 50 persone di oggi, ma le sette, otto, nove che eravamo. Non avrebbero mai messo sotto contratto tutti, ma solo noi, il che sarebbe stato un primo compromesso. Non lo abbiamo accettato e a quel punto abbiamo cercato di rimanere coerenti all’ideale di indipendenza. Penso ad esempio quanto ci abbiamo messo a sviluppare il modello di rimborsi…
Come funziona?
Marcello: Ci dividiamo equamente quello che guadagniamo, con l’unica discriminante del tempo. Abbiamo cominciato a segnarci le ore a fine giornata. È una cosa di un tecnicismo assoluto e l’abbiamo messa ai voti. Le ore di pulizia entrano nel modello di rimborso? Votiamo. E le ore di teatro? Che poi li chiamiamo rimborsi perché “stipendio” farebbe ridere.
Manfredi: È fondamentalmente un indennizzo del tempo utile dedicato.
Marcello: C’è un’unita X che vale per tutti e che poi moltiplichi per il tempo utile che hai dedicato al progetto in studio.
Manfredi: Facciamo sul fronte delle regole lo stesso sforzo di ricerca che viene fatto sul lato artistico.
Marcello: Se vuoi creare un’alternativa alle strutture esistenti, non puoi giocare con strutture diverse, ma devi applicare la stessa scientificità che usano quelli che sono sul mercato. Sono il male, ok, ma seguono regole e dinamiche perfette per i loro scopi. E quindi devi giocare con l’opposto, ma usando la stessa organizzazione. Poi magari chi lo sa, noi diventeremo la peggio industria. Tanto dell’ultimo anno lo abbiamo dedicato sia all’album, che alla seconda Rampallonata, che alla Tamangata, cioè il nostro spettacolo dopo la Rampallonata (quando passano dal palco a “diario” al palco blu modulare attorno a cui starà il pubblico, ndr). Ma lo abbiamo dedicato anche a come realizzare tutto questo, come mettere insieme queste persone, farle lavorare, farle venire la mattina, farle andare via la sera col sorriso e la consapevolezza di aver fatto delle cose, farle crescere individualmente magari come organizzatore, come manager, come promoter, come falegname.
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Foto: Valentina Mirto e Filippo Scimone
Producer: Maria Rosaria Cautilli
Art Director Rolling Stone Italia: Pier Francesco Gallo
Art Director Tamango: Marcello Maida, Muriel Tegoli
Trucco e costumi: Muriel Tegoli
Produzione: Manfredi Maida
Video Maker: Alberto Bernardini