La resistenza palestinese passa anche dalla moda | Rolling Stone Italia
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Il filo della resistenza palestinese, negli abiti di Ayham Hassan

Ha 26 anni, è un giovanissimo stilista palestinese, e usa le sue creazioni imprevedibili come un chiarissimo linguaggio di amore e resistenza per la sua terra. E questa è la sua (incredibile) storia

Ayham Hassan

Ayham Hassan x Niklas Haze

Foto cortesia

«Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come», scriveva Friedrich Nietzsche ne Il Crepuscolo degli idoli. Citazione ripresa poi da Viktor Frankl, psichiatra sopravvissuto all’Olocausto nel suo libro Uno psicologo nei Lager.

Per alcune persone, la lotta per la vita e per la sua potenza creatrice è come una fiamma che arde senza sosta, nella consapevolezza che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo. Per noi, che viviamo circondati da benessere e da numerose opportunità, queste riflessioni potrebbero sembrare banali, quasi filosofia spicciola. E forse, in parte, lo sono. Ci pensiamo certo, ma senza percepirne davvero il peso, senza sentire fino in fondo quanto il desiderio di vivere possa essere legato a uno scopo. Uno scopo che per chi ha vissuto, e vive, in circostanze estreme diventa l’unica ancora di salvezza.

«La vera libertà è vivere, è essere vivi». Sono queste le parole che più di ogni altre spiegano la sete di vita di Ayham Hassan, 26 anni, giovane fashion designer palestinese di Ramallah, londinese di adozione. Uno dei suoi lavori oggi è custodito nella nuova Fondazione Dries Van Noten, all’interno del Palazzo Pisani Moretta, a Venezia, accanto ad abiti di Commes De Garçons e Christian Lacroix, insieme a una serie di installazioni, oggetti di design e opere d’arte nella mostra The Only Protest is Beauty (fino al 4 ottobre 2026). «Quando il team di Dries Van Noten (celebre stilista belga, nda) mi ha contattato su Instagram, non ci credevo, pensavo fosse una truffa. Ho persino dato la mia email universitaria invece di quella personale, fino a quando non mi hanno fatto una videochiamata e ho capito che era tutto vero», racconta Hassan.

Ayham Hassan

Ayham Hassan. Foto cortesia

Laureato al Central Saint Martins di Londra nel corso di Fashion Womenswear, Hassan ha finanziato i suoi studi tramite GoFundMe, piattaforma di crowdfunding. Perché purtroppo, una volta ammesso, non poteva permettersi le tasse universitarie come studente internazionale. «Quando ho lanciato la raccolta fondi il magazine Dazed mi ha notato e mi ha dedicato un’intervista che ha avuto un enorme successo». Le 23mila sterline necessarie per coprire le tasse universitarie sono state raccolte nelle prime due notti, dopo che Bella Hadid ha condiviso il link sul suo profilo Instagram. «Il mio percorso verso Central Saint Martins è stato molto simile al percorso che qualsiasi palestinese deve affrontare per lasciare il Paese, viaggiare e andare altrove. Dobbiamo passare dalla Giordania, attraversando tre checkpoint, quello israeliano, palestinese e giordano. Uscire è quasi impossibile, e lo è anche rientrare. Le restrizioni sono qualcosa di molto, molto concreto che viviamo ogni giorno».

IM-Mortal Magenta – The Colour that Doesn’t Exist è il titolo della sua collezione di laurea, alcuni dei cui pezzi sono stati già esposti al Victoria And Albert Museum a Dundee, in Scozia, e al MoMu – Fashion Museum Antwerp ad Anversa, in Belgio. «Il magenta è un colore che tecnicamente non esiste nello spettro della luce, si crea mescolando rosso e blu. Per me è diventato il simbolo del paradosso palestinese: sangue e fertilità, morte e vita. Immortal Magenta nasce da questo. Era l’unico modo per trovare bellezza dentro questa violenza e dentro questa situazione orribile e terribile che sta accadendo».

Ayham Hassan

Ayham Hassan x Niklas Haze. Foto cortesia

Il suo lavoro è profondamente radicato nella sua esperienza di crescita in Cisgiordania, affrontata attraverso una lente critica e analitica. «Utilizzo la moda come mezzo per sfidare e rimodellare la realtà, traendo ispirazione dalle mutevoli consuetudini sociali e dal panorama culturale della mia città». Hassan costruisce la collezione partendo da abiti tradizionali palestinesi provenienti da epoche differenti, dalla Nakba, l’esodo palestinese del 1948; dalla Naksa, lo sfollamento dei palestinesi dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza del 1967 e l’Intifada, attraverso i racconti dei nonni e del padre. «Volevo mostrare come la storia si ripeta nel peggiore dei modi. Questo colore è diventato una testimonianza della scelta di vivere e di restare vivi, della scelta di essere un artista, di creare e di avere sogni, di osare avere sogni. Parla della resilienza e dell’immortalità del mio popolo. Quando vedi quel magenta capisci immediatamente che viene da Gaza, quel colore appartiene a quella terra».

Ayham Hassan

Ayham Hassan x Nicola Delorme. Foto cortesia

Nella sua ricerca, fondamentale è il legame con l’artigianato palestinese, in particolare la sartoria, i tessuti e i drappeggi. «Collaboro a stretto contatto con artigiani locali, integrando le tecniche tradizionali nei miei processi di progettazione e produzione». Una collaborazione che mira non solo a preservare queste pratiche, ma anche a contribuire a un ecosistema produttivo più sostenibile e indipendente in Palestina. «Per questa collezione, mi sono ispirato alle tradizioni storiche tessili e di abbigliamento di Gaza, traendone spunto, direzione e ispirazione. Ho integrato stampe, ricami a mano e a macchina, lavorazioni in pelle, incisione e taglio laser e maglieria per realizzare questa collezione. Che parla della Palestina, che è una risposta al genocidio di Gaza».

Ayham Hassan

Ayham Hassan x Nicola Delorme. Foto cortesia

Uno degli abiti più importanti è stato creato con sua madre. Per tre mesi, infatti, quest’ultima ha lavorato a mano una sciarpa in lana locale ricamata con uccelli, fiori e motivi tradizionali palestinesi. «Mia madre non poteva venire alla sfilata di fine anno. Era più facile far arrivare un tessuto che una persona. È il pezzo più importante della collezione. La sciarpa è diventata qualcosa attraverso cui entrambi potevamo parlare della mia pratica artistica e del mio lavoro e collaborare insieme a questo progetto. È pieno d’amore». Far arrivare il capo a Londra è stato un viaggio complicato quanto simbolico. «Ha attraversato checkpoint, persone, confini. C’era sempre il rischio che venisse confiscato o buttato via. In un momento in cui non dovresti riuscire a creare, io ho scelto di fare la collezione più ambiziosa della mia vita, affrontandone tutti i rischi».

Ayham Hassan

Ayham Hassan x Nicola Delorme. Foto cortesia

Un lavoro che prende di petto l’espropriazione e lo sradicamento, e omaggia la memoria collettiva. «Onoro e ricordo coloro che sono stati cancellati e distrutti. Rimango fedele alla tradizione e all’eredità dei mestieri dei miei antenati. Attraverso il mio lavoro, pronuncio l’umile verità di fronte al potere belligerante». L’estetica è grezza, viscerale e terrena, plasmata dalla realtà di una crescita sotto occupazione militare. «Per me, la moda non è solo una forma di espressione, ma anche una forma di protezione. Credo nel potere trasformativo del design, che sa stimolare la riflessione e sovvertire le narrazioni dominanti, in particolare nei contesti palestinesi e arabi. Unendo l’artigianato tradizionale a metodi contemporanei e sostenibili, miro a collocare l’identità palestinese all’interno del discorso globale della moda». Un percorso, quello di Hassan, in continua evoluzione che passa attraverso sperimentazione, esplorazione culturale e definizione dell’Io. «Essere uno studente internazionale ha ampliato la mia prospettiva, permettendomi di riflettere sulla mia identità da una certa distanza pur rimanendo saldamente ancorato ad essa. Sono spinto dal desiderio di innovare con le risorse a mia disposizione, usando la moda come strumento di narrazione, guarigione e resistenza».

Ayham Hassan

Ayham Hassan x Niklas Haze. Foto cortesia

Il dolore, nel processo artistico di Hassan, assume una nuova narrativa, dove la violenza e la costrizione diventano un grido creativo di ribellione e di testimonianza viva della forza e della resilienza di un popolo. Non è un caso, quindi, che in questa protesta il corpo abbia un ruolo centrale e non sia mai neutro, bensì controllato, limitato, e anch’esso attraversato da checkpoint. «La restrizione del movimento è una parte fondamentale della mia pratica. Crescere in Palestina significa vivere continuamente attraversando punti di guardia, limiti, confini. In questa im-mobilità forzata, il corpo può diventare qualcosa di politico». La sua pratica nasce da un’urgenza personale prima ancora che ideologica. «Creo perché voglio celebrare qualcosa dentro di me che non è stato distrutto. Il mio lavoro è fatto di tanti livelli, di guarigione, di ispirazione. In un momento in cui non dovresti essere un designer, non dovresti essere una persona creativa, non dovresti creare, per ciò che sta succedendo nella mia terra, il mio obiettivo è creare una collezione spettacolare per celebrare la vita».

Ayham Hassan

Ayham Hassan x Niklas Haze. Foto cortesia

All’interno della mostra alla Fondazione Dries Van Noten c’è un documentario su Christian Lacroix, in cui il re della “nouvelle couture” racconta di non poter separare il luogo da cui proviene e la sua educazione da ciò che ha creato, e che l’unica ragione per cui ha creato quel lavoro è proprio perché veniva da quel posto. «Le sue parole esprimono appieno la mia filosofia, non puoi separare questi due mondi. In Palestina cresci in uno spazio profondamente segnato dalla colonizzazione, dall’occupazione militare, dalla sorveglianza. Succedono così tante cose terribili e tu devi svegliarti, camminare, vedere tutto questo, attraversarlo e scegliere comunque di vivere, scegliere di non essere un assassino, scegliere di non essere qualcuno che desidera la distruzione del mondo intero».

Dopotutto lo stesso Albert Camus sosteneva che la grandezza di un uomo sta nella sua decisione di essere più forte della sua condizione. Il viaggio, ancora in divenire, di Ayham Hassan sembra trovare eco nelle parole di Khalil Gibran ne Il Profeta, una delle sue fonti di ispirazione. «Non è un vestito che oggi getto via, ma un pelle che lacero con le mie stesse mani. Né un pensiero che lascio dietro di me, ma un cuore addolcito dalla fame e dalla sete».