Quando raggiungo MadMan al 12esimo piano di un palazzo milanese, dove gli costa un certo sforzo stare dato che soffre di vertigini, sta parlando con il suo team del desiderio di scappare da Milano, dopo più di dieci anni, per comprarsi una casa al Sud e tornare a vedere il mare. “Terrone a Milano, c’ho lo stigma / Vedo che fai schifo e fai il grano, per me è un enigma”, rappa in Level Up, quarta traccia di MM Vol. 5, il mixtape che continua la saga cominciata nel 2013 con MM1 e che, in quasi 15 anni, è diventato uno degli appuntamenti fissi del rap italiano. Un luogo in cui è sempre bello ritornare, per l’artista e per chi l’ascolta, come un appuntamento fisso al bar a cui ti ritrovi senza bisogno di mettersi d’accordo con 100 messaggi in una chat di gruppo. Certo, in tanti anni la paura di non riconoscersi più, seduti di spalle tra i tavolini, subentra facilmente, con le mode e i gusti che cambiano, ma MM5 rappresenta ancora la visione lucida di MadMan sul rap.
Pubblicato a fine aprile, MM5 non è stato pubblicizzato come un punto di svolta per il rapper, ma a dire la verità lo è. Per MadMan, che gioca con l’idea che questo possa essere il suo ultimo mixtape, è arrivato il momento di fare i conti con il futuro, per cui ha tante idee. Aprire una sua etichetta? Darsi alla produzione di beat? Fare il comico? In realtà non ne scarta nessuna. Perché a lui le cose facili annoiano, mi ripete almeno un paio di volte nel corso dell’intervista. E lo si sente in MM5, con una scelta di beat e di featuring – ci si trova l’inseparabile Gemitaiz, Nitro, poi ancora Fibra, Nayt, Johnny Marsiglia e Toni Zeno, per dirne alcuni – non allineate alle tendenze del mercato discografico. Me lo dice anche lui con una metafora (più o meno) di stile: «Se ti vuoi vestire da Zara perché vuoi essere alla moda vai, però sappi che ci saranno altre mille persone come te».
MadMan non ha voluto seguire le mode, ma non ha un approccio ipocrita al successo, coltiva con cura l’equilibrio tra la sua parte più cazzara e quella più deep, tra una sensazione nichilista e la fotta delle nuove scoperte, nella vita e nella musica. Soprattutto, coltiva la curiosità verso quelli che saranno i suoi prossimi passi. Ne abbiamo parlato insieme.
“Volume 5, fra’ è l’ultimo”, sul serio?
Quando ho scritto l’intro effettivamente, lo pensavo. In quel momento ero molto frustrato, volevo fare una cosa mega incazzata, tirare fuori un po’ di cose. Quindi l’ho lasciato così e poi ho deciso di compensare con la barra dell’outro in cui mi dico ma da che pulpito, per lasciare un po’ di dubbio. È che sono così, alterno fasi di completo nichilismo e disfattismo ad altri di estremo stimolo e motivazione. Infatti, dopo che ho scritto l’intro, è subentrato quello stimolo forte, perché il mixtape veniva fuori bene.
La frustrazione di cui parli a cos’era dovuta?
L’ambivalenza tra è l’ultimo e non è l’ultimo nasce anche dal fatto che, in questo momento della mia carriera, questo è l’ultimo disco che ho da contratto con la Tanta Roba Label e, di conseguenza, anche con la Universal. Quindi mi affaccio a un periodo in cui devo decidere il mio futuro, anche lavorativamente. Per com’è la mia personalità, ci sono certe dinamiche del mercato musicale che non mi vanno giù, però è così. Nel senso, è un gioco con regole dichiarate e se vuoi giocare devi starci. Io, forse per l’età che ho (37 anni, ndr), per quanto tempo ci ho giocato, non ho più voglia, voglio fare un altro gioco. Vediamo cosa mi riserverà il futuro.
Nell’outro Oggi non c’è il sole dici che le persone lo eleggeranno a pezzo migliore, ma non sembri del tutto contento di questo giudizio. O sbaglio?
Anche a me, da fan, le canzoni che rimangono più impresse sono quelle che riescono a toccarmi nel profondo, ma non sono le canzoni che poi riascolti più volte. È anche una critica anche a me stesso, perché anche io sono così. Però è per dire: raga, lo so che questi pezzi rimangono di più, ma rimangono di più anche perché sono delle eccezioni. Non è che si può fare un disco tutto così, ci spariamo. E io chiedo al pubblico di capire questa scelta. Perché da Lonewolf in tanti hanno preso le tre, quattro canzoni su questo stile e mi hanno detto: «Ma perché non le fai tutte così?». Perché il finale del film è la cosa che ti fa piangere, ma non può farti piangere tutto il film. Perderebbe il suo valore.
Quindici anni fa tu e Gemitaiz regalavate i mixtape al pubblico, e questo faceva la differenza, ma oggi cosa distingue il valore di un mixtape da quello di un album?
Oggi sono praticamente la stessa cosa. Posso dirti che come approccio io mi sento molto più libero quando faccio un mixtape, nel senso che mi svincolo un po’ dalle catene del dover trovare per forza una particolare narrativa o un concept che leghi tutte le tracce, un sound estremamente preciso. Mi sento più a mio agio nello sperimentare, fare featuring che non farei, piuttosto che prendere un beat che di solito non prenderei. Per il resto un mixtape oggi è trattato esattamente come un disco. Se voglio uscire una volta ogni due anni con un progetto di qualità non posso permettermi di regalare 15-20 brani. Non c’è più il mercato di prima, in cui questa cosa funzionava. Oggi avrei infiniti problemi di copyright, non potrei stare su nessuna piattaforma, e saprei coscientemente di star facendo qualcosa di controproducente.
Rimaniamo nella dimensione nostalgia: MM5 è uscito per Tanta Roba, l’etichetta con cui hai cominciato e in cui sei rimasto fino a ora. Per la verità, oggi siete rimasti solo tu e Gem. Squadra che vince non si cambia?
Abbiamo fatto un percorso da 2012 fino ad adesso, secondo me tra alti e bassi, come tutti i rapporti. Sono grato comunque alla label per avermi lasciato totale libertà artistica in tutti questi anni, ma sono molto stimolato dalle possibilità del futuro, sinceramente. Sono una persona che si accende con le difficoltà e pensare a un momento in cui non sarò protetto da un contratto ha proprio quell’effetto. Vorrei entrare in una dimensione più indipendente, in modo che si basi tutto sul mio lavoro, che io sia stimolato a lavorare di più e meglio.
Quindi con una tua etichetta, magari?
Sì, perché no? Vediamo. Sono tutte cose che mi sto studiando adesso.
Da Tanta Roba sono passati nomi poi esplosi nel mainstream, come Salmo o Fedez. Poi ci siete tu, Ensi (con Nerone e Mattaman in Pesi massimi), che appartenete a quella cerchia di rapper per appassionati di rap, lontani dall’ibridazione con il pop. Avresti preferito giocare nell’altro club?
Io penso di essere un jolly, perché ho avuto i miei momenti anche mainstream, con pezzi che sono esplosi, come Centro con Coez o con Back Home, che aveva fatto platino. Ho avuto una bella parabola, che è arrivata a toccare delle punte mainstream: sono stato a X Factor, ho fatto i Wind Music Awards, eccetera eccetera. In questo momento penso di essere più attirato dall’essere originale, creare un mio percorso. Non vivo la competizione rap, non mi interessa proprio niente. La priorità è fare qualcosa che mi gratifichi, poi se non piacerà a nessuno tornerò a zappare la terra come i miei nonni e va bene così, non c’è niente di male. Io gioco la mia partita con i miei tempi. Non riesco a stare ai ritmi e alle richieste della musica di oggi. Valuto l’occasione quando si presenta, sinceramente cerco di capire tutto in maniera più obiettiva possibile…
Tipo fare il giudice di X Factor?
Ma… il giudice no… Però, oddio! (Ride) Diciamo che non ho nemmeno pregiudizi. Mi sento ancora aperto al nuovo, ad esempio, con MM5 ho scoperto che riesco a produrre i beat, per cui magari a un certo punto posso scoprire di essere un cabarettista nato, che ne so. Non ci sono limiti. Per me l’ambizione principale è sempre stata rappare meglio degli altri e, senza falsa modestia, penso di esserci riuscito. Poi sicuramente c’è tanta gente che ha fatto più soldi di me, ma non penso che ci sia qualcuno che sappia rappare meglio di me. Non voglio nemmeno essere ipocrita, i soldi non mi fanno schifo, ma sono più stimolato dal cercare di rappare meglio di qualcuno, invece che dal cercare di guadagnare di più.
Come dicevi, una novità assoluta in MM5 è la tua produzione, con il beat di Clive Owen, che hai fatto tu. Che scoperta è stata?
Da un po’ dicevo a Gemitaiz: «Dai, quando vieni a Milano fammi vedere i fondamentali». Perché io la teoria per fare un beat ce l’ho, ovviamente, è la pratica che mi manca. Quindi lui mi ha fatto queste due, tre ore di tutorial, ci siamo messi in studio da me a fumare, a berci una cosa, e mi ha fatto vedere un po’ come tagliare i sample, come mettere a tempo le robe e tutto. Da lì mi sono inscimmiato, come tutte le cose che mi interessano e per cui poi non ci dormo più la notte. Così ho raggiunto un livello tale per cui se una roba che ho registrato oggi non mi piace, posso provare a fare un altro beat e vedere come gira.
A proposito di novità, c’è il featuring con Toni Zeno che è forse il più emergente tra gli ospiti del mixtape. Come hai incontrato la sua musica?
Lui è una nuova leva, ma non ha vent’anni e penso che si senta dalla roba che scrive che è molto, molto, matura. L’ho sentito per caso da un mio caro amico, Lucci, che è molto fan del rap underground, ma è anche un mega-critico. Per cui io, da curioso, sono andato a sentirlo e più lo ascoltavo, più mi piaceva. Sono andato a vedermi un po’ l’estetica su Instagram e tutto, con chi stesse lavorando, tra cui Aleaka e Fid Mella, due producer che io stimo molto. A quel punto gli ho scritto. Lui era contentissimo, preso bene, un ragazzo d’oro, educatissimo, vecchio stile, veramente. Mi ha mandato cinque, sei cose e ne abbiamo chiuse due, ti do questo scoop.
Il tuo rap è ancora un modo per andare controcorrente?
Penso che il rap oggi sia la cosa più mainstream che possa esistere. Per un ragazzino voler diventare un rapper era come ai miei tempi voler diventare un calciatore o un tronista. Credo che la distanza da questo modo di vedere la musica si percepisca in MM5, già dalla scelta dei featuring e dei beat. Non è nulla di mainstream o che strizza l’occhio a niente, anzi. Chi mi critica dirà che questa roba non è all’ultima moda, ma è una scelta consapevole, ce n’è già tanta di roba all’ultima moda.
L’ultima domanda è semiseria, ma non potevo uscire da questa stanza senza avertela fatta. Penso a Every Day con Gemitaiz e mi chiedo: dopo quasi 15 anni come fate a trovare ancora nuovi spunti per fare canzoni sulle canne?
Era tanto che non facevamo un pezzo sulle canne. E questa volta sono stato io a premere, perché Gem non era così entusiasta. Però per me era come in Lonewolf, dove abbiamo fatto la canzone d’amore perché non ne facevamo da tanto e, alla fine, è stata la più streammata. Per questo disco gli ho detto che era da tanto che non facevamo un pezzo alla Instagrammo, un po’ ganja-friendly, quindi abbiamo buttato giù le strofe, io ho cominciato il beat e poi l’ha finito Flavietto. È andata così.









