C’è un tipo specifico di vibrazione che il telefono produce quando qualcuno ti sta chiamando. Più lunga, più insistente, quasi aggressiva. Questo genera uno stato di agitazione che mescola la fretta per la risposta al suo rifiuto. Alcuni si dichiareranno estranei al ragionamento, ostenteranno coraggio e disinvoltura. Tuttavia, anche dentro di loro esiste una buona percentuale, o almeno una sfumatura, di questo disagio che prende il nome di telefonofobia (o phone anxiety).
Se fossi protagonista di un SubwayTakes probabilmente inaugurerei la puntata con un appello a riguardo. Ispirato da Julian Casablancas e dalla sua critica agli estenuanti messaggi vocali («un cavallo di Troia all’interno di un mondo testuale») chiederei un gigantesco rimborso alle compagnie per i minuti, ormai divenuti secoli, di traffico telefonico pagato, non usato e soprattutto mai voluto. Questo perché con molte delle persone che fanno parte della mia cerchia ristretta non ho mai intrattenuto alcuna conversazione telefonica. Cionondimeno ho comunque un rapporto fantastico con loro – forse proprio perché non mi chiamano – e questo non scalfisce minimamente il nostro legame. Anzi, probabilmente lo rafforza. Chiamare, giusto per fare due chiacchiere, non è mai stata una priorità e non dovrebbe esserlo. Se dobbiamo fare gossip, allora è meglio incontrarsi di persona (direte voi, “e se si è in due continenti diversi?”, allora tanto vale fare una videochiamata doverosamente calendarizzata). Mi vengono in mente le parole di Kanye West: «Là fuori abbiamo luce vera e aria vera, ma stiamo usando l’aria condizionata e la luce artificiale».
È triste dirlo, ma la verità è che la comunicazione telematica non ha più bisogno delle parole, né pronunciate né scritte. C’è stato un tempo in cui chiamare era romantico e addirittura erotico, ma era anche l’unica forma di connessione a distanza (posta esclusa). Alzare la cornetta era emozionante. Nel caso di un numero sconosciuto tutt’al più poteva essere uno scherzo. Oggi, invece, è un bot con una truffa sul mercato libero dell’energia. Scordiamoci quindi di replicare Billy Crystal e Meg Ryan con la visione telefonica di un classico in bianco e nero. Le nostre conversazioni telematiche non sono nemmeno più tanto testuali. Le chat sono le nostre pitture rupestri. Qualche “AHAHAHAHA” ma soprattutto video, foto ed emoji. Del resto, perché stare a spiegare i tuoi sentimenti a parole quando puoi esprimere il tuo malessere inviando un reel di Anthony Bourdain a Saigon? Perché ammettere che vuoi uscire a bere più di una birra quando puoi fare un’inception di questa idea inviando una foto di Liam Gallagher che beve una pinta di Guinness?
Una chiamata inaspettata ricorda molto chi ti suona il campanello di casa senza preavviso, solo perché si trova in zona. E se anche ci fosse un messaggio ad anticiparla, il discorso non cambia. Anzi, diventerebbe un atto di terrorismo psicologico. Scrivere “ti posso chiamare?” equivale a quello che nelle relazioni è un “dobbiamo parlare”. C’è sicuramente un problema in ballo e nell’attesa inizia un’estenuante sessione di overthinking. Se invece non viene inviata nessuna ambasciata, resta comunque un momento di puro panico. Cos’è successo di così grave da meritare una chiamata? Un altro interrogativo affolla poi la mente del ricevente: quanto durerà? Certo, puoi benissimo non rispondere, ma una serie di prove ti inchiodano davanti allo schermo. Come la metti con il tuo ultimo accesso sui social? D’accordo, puoi oscurare quelle informazioni, ma dobbiamo davvero vivere in incognito quando in realtà chiediamo solo di non essere presi in ostaggio da una telefonata? Gli istanti di latenza che separano il tasto verde dalla prima parola pronunciata sono infiniti come i 6 minuti di silenzio radio tra l’Apollo 13 e Houston.
Facciamo ora una distinzione. Nel caso di chiamate da casa, il primo pensiero va subito all’incolumità dei propri cari: “Stanno tutti bene?!”. Uno stato di panico che il chiamante deve sbrigarsi a disinnescare. Quando invece si tratta di amici o conoscenti, da apprensione si passa a ira funesta. Un vero e proprio ricatto sociale. Il destinatario è posto davanti a un quesito che non vuole affrontare, già saturo da quelli che ossessionano il suo quotidiano. Rispondere e perdere tempo per qualcosa che si poteva esprimere con un messaggio, oppure declinare la chiamata e passare da maleducati? Nell’equazione ci sono poi delle prescrizioni comportamentali che compongono le buone relazioni. Non si può tagliare corto, rispondere male, anteporre un proprio argomento. La voce deve essere chiara, le risposte corrette e coerenti. Il tono è tutto. Se la conversazione è divertente si deve essere brillanti. Se è triste si deve essere profondi. Non devono esserci silenzi. Si devono ricordare i dettagli e, soprattutto, non c’è possibilità di rettifica come per un messaggio di WhatsApp. Avete presente la risposta di Kanye West quando durante un’intervista con TMZ disse: «Ho intenzione di prendermi del tempo per pensare alla mia risposta»? Nella chiamata questo non è consentito. È un esame orale e non potete sparire nei vostri pensieri (se non siete Ye). Questa perdita di controllo della situazione viene invece ribaltata nella messaggistica dove possiamo permetterci il lusso di presentare sintesi e sintassi eccellenti, un riferimento forbito (per stupire il lettore e compiacere noi stessi) e, quando necessario, un attacco mirato o un conforto artificiale.
Senza filtri, senza interruzioni e senza velocità 2x. Con il suo carattere dispotico la telefonata è ancora oggi l’unico metodo di comunicazione che obbliga i partecipanti a mettere in pausa le loro vite. È brutale, non concede controllo, solo esposizione. Ed è pure meschina. Se non rispondi, non scompare. Resta lì, si trasforma e subdolamente semina senso di colpa. Nel registro del telefono, infatti, ha un nome ben preciso: persa. Camuffata da termine amministrativo cela in realtà un’accusa silenziosa. Come se fosse stata lei a soffrire. Ma forse sto solo esagerando e tutto questo articolo non è altro che una negazione per dissimulare una verità piuttosto semplice: abbiamo imparato a comunicare solo dopo aver avuto il tempo di diventare tremendamente interessanti. E quel personaggio così accuratamente costruito sui social inizia ad andare in frantumi al primo squillo.










