Toh, finalmente un giovane rapper diverso dagli altri | Rolling Stone Italia
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Toh, finalmente un giovane rapper diverso dagli altri

Arriva dalla provincia contadina romagnola, non guarda a Shiva o altri colleghi di casa, ma a Yung Lean e Bladee. Se nella scena c’è una speranza, si chiama 18K

Toh, finalmente un giovane rapper diverso dagli altri

18K

Foto: Federico Hurth

Chi vi scrive non è una grande fan degli ultimi cinque, sei anni di trap in Italia. Se l’avvento dei primi Sfera Ebbasta e Ghali, e di producer come Charlie Charles e Sick Luke, aveva portato un nuovo suono all’interno del mondo urban, ribaltando la nostra percezione del rap, la crescita del movimento (causa anche la pandemia) si è arrestata piuttosto in fretta. Certo, la trap avrà pure conquistato le classifiche, ma la qualità media proposta ha iniziato un preoccupante percorso di discesa dopo i picchi degli esordi. In parole povere, trovare un buon giovane rapper oggi è un’impresa. E ve lo scrive chi di questa ricerca ha fatto un mestiere.

Ecco perché quando ho sentito in anteprima il nuovo disco di 18K ho chiesto al suo team di poterlo intervistare. Il ragazzo non è un novello, è un 1997 con alle spalle quattro dischi in pochissimi anni, ma è con questo album (Io, uscito lo scorso venerdì) che è riuscito a trovare un suono che in Italia non ha praticamente nessuno. Tanto di buono si era visto e sentito con il precedente Anti Anti del 2024, ma è oggi che l’invasione in territori avant-rap può dirsi completa. 18K è la nostra risposta al meglio della scena europea, quella capitanata da gente come Yung Lean e Bladee, costruita su produzioni interessanti che flirtano con l’avant-pop e che non hanno paura di uscire dal seminato della scena trap. Più facile immaginarcelo, tra un paio d’anni, al C2C Festival (dove quest’anno si esibiranno proprio Yung Lean e Bladee), piuttosto che a far la grattata in discoteca.

Che il nostro giovane rapper più internazionale arrivi da Brisighella, piccolo borgo romagnolo «tra le pecore», come ci ricorda il nostro Filippo Casadio (bella l’assonanza con l’idolo di zona, Casadei), è il segno che mentre le città diventano sempre più dei bancomat, è la provincia più provincia possibile a sfornare talenti. E infatti i momenti testuali più riusciti e a fuoco di 18K sono quelli in cui il nostro Filippo riprende in mano la propria storia – quella fatta di un passato umile, di coscienza di classe – e ribalta i canoni classici della rivincita trap. La mia barra preferita? “Ovviamente anche da milionario io col cazzo che lo pago un taxi”, dal freestyle a Real Talk. Perché come spiega lui, è questione di educazione familiare: «I miei mi hanno insegnato a non lasciare niente nel piatto, spegnere la luce quando esci da una stanza, chiudere l’acqua quando non la usi. Il taxi per loro è come una bestemmia».

Quando ci sediamo negli studi di Universal qualche giorno prima dell’uscita dell’album, il sospetto di trovarsi di fronte al solito ragazzino incapace di mettere di fila tre parole si dissolve subito. Se la scrittura di 18K riuscisse, nel breve futuro, a distaccarsi ancora un po’ da certi cliché cringe del rap game, il passaggio ad artista sperimentale si potrebbe compiere definitivamente. Significherebbe meno soldi nel suo portafoglio, ma sarebbe sicuramente un grande segnale per la scena e il mercato italiano che oggi – più che mai – ne ha maledettamente bisogno.

Vieni da Brisighella. Mi fa ridere pensarci perché ci ho fatto una gita delle medie, da Ivrea a Brisighella. Non ne avevo più sentito parlare fino a quando sei apparso tu.
Ah, ma grande. Te la ricordi perché il nome aiuta. Resta in mente. È un borgo medievale abbastanza famoso, tra i borghi più belli d’Italia in teoria.

E da lì come è iniziato tutto?
Io volevo far musica, volevo produrre. Ma non avevo mai fatto musica in realtà. Così ho chiesto a un tipo della mia scuola di aiutarmi, era l’unico che produceva ai tempi, e lui mi fa: «Invece di aiutarti, perché non provi a rappare sui miei beat?» Ho detto: va bene, dai, proviamo. Da lì è nato tutto.

Immagino che a Brisighella non ci fosse tanto movimento di ragazzi che facevano musica.
Sì. All’epoca era il 2017-18, era appena arrivata la trap in Italia. E il ruolo del produttore iniziava a essere visto come qualcosa di un po’ più importante. A Brisighella non c’era nessuno, però qualcuno iniziava a esserci. E questo ragazzo mi ha fatto conoscere 4997, è uno di quelli che mi produce ancora adesso. Poi ho conosciuto Ed Mars, che è di Castel Bolognese, sempre un paesino di fianco. Sono quelli con cui produco ancora adesso, stiamo tutti a Milano insieme.

Com’è stato lo spostamento dalla provincia alla città?
Io mi volevo levare. Sono andato via perché non ce la facevo più: non c’erano stimoli, non succedeva niente. Stavo fermo, immobile. Facevo musica, e lavoravo, principalmente cose legate al cibo: cuoco, barista, cameriere, pescivendolo, macellaio, gastronomia al Conad. Ma anche magazziniere, call center, ho lavorato nei campi. E anche al McDonald’s. Ho fatto un po’ di tutto, giusto per i soldi, per poter far musica e pagarmi i video.

Quando hai capito che potevi lasciare il lavoro indietro?
A una certa non ce la facevo più a lavorare, mi uccideva, non mi piaceva, stavo proprio male. Ho messo un po’ di soldi da parte e ho mollato. Mi ricordo che facevo live, prendevo tipo 50, 100 euro, e ogni tanto smazzavo. Con questi soldi da parte, lo smazzo, i live, ho visto che la cosa stava iniziando ad andare. Ho detto dai, secondo me ce la faccio. Alla fine è andata bene, ho firmato, e da lì è partito tutto.

18K, d/rose, 4997 - Proverò a Curarmi (Visual)

Non arriva da una città, ma da un piccolo paesino: è qualcosa che pensi si senta molto dentro nella musica?
Non lo so. La gente mi dice che dico cose che fanno capire che vengo dalla provincia, però alla fine tantissima gente viene dalla provincia. L’Italia è fatta di province. Ma ci sono province e province. Se abiti a Pavia, hai Milano a mezz’ora. Io invece ero in mezzo alle pecore. Non è tanto la provincia, è proprio dove stai. Magari uno che nasce a Milano vede più Shiva come figura di riferimento e copia quella roba. Io no, mi piaceva la roba un po’ diversa, alternativa. Sono diverso da uno cresciuto in città.

Come dici c’è provincia e provincia e, soprattutto, dipende da che classe arrivi. Anche in provincia puoi essere working class o ricco, e quello cambia come la vivi. E nei tuoi pezzi questa critica sociale, da chi arriva dal niente, si sente.
Sì, quando ho iniziato nei pezzi parlavo spesso di lavoro perché era quello che vivevo. Poi ho smesso… però la questione del lavoro mi tocca ancora. In provincia c’è questa mentalità che devi lavorare ma senza uno scopo – anche gratis, basta che lavori, capisci? Ma non è vero. Poi sicuramente c’è gente che non fa mai niente e gli starebbe bene andare a zappare un po’. Un po’ di dolore lo devi provare, sennò non vivi veramente. Però sì, questa cosa che se non vai a lavorare sei un coglione, che devi lavorare anche solo per un euro all’ora, mi dà fastidio. E ci sono andato avanti con questa rabbia.

E come spieghi questa cosa della musica, che non devi più fare certi lavori, alla tua famiglia o alla gente del paese?
I miei amici capiscono, anche se non ci credono del tutto. I miei, mia mamma e mio babbo, non capiscono esattamente come è possibile questa cosa. Per loro devi essere uno che va a Sanremo. Però gli faccio vedere le cose: gli ho mandato i video della data al Fabrique con tutta la gente, ho portato mia madre a Milano a vedere casa mia. Per strada mi fermavano, vedeva che mi chiedevano le foto, e ha iniziato a capire. Invece i miei amici quando scendo sono tutti contenti. Qualcuno è un po’ restio, però è normale, sono gente molto semplice, capisco che non capiscano. C’è gente che magari ascolta i Pinguini Tattici Nucleari, roba da radio, però sono contenti tutti.

Quello che mi ha convinto a fare questa intervista è che il tuo disco suona figo. Suona diverso, non italiano. Si vede che ti sei ascoltato Yung Lean, Bladee, quelle cose lì. Mi fa strano, e piacere, che sia uno di Brisighella e non della città ad arrivare a certe cose, certi suoni.
Sì, ho iniziato da Yung Lean. Nella mia testa non capivo che cosa fosse, mi sembrava semplicemente bello, non capivo che era diverso dagli altri. Poi piano piano ho iniziato ad abbandonare la roba normale, vedevo che mi piaceva sempre di più quella più particolare, più ricercata. Così ho ascoltato Bladee, i Crystal Castles, l’elettronica. Adesso mi ascolto praticamente solo roba senza parole – solo suono, roba elettronica – oppure cose col cantato ma con i synth, i bassoni distorti, roba più emotional.

Foto: Federico Hurth

Questa roba che fai non va fortissimo in Italia. Trovi più difficoltà rispetto a chi fa trap pura, pensi sia più difficile da capire per il pubblico?
Quella vecchia ci ha voluto un po’ di tempo però la stanno capendo. Questo qua adesso non so come andrà quando esce. Bisogna vedere. Però ci vuole sempre più tempo per far arrivare ste robe. Dico sempre che se una cosa mi piace, lo faccia uscire. Credo di avere un po’ di gusto artistico, un po’ di ricercatezza in più di quelli che fanno trap normale. Però sono bilanciato – non sono uno di quelli che esagerano troppo, che fanno roba mega alternativa che una persona normale fa davvero fatica ad ascoltare. Tipo Aphex Twin – lo so che è un genio però non me lo ascolto veramente, è troppo pesante per me. Però è una base da cui poi altra gente può fare cose più accessibili. Io voglio fare roba per tanta gente, ma che sia orecchiabile e abbia qualche dettaglio figo che non la faccia suonare normale come tutti gli altri.

E rispetto ai dischi trap italiani non è un disco pieno di featuring per far numeri. Questo perché è più difficile portare gente dentro la tua roba?
Faccio fatica a trovare qualcuno che si sposi bene con le mie cose. In Italia non saprei bene chi mettere, quindi faccio pochi featuring. È bello lavorare con gli altri, però se spacchi con un album senza nessun feat e la gente ti ascolta solo perché vuole sentire te, hai vinto su tutti. Tutti gli altri devono fare ottanta feat se no l’album non va. Sarebbe una rivincita della madonna.

Come avete lavorato per arrivare al suono di questo disco?
Mi sono impegnato, perché, guarda, nessuno dei miei produttori ascolta sta roba! Però a forza di rompere piano piano hanno capito. E sono stato tanto dietro la produzione proprio perché volevo quel suono lì.

Non sembra che non la ascoltino, è prodotto davvero bene.
Eh, piano piano anche loro hanno capito, chi più e chi meno. Non so se si ascoltano questa roba da soli, però l’importante è che rispondano.

Un’altra differenza è che Io è, soprattutto, un disco emotivo, intimo, con molto malessere. Come ti trovi a lavorare con quella parte di te?
Tutto quello che faccio è di getto. Mi viene semplice. È complesso quando non hai niente da dire e ti forzi a dire qualcosa di profondo. Se non ho un cazzo da dire, io sto zitto. Quindi aspetto quando mi viene naturale dire qualcosa. Il difficile è stato trovare le tracce giuste. A un certo punto dicevo: mi manca quella traccia un po’ più carica, mi manca quella un po’ più così. Alla fine ho detto ma vaffanculo, non posso ragionare così. Devo far uscire quello che mi è uscito. Poi alla fine non è che muoio: farò altri album.

Questo album ha 17 tracce, quello prima ne aveva 19. Come mai senti il bisogno di tutto questo spazio?
Un rapper normale fa tipo 10-12 tracce, ma sono tutte con featuring o strutturate come hit. Io invece ho quasi il problema opposto: le mie sembrano quasi tutte delle intro, non hanno una struttura classica, spesso non hanno nemmeno il ritornello. Se mettessi poche tracce non si capirebbe, sembrerebbe una cosa incompleta. Ci vuole bilanciamento.

Nella tua ospitata a Real Talk c’è una frase che mi ha fatto volare, che spiega bene quella parte di lotta di classe intrinseca nel tuo lavoro: “Ovviamente anche da milionario io col cazzo che lo pago un taxi”. Mi piace perché discosta dall’immaginario classico della trap. Ti sei mai sentito di doverti legare a quell’immaginario per allargare il tuo pubblico?
No, mai, perché non sarei me stesso. So che se ascolto me stesso niente può andare male. E hai ragione, ho questa cosa con i soldi però. Non so se è l’educazione. I miei mi hanno insegnato a non lasciare niente nel piatto, spegnere la luce quando esci da una stanza, chiudere l’acqua quando non la usi. Il taxi per loro è come una bestemmia: non esiste che prendi la macchina quando devi prendere il treno. Quando esco con i miei amici al ristorante, spendono 30 euro e lasciano metà roba nel piatto: per me non esiste. Quella cosa mi dà quasi fastidio. E questa mentalità la metto nei pezzi perché mi viene naturale, e alla gente piace.

18K, Visino Bianco, UNK - FOTTUTO COLTELLO

E poi ce n’è un’altra, Come sempre, che mi aveva fatto ridere e che torna sul tema di un certo privilegio di classe: “Smettete di consigliarmi serie che tanto non le guardo, non tutti hanno la fortuna di non dover fare mai un cazzo”.
Quella traccia è proprio tutto uno sfogo di tutte ste cose. Io sono quello che mette sui pezzi le cose che nessuno dice ma tutti un po’ pensano. Quanta gente ti dice “guarda sta serie, dura solo 30 episodi da un’ora l’uno”. Non fai un cazzo tutto il giorno per vedere queste serie!

Il tuo disco parte con un brano intitolato Ho visto Cristo. Visto anche che le province italiane sono ancora molto cattoliche, tu hai un rapporto con la religione, la spiritualità?
Io ho un legame con la spiritualità, ma non credo in Dio. Mio padre va in chiesa, è un catechista. Quando in un pezzo dico “quel cazzo di giorno sull’autobus ho visto Cristo dirmi devi farlo” mi riferisco a quando, in vacanza in Spagna alle superiori, seduto sull’autobus, ho capito che volevo fare musica. Cristo qui è inteso come qualcosa di più potente.

E tuo padre catechista come vive le frasi più dure del tuo disco?
Non credo che le ascolti. Quando mi sono fatto il primo orecchino non mi ha parlato per un anno e mezzo. Quando mi sono fatto il primo tatuaggio uguale.

Essendo così giovane mi sa che vi siete parlati poco.
Eh sì, ma è contento che faccio musica. Lui aveva una band con gli amici. Ma non credo vada su internet a sentire la mia roba. Un giorno glielo chiederò. Ma ora mi fa paura chiederglielo.

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