La musica è, spesso, questione d’amore. Per fortuna. E, spesso, i bei libri sulla musica sono una questione d’amore. Ne è un caso ben chiaro The Joy Of Electronic Music del produttore lituano Matas Petrikas. Una dichiarazione sentimentale composta da 40 piccoli appunti, consigli, condivisioni, che il musicista regala al proprio pubblico, ovvero alla «gente che ama la musica elettronica, a chi probabilmente ha un un sintetizzatore, o due, a casa». Ma in realtà questo saggetto dall’aspetto argenteo è molto di più: è un invito a guardare/guardarsi, ascoltare/ascoltarsi, perdendosi nelle possibili e infinite piega che il mondo sonoro ci regala.
Vi abbiamo tradotto (sì, il libro è stato pubblicato solo in inglese, ma è di semplice lettura) uno di questi capitoletti, Sulla povertà e il fare musica, una proposta a guardare le proprie possibilità sonore al di là di quelle economiche.

Sulla povertà e il fare musica
Negli anni Sessanta e Settanta, fare musica elettronica era una questione di privilegio. Gli strumenti e le apparecchiature di registrazione erano così costosi che, per possedere uno studio personale, bisognava essere milionari. Il fenomeno del bedroom studio si è affermato soltanto a partire dalla fine degli anni Ottanta.
Perché era così costoso? La musica elettronica si fonda sul controllo e sulla precisione, e si appoggia a sequencing, automazione, isolamento e così via. Funzioni di questo tipo richiedono processori e circuiti integrati, che all’epoca avevano un prezzo elevato. Grazie alla legge di Moore siamo poi arrivati all’era delle CPU e dei microcontrollori accessibili. E con la comparsa, in particolare, delle FPU (Floating point units), tutto è cambiato. Una semplice macchina a precisione di bit, come la Roland TB-303, poteva essere costruita e consegnata nelle mani di musicisti relativamente poveri.
Non stupisce che molti progetti musicali, e perfino interi generi, siano nati usando le opzioni più economiche a disposizione: attrezzatura di seconda mano o scontata, acquisti fraudolenti con carta di credito, software piratati. Quei giovani creativi correvano dei rischi – quello di essere derisi o persino puniti – perché volevano fare musica con tutto loro stessi. E molto spesso non potevano permettersi nessun’altra opzione. J Dilla e Jeff Mills sono diventati virtuosi della drum machine perché era l’unico strumento che potevano permettersi. In certi casi suonavano addirittura su una drum machine presa in prestito, e chedovevano restituire dopo pochi giorni.
La musica è capace di aprire spazi che ci permettono di sopravvivere e di evolvere. Ecco come il pianista Lubomyr Melnyk racconta i suoi anni di povertà estrema al quotidiano The Guardian «Morivo di fame, non avevo cibo, era come se la musica mi stesse portando da qualche parte dove non si muore mai, come aprire una porta bellissima su un paesaggio bellissimo. Il mio corpo si fondeva nel pianoforte».
La povertà è madre dell’invenzione.
Mi ricordo a sbavare sui cataloghi di strumenti musicali. Mentre molti ragazzi della mia generazione nascondevano riviste porno sotto il letto, sotto il mio c’erano i cataloghi di Roland, Korg, del negozio britannico Turnkey e i numeri di Sound On Sound. Nella mia immaginazione suonavo quegli strumenti, ero il re delle macchine. Nella realtà, a quindici anni, l’unico modo in cui producevo la mia musica era con una chitarra acustica e un basso rotti, il nostro vecchio registratore a bobine e un microfono a condensatore economico che avevo trovato in soffitta. Questo – e la mia immaginazione – era tutto ciò che avevo.
Vent’anni dopo, i software piratati hanno livellato il campo da gioco. All’improvviso chiunque – che si trattasse di un compositore di Hollywood o di un ragazzino raver in Siberia – avevano davanti gli stessi strumenti, potessero permetterseli o no. Credo sia stato uno dei momenti di maggiore espansione nella storia della musica.
Il problema è che raramente apprezziamo ciò che ci arriva gratis, e desideriamo ciò che non possiamo permetterci…
Ecco un esercizio sull’apprezzamento: abbraccia la precisione, il controllo e l’abbondanza del software o dell’hardware che hai davanti. Crea qualcosa di assurdamente seriale, come una melodia o un tempo in continua crescita, un brano che usi ogni nota della tua tastiera, ogni manopola ruotata, ogni impostazione regolata. Porta ciò che hai al livello successivo e guarda che effetto ti fa.
Estratto da The Joy of Electronic Music di Matas Petrikas










