Bleachers, c’è vita (e musica, amore e morte) off line | Rolling Stone Italia
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Bleachers, c’è vita (e musica, amore e morte) off line

Jack Antonoff racconta ‘Everyone for Ten Minutes’ e la musica che crea comunità fuori da Internet. Manda a quel paese i cinici, rivendica la possibilità di passare dai Fugazi a Taylor Swift, dà appuntamento a Milano a novembre

Bleachers, c’è vita (e musica, amore e morte) off line

Bleachers

Foto: Alex Lockett/Spin-go

C’è una canzone che riassume lo spirito di Everyone for Ten Minutes, il disco che i Bleachers hanno pubblicato una decina di giorni fa. Si chiama Dirty Wedding Dress e racconta un giorno memorabile e surreale nella vita di Jack Antonoff, quello del matrimonio con Margaret Qualley. C’era un sacco di gente famosa e famosissima e quindi centinaia di persone si sono accalcate fuori dal locale del ricevimento nella speranza d’intravedere un tocchetto di celebrità in uno spettacolo di ressa e telefoni alzati che il musicista ha chiamato Dipspalooza, che tradurrei liberamente come il festival del cretino.

Quel pezzo riassume lo spirito dell’album perché Everyone for Ten Minutes è il racconto tripartito (musica, amore, morte) e singolare, poiché radicato nell’esperienza di Antonoff, del tentativo di mettere in piedi una piccola collettività off line in un tempo di disgregazione e dopo il fallimento spettacolare di Internet come luogo dove costruire legami solidi e conversazioni autentiche. Una comunità a cui i dipspaloozici non sono invitati. Sarà poco, sarà insufficiente, avremo bisogno di ben altro che fandom per quanto solidali e politicamente corrette, ma sottesa al disco c’è l’idea di una piccola comunità che si stringe attorno a canzoni, legami, valori, e un mondo fuori che sembra parlare un’altra lingua, quella dei cinici, dei distaccati, degli ironici. Come dice Antonoff, «anyone not everyone», è un’esperienza aperta a tutti, ma non a chiunque.

Che una roba del genere venga da uno come Antonoff può sembrare strano oppure no. Classe 1984, faccia da nerd di uno che di regola dovrebbe stare fuori dal mainstream e invece ha contribuito a plasmarlo con le sue produzioni, è cresciuto in una famiglia del New Jersey che ne ha assecondato l’ambizione di diventare musicista, con una giovinezza e non solo adombrata dalla morte di una sorella per un tumore al cervello ad appena 13 anni, un tema che torna anche in questo disco. Più che per i Bleachers è noto per essere il produttore di artiste pop di larghissimo consumo come Taylor Swift, Lorde, Lana Del Rey o Sabrina Carpenter. Ma prima dei Bleachers e prima dei .Fun, ha girato l’America in un van con un gruppo hardcore di amici suoi, un’esperienza adolescenziale e formativa che è un’altra delle cose che racconta nel disco. Un po’ di quello spirito è rimasto così com’è rimasta l’idea che le persone con cui collabori contano molto più del genere che fanno. Era ok per lui negli anni ’90 avere sulla stessa cassettina un pezzo dei Fugazi e uno di Whitney Houston, è ok oggi mettere le mani su GNX di Kendrick Lamar, ma anche su Man’s Best Friends di Sabrina Carpenter, su Daddy’s Home di St. Vincent e su Midnights di Taylor Swift.

Sta lavorando per non essere più considerato il-produttore-di, ma il-cantante-dei. Allo stesso tempo, negli ultimi anni i Bleachers sono diventati sempre meno il progetto solista di Antonoff, roba da musicista/produttore che si chiude in studio e fa quasi tutto da solo e poi la chiama band, e sempre più un gruppo vero, un’entità collettiva che investe nelle esibizioni dal vivo e nel concetto di unione. Dirty Wedding Dress è una di quelle canzoni che ti fanno venire voglia d’andare a un loro concerto e cantare il suo “sha la la la la” springsteeniano con altra gente. Forse in quest’album rispetto a Bleachers del 2024 ce ne sono di meno visto che a un certo punto prende un’altra piega e nelle canzoni della terza parte Antonoff assume un tono più meditativo e folk-pop.

Resta da dire che l’album prende nome dalla funzione dell’iPhone che permette di far accedere “Tutti per 10 minuiti” al proprio AirDrop e che il 5 novembre i Bleachers suoneranno all’Alcatraz di Milano e lì, chissà, vedremo se quel senso di comunità invocato dalla band si creerà anche da noi. «È fuckin’ crazy che sia il nostro primo concerto in assoluto in Italia», mi dice Jack quando ci sentiamo. È cordiale e disponibile e parla di quasi tutto. Svia eccome quando il discorso cade sulle produzioni: per anni è stato considerato il braccio destro di Taylor Swift, ora vuole raccontare la sua storia e vuole farlo dal principio.

In questo disco ci sono salti continui tra epoche, storie di ieri e di oggi. In parte sembra una conversazione col tuo passato.
È che volevo ricominciare da zero, spiegare da dove sono partito e dove sono arrivato, perché faccio quel che faccio. Non so, in questo tempo in cui il concetto stesso di essere umano viene messo in discussione credo sia più che mai necessario raccontare a te stesso e agli altri la tua origin story. Chi sei, insomma.

E tra le altre cose tu sei questo: uno che ha cominciato a far musica mosso dal desiderio di entrare in connessione con gli altri.
Verissimo. Quando sei giovane e non ti senti in sintonia con la realtà che ti circonda, ti chiudi in una stanza, inizi a scrivere canzoni, immagini un mondo diverso. E magari riesci pure a trasformare quell’idea in una cosa reale. Crei il tuo mondo ed è questo il senso ultimo di far parte di una band. E sai, ora che si è capito che l’esperimento di Internet come comunità è un completo fallimento voglio raddoppiare lo sforzo per costruire quel mondo alternativo.

Bleachers - Dirty Wedding Dress (Official Music Video)

Tu dentro quella comunità e tutto il mondo fuori, come in Dirty Wedding Dress. È una storia che in qualche modo inizia con The Van: un gruppo hardcore di ragazzini che negli anni ’90 gira il Paese su un furgone organizzando concerti usando i telefoni fissi. Il tutto accompagnato da un “pa-pa-ra pa-pa-ra” bellissimo e fuori tema, bello perché fuori tema. A un certo punto canti che non volevi essere solo, è quasi il titolo alternativo della canzone. Una delle ragioni per cui hai iniziato a far musica è questa?
Nel periodo in cui ho scritto quel pezzo riflettevo sul perché ho preso la strada che ho preso. All’epoca mi guardavo attorno e c’erano molte persone che non si sentivano connesse col mondo e desideravano trovare qualcuno che somigliasse loro, desideravano disperatamente non essere sole. Così tanto che a 15 anni eravamo disposti a salire su un furgone a girare l’America suonando le nostre canzoni per chiunque volesse ascoltarle, come ho fatto io. Se ci pensi, è un atto di fede pazzesco.

Ti sentivi solo da ragazzo, nel New Jersey?
Sì, molto.

E perché?
Ero triste, ma senza una ragione particolare. Sentivo il richiamo di qualcosa, ma non sapevo cosa. Sapevo solo che volevo andarmene via e scoprirlo. Mi sentivo disconnesso dalla scuola, mi sentivo disconnesso dagli obiettivi di vita che avevano gli altri. Il lato positivo: questa cosa mi ha spinto verso la musica, la voglia di esprimermi, la creazione del mio mondo. Il lato negativo: mi sentivo diverso, ma in un modo che non mi piaceva, non lo volevo.

Ti sentivi disconnesso anche dai ragazzi fighi che facevano musica a New York, dall’altra parte dell’Hudson?
Provavo una strana miscela di distacco e d’invidia. Strana sensazione. Sapevo che non potevo far parte di quel circolo, perché non ero di lì. Ci andavo, sì, li osservavo, vedevo cosa accadeva, ma ero conscio che non avrei mai potuto far parte di quella cerchia di persone perché venivo da un altro posto, da un’altra prospettiva di vita. Però mi piaceva tantissimo. Mi piacciono le comunità musicali perché sono progettate per proteggere un’idea attorno a cui si stringono le persone, ma a volte diventa un forma di gatekeeping. E quindi mi piaceva e allo stesso tempo lo odiavo.

Secondo me una cosa importante di questo disco è che non c’è traccia di cinismo. Sono canzoni anti-ciniche.
Beh, il cinismo è… è due cose. Anzitutto è facile. È più facile prendersi gioco di qualcosa al posto di impegnarti in una cosa in cui credi fino in fondo. E in secondo luogo, il cinismo è noioso e passa in fretta. Da quando faccio musica ci sono sempre state persone che erano nella scena solo per cazzeggiare e criticare. Ma nella mia concezione di musica non c’è posto per una cosa del genere. E sai, più diventi famoso e più queste voci diventano forti, ma non sono fatto così, ho passato la vita a far musica e quindi lavoro per tenere il cinismo fuori dalla mia esistenza in ogni modo possibile.

C’è anche un aspetto politico in questa storia di devozione alla musica e alle comunità?
Sono convinto che andare in tour rappresenti un atto di speranza, che riunire persone in uno stesso posto sia un atto di speranza. E so da che parte stanno le persone che vengono a vederci: non vogliono la guerra, non vogliono l’odio, non vogliono il bigottismo. Vogliono sentirsi parte di una comunità.

Bleachers - the van (Official Music Video)

Dopo tre canzoni lo scenario del disco cambia. Dal passato si arriva al presente: You and Forever, che a giudicare dal video sembra dedicato a tua moglie, e Dirty Wedding Dress, che sicuramente lo è. C’è un collegamento tra le due parti dell’album?
È la stessa storia, prima raccontata nel passato e poi nel futuro. Ed è la storia di chi è la tua gente, di chi ti circondi, di chi scegli di essere. Quando parli del passato lo documenti e pensi a cosa avresti fatto di diverso o su com’erano le cose alla luce delle informazioni che hai acquisito nel frattempo. Agisci da una posizione di vantaggio. Quando parli del futuro come faccio in You and Forever ti rendi vulnerabile: non sai come finirà la storia, non vuoi che finisca, stai semplicemente ammettendo quanto significa per te e lo fai nel modo più assurdo possibile e cioè con una canzone.

E poi subito prima del finale c’è una terza parte del disco con canzoni come She’s From Before, che è troppo bella per essere disperata. È il momento del lutto.
C’è stata, mentre scrivevo il disco, una fase in cui mi sono intristito. Anzi, forse non ero proprio triste, ma malinconico. Riflettevo molto sulle cose e su quanto siano preziose e passeggere. Sentivo di aver detto tutto quello che volevo dire in termini di emozioni esplosive e a quel punto il tono s’è fatto più meditativo. Per come la vedo io il disco finisce con I’m Not Joking. Quello che viene dopo, Upstairs at Els, è una specie di saluto finale, un ultimo brindisi ai bei momenti passati. A proposito, lo sai che I’m Not Joking è stata registrata fuori Roma?

Dici davvero?
Sì, al Forward Studio di… come si chiama… Grottaferrata. Mia moglie era impegnata con un lavoro a Roma, stiamo stati un po’ ovunque in Italia, siete una parte importante di questo album. Stiamo stati anche sulle Dolomiti e a Roma per un mesetto. Ho portato i ragazzi dei Bleachers e abbiamo registrato ogni giorno lì, a una cinquantina di minuti di auto da Roma.

Mi dici qualcosa della presenza della tua voce nei dischi? È interessante: a volte è molto vivida, a volte più distante, a volte raddoppiata, a volte assume un timbro quasi metallico.
La produzione vocale mi interessa molto perché mi mette di fronte a quello che sto dicendo e a come dovrei dirlo. Se si tratta di una canzone molto personale, quasi imbarazzante da tanto lo è, desidero che la voce risulti molto vicina, senza riverbero, priva di effetti. Se invece il feeling è più da “voce di Dio”, allora la allontano, la carico di riverbero. Se è qualcosa di duro, magari la rendo un po’ metallica. Sono modi per rendere quello che dico leggermente misterioso.

Usi più riverbero o raddoppi le tracce vocali?
Dipende. L’eco e riverbero si possono ottenere in vari modi. A volte raddoppio la traccia su nastro, a volte utilizzo riverberi digitali, altre volte il plate o lo spring reverb. A volte molto semplicemente mi allontano dal microfono. Provo finché non trovo qualcosa che mi emoziona.

Non so se sei d’accordo, ma il tono di quest’album mi sembra particolarmente colloquiale. A volte è come se il cantante, tu cioè, ti parlasse dal palco durante il break strumentale di una canzone. Ed è evidente che c’è una dimensione live in certi pezzi.
Era importante catturare quella sensazione. Una band è la somma delle persone che stanno sul palco e di quello che stanno vivendo. È ciò che ci portiamo dietro dal passato e ciò che succede in quel momento che modifica continuamente il suono.

A proposito, a me pare che i Bleachers siano diventati negli ultimi anni sempre più una “vera” band: è così?
Succede suonando assieme. Ti fondi con gli altri. Quando vai in tour, emerge una specie di terzo personaggio, qualcosa che non saprei nemmeno descrivere. Ed è quello che siamo diventati.

From the Studio to Stage era il titolo di un vostro disco dal vivo e una scritta che appariva a fondo palco. Il desiderio di passare dallo studio al palco ha a che fare col tuo lavoro di produttore?
Io vedo tutto collegato. Quando sono in studio penso al palco, quando sono in tour penso allo studio. Voglio che nello studio ci sia l’energia di un concerto e che un concerto abbia la creatività di quando si registra in studio.

A giudicare dai video che girano su Internet, oggi le esibizioni dei Bleachers sono molto fisiche. È come se volessi metterci non solo il suono, ma anche il corpo. È sempre stato così?
Sì, è l’unico modo che conosco per fare concerti, forse per come sono cresciuto, è qualcosa dentro di me, non lo so, ho sempre fatto concerti come se quella fosse la mia ultima sera sulla Terra. A volte questa cosa mi distrugge fisicamente, ma non riesco a fare altrimenti. Quando sono là sopra non esiste nient’altro.

Foto: Alex Lockett/Spin-go

Visto che nessuno ne parla mai, mi presenti gli altri membri dei Bleachers?
Mikey [Freedom Hart] suona chitarra e tastiere, viene da New Orleans ed è un tipo matto e imprevedibile. Hutch [Sean Hutchinson] è il batterista, molto quadrato, molto rock, viene da Seattle. Riddles [Mike Riddleberger] è l’altro batterista ed è più jazz e quindi interagisce con beat più costante di Hutch. Evan [Smith] suona sax e tastiere, per me è probabilmente il miglior sassofonista al mondo. E Zem [Audu] ha uno stile al sax completamente diverso, uno è del Regno Unito e l’altro del Texas, ma assieme funzionano.

Ecco, il sax. Per qualche motivo molti lo considerano uno strumento uncool nel rock, forse è colpa chi odiava Us and Them dei Pink Floyd, forse di certe cose easy listening, non so. È molto presente nella musica dei Bleachers e poi entrambi amiamo Springsteen, quindi che te lo dico a fare…
È uno strumento bellissimo. Poi, come ogni cosa, dipende da come lo usi. A me piace prendere strumenti diciamo così normali e renderli un po’ pericolosi, selvaggi e interessanti, dal clavicembalo al banjo.

A un certo punto nel disco canti che la materia di cui sei fatto è la musica dell’East Coast music: cosa significa per te?
Springsteen è una parte importante, ma ci sono anche il punk del New Jersey, la soul music prodotta nel New Jersey e a Philadelphia… Se mi apri in due, dentro ci trovi tutte quelle cose. È un posto interessante, vengo da lì, faccio quella musica, la porto in giro per il mondo. C’è una cosa che ho sempre pensato: a volte in Europa si capisce meglio la musica del New Jersey che negli Stati Uniti. Forse perché percepite il messaggio iscritto nel suono, non so, forse semplicemente quando vedi le cose da lontano, nella loro interezza, le capisci meglio.

O forse perché, parlo di noi italiani, amiamo l’immaginario di Bruce Springsteen… Torniamo a quel van? Negli anni ’80 e ’90 la sottocultura hardcore era nettamente separata dal mainstream. Un muro culturale le divideva e sembrava invalicabile. Tu vieni da lì, ma hai lavorato con pop star come Taylor Swift e Sabrina Carpenter…
Il mondo a cui sento di appartenere è il mio e basta. L’unica regola che seguo: fare musica che trovo interessante. È sempre stato normale per me crescere nella scena hardcore del New Jersey e nel frattempo amare il pop, avere nello stesso mixtape i Fugazi e Whitney Houston. La musica l’ho sempre ascoltata così, è sempre stata una questione di feeling, non di genere. È musica che trovo vera? Dice cose? Questo conta. Sono sempre molto duro circa il valore della musica, ma di sicuro non ha a che fare con la distinzione tra i generi.

Non hai mai sentito pressione per ascoltare un solo tipo di musica, quello giusto, quello figo?
Ma certo, sono cresciuto in un periodo tosto, con un sacco di regole, ma alla fine conta quel che provi tu. Devi seguire quello che senti, non sei un mercante, non devi compiacere gli altri, è la tua prospettiva, è la tua vita.

Bleachers - I Wanna Get Better (Live at Red Rocks Amphitheatre)

Ti sei schierato apertamente contro l’avidità dei colossi che gestiscono i concerti e il ticketing, e quindi contro lo sfruttamento dei fan ed è uno dei temi della tua conversazione con Hayley Williams su Rolling. Biglietti a prezzi astronomici, secondary ticketing, il pubblico escluso, anzi mortificato dall’equazione commerciale. La situazione è irrimediabile o si può fare qualcosa? E cosa?
Può migliorare, ma servono cambiamenti strutturali e interventi politici. In America certe dinamiche dipendono dal governo e dalle lobby.

D’accordo, ma non pensi che anche i grandi artisti abbiano una qualche responsabilità visti i prezzi dei biglietti?
Quel che gli artisti possono fare, e che faccio io, è controllare il prezzo nominale. Non vendo mai biglietti a prezzi assurdi, ma non penso sia giusto puntare il dito contro gli artisti quando il grosso della colpa è di un sistema fatto di lobby e di interessi politici. È quella cosa lì che complica la vita della gente.