Tiziano Ferro non si nasconde più: «E vaffanc*lo ai fasci» | Rolling Stone Italia
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Tiziano Ferro non si nasconde più: «E vaffanc*lo ai fasci»

Prende posizione in ‘XXVerso’, nel repack di ‘Sono un grande’. E alla vigilia del tour negli stadi risponde a De Gregori, parla di diritti civili, si definisce «un rifugiato» e racconta il suo «day off della vita» sul palco

Tiziano Ferro. Foto: Andrea Bianchera

Tiziano Ferro

Foto: Andrea Bianchera

Quando gli faccio notare che nell’ultima versione di XXVerso ha aggiunto l’invettiva “e vaffanculo ai fasci”, Tiziano Ferro non prova a smorzare i toni: «Quella posizione c’è sempre stata. Adesso uso una mazza, ma non c’era bisogno di uno slur per capire come la pensassi. È che forse anche l’età mi porta a essere meno contenuto nel linguaggio. È solo una questione di linguaggio. Prima dicevo “non se ne può più”, adesso dico “e vaffanculo”». Ce lo ha spiegato a poche ore dalla partenza del tour che dal 30 maggio al 12 luglio 2026 lo riporterà negli stadi italiani dopo oltre 300mila biglietti già venduti già otto mesi prima dell’inizio e i live raddoppiati a Milano e Roma. Ma più passa il tempo e più Tiziano sembra interessato a raccontare la persona piuttosto che il personaggio o i numeri che è in grado di generare. E infatti la conversazione finisce presto lontano dalle scalette, dagli effetti speciali e dalle prevendite. Ci ha parlato di nostalgia per l’Italia, di diritti civili, di figli, di politica, di collaborazione tra generazioni e di cosa significa avere un microfono di fronte a migliaia di persone.

A un certo punto qualcuno gli chiede che effetto gli faccia guardare il proprio Paese da lontano, visto che da anni vive negli Stati Uniti: «Io non ho l’atteggiamento di quello che vive all’estero perché si sente al di sopra del Paese dal quale proviene. Infatti vivo quasi da rifugiato». Non entra nei dettagli, adduce motivi personali e legali, però il concetto lo ribadisce: «Se potessi non vivrei negli Stati Uniti. Mi manca l’Italia. Forse manco anch’io all’Italia. Mi mancano i miei amici, mi manca l’atmosfera, mi manca il modo in cui le persone si rapportano tra di loro».

C’è però anche qualcosa che non gli piace del nostro Paese: «La deriva che hanno preso i diritti civili». Ma subito dopo riporta tutto all’essenza: «Quello che succede per strada è diverso. Io sento un’evoluzione dell’intelligenza emotiva delle persone. La sento davvero. E negli italiani è pari a quella degli spagnoli, dei tedeschi, forse anche superiore a quella degli inglesi». Ed è qui che il discorso si collega inevitabilmente alla politica. Nei giorni in cui Francesco De Gregori ha detto di sentirsi a disagio davanti agli artisti che utilizzano il palco per fare proclami politici, la sua risposta non è ideologica: «Quando si tratta di politica vera e propria io non so commentare la virgola di un articolo», ammette, «ma quando penso che porto i miei figli qui e hanno meno diritti di altri bambini, mi incazzo come una belva». Perché quello che Tiziano Ferro sembra rifiutare non è il diritto degli artisti a esporsi, ma semmai l’idea di trasformarsi in professori: «Io non sto insegnando, né spiegando. Non mi sto mettendo in cattedra. Io mi sto mettendo a nudo». Così per lui raccontare una posizione non significa necessariamente chiedere a qualcuno di condividerla: «Le persone poi scelgono. Io posso dare un colore».

Tiziano Ferro. Foto: Andrea Bianchera

Foto: Andrea Bianchera

In fondo è la stessa filosofia che lo accompagna quando parla dell’ultimo disco Sono un grande, che non a caso apre il concerto con tre canzoni consecutive prima di lasciare spazio ai classici: Sono un grande, Cuore rotto e Fingo e spingo. Una scelta controintuitiva per un artista che potrebbe iniziare con una raffica di hit: «Mi piaceva iniziare da lì perché Sono un grande oggi ha un significato enorme per me». Rivela che quel titolo gli ha creato non pochi problemi: «Mi ha fatto venire il mal di testa». Perché per anni, spiega, una frase del genere sarebbe stata letta come arroganza: «Io non sono cresciuto in un mondo in cui potevi dirti che eri bravo». Oggi invece sente di poterselo concedere: «Posso dire che sono un grande per quello che ho fatto. E va bene così».

E probabilmente non è un caso che il tema della sopravvivenza ritorni quando parla dei figli. Perché la dichiarazione più sorprendente dell’incontro arriva proprio lì: «Il palco oggi è il day off della mia vita». Racconta che negli ultimi tour ha portato con sé i bambini, di cui è affidatario: «Vi assicuro che avere due figli piccoli è una cosa intensa». Poi continua: «Prima il palco era un luogo pieno di adrenalina. Adesso è il posto dove finalmente posso essere me stesso». E per uno che per 25 anni ha raccontato il concerto come un’esperienza quasi sacrale è una rivoluzione: «Non avrei mai pensato che un concerto potesse diventare un momento mio privato». Figuriamoci dentro uno stadio con migliaia di persone: «E invece oggi è così».

Quando si torna a parlare di musica emerge un altro tema che sembra stargli particolarmente a cuore: il rapporto con i più giovani. Nel repack di Sono un grande, in uscita oggi 29 maggio, sono coinvolti Lazza, Shiva, Ditonellapiaga, Ariete, oltre a Giorgia. Alcuni di loro saliranno anche sul palco del tour negli stadi: Lazza sarà ospite a Milano il 6 giugno, Ditonellapiaga e Shiva il 7 giugno, Giorgia e Ariete arriveranno invece nelle date romane. Per Tiziano Ferro il motivo è semplice: «Alla loro età cercavo collaborazioni con artisti più grandi e quasi mai succedevano». Ricorda i dischi americani pieni di featuring che comprava a Latina spendendo cifre enormi per un ragazzo della sua età: «Io sono cresciuto così». Ora ammette di aver bisogno di stare vicino a chi vive la musica come una necessità assoluta: «Ho bisogno di stare con persone per cui la musica è ancora tutto».

 

 
 
 
 
 
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E spiega com’è cambiato per lui negli anni il rapporto: «All’inizio la musica è tutto, poi diventa qualcos’altro». Per alcuni, osserva, arrivano altre priorità, per lui è arrivata la possibilità di esprimersi: «Prima la musica era l’unico modo che avevo per parlare. L’unico linguaggio che conoscevo. Poi ho imparato a dire le cose anche a parole». Così la musica è diventata altro: «È un ponte, uno sfogo, divertimento». Forse per questo motivo non gli manca l’intimità dei club: «L’intimità non la crea un club. L’intimità la crea il raccontarsi la verità». Per questo non vede contraddizioni tra uno stadio pieno e un momento autentico: «Se io racconto balle in una stanza con quattro persone, l’intimità non esiste. Se invece mi racconto davvero, può esistere anche in uno stadio».

Sui palchi di STADI26 ci saranno i classici, da Xdono a Rosso Relativo, da Sere nere a Ti scatterò una foto, da Alla mia età a La fine. Ci sarà il corpo di ballo, che mancava da tempo, e una produzione pensata per attraversare 25 anni di carriera in ordine inverso, dall’ultimo album alle origini: «Avevo voglia di tornare a ballare un po’». In più promette che ci sarà molta musica: «Canto tantissimo. Penso sempre ai concerti dai quali esco felice, perché gli artisti hanno cantato le canzoni che volevo sentire».