Boosta, che filtra la musica dai trend social | Rolling Stone Italia
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Boosta, che filtra la musica dai trend social

Abbiamo incontrato Davide Dileo in occasione di una performance pensata per Lavazza e il lancio di un nuovo specialty. Insieme abbiamo parlato dell’attenzione contemporanea verso il suono, e dell'ossessione per le esperienze

boosta Lavazza

Foto press

Su un tavolino basso dello Spazio Voce di Triennale ci sono tre tipologie di microfoni diversi (condensatore, dinamico, piezoelettrico), intenti nel catturare spettri diversi dello stesso momento: un caffè con filtro che viene fatto sul momento da Davide Dileo aka Boosta.

La situazione può sembrare un po’ surreale, eppure siamo dentro alla performance che il co-fondatore dei Subsonica, nonché pianista e compositore, ha pensato per Lavazza e il lancio di Filtro Canal Grande, nuova aggiunta alla collezione Tales of Italy, dedicata alle estrazioni lente. Così mentre versa l’acqua e gira il cucchiaino, con l’altra mano utilizza software vari per riverberi, delay e loop. C’è anche la sua firma, una melodia pensata per il momento che degrada verso la fine.

boosta lavazza

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Il filo conduttore tra musica e la miscela 100% arabica (proveniente da piantagioni certificate Rainforest Alliance e studiata per estrazioni sia calde sia fredde) è il tempo del caffè, quello che serve per staccarsi dal lavoro e lasciare alla mente lo spazio per viaggiare libera. Boosta lo chiama: «Un momento di manutenzione zen del pensiero creativo» e dice di essersi divertito nell’improvvisare con questa materia insolita, prestando nuovo orecchio a quei suoni «che conosciamo ma non consideriamo come elementi di ascolto consapevole».

Per la performance, Boosta racconta di aver voluto rendere omaggio a quella che fu la grande sperimentazione di Pierre Schaeffer negli anni Cinquanta, la musica concreta «che non utilizzava il paradigma classico della nota». Al contrario, racconta: «Schaeffer componeva i suoni della quotidianità, una in cui la rivoluzione industriale era appena avvenuta, con il mondo che stava cambiando in suoni completamente nuovi. Quindi io, semplicemente, ho giocato in maniera laica e piccolissima con lo stesso concetto». C’è anche un omaggio a William Basinski e The Disentegration Loops, in cui l’artista prendeva un nastro fisico che girava su se stesso sempre uguale, ma su cui lentamente una lametta incideva rovinando la superficie e degradando il suono. Così ha fatto anche per la sua melodia.

In questo senso, musica e caffè si trovano nel territorio comune della sete di esperienza che oggi abbiamo un po’ tutti. Gli speciality coffee si incontrano con i listening bar, il soft clubbing e una serie di ibridazioni che mettono d’accordo i più pretenziosi estimatori di musica alternativa e caffè dal filtraggio lento.

«Il listening bar è un concetto ormai antico, anzi ancestrale», dice Boosta. «C’è questa teoria che a me diverte molto: un gruppo di antropologi sostiene che quando l’uomo cominciò a capire di poter costruire con le mani fece due cose, ovvero armi per procacciarsi in cibo e strumenti musicali per costruire la comunità. Questo mi affascina, perché penso al primo listening bar, nella preistoria, davanti a un fuoco». Con un balzo temporale, va detto che l’origine dei listening bar è effettivamente vecchiotta, poiché sono figli dei jazz kissa, primissimi locali del genere nati nel Giappone del primo Novecento.

Ampliando lo sguardo, Boosta riflette: «Alla fine, come umani, reiteriamo percorsi che abbiamo fatto mille volte perché, via via, ce ne dimentichiamo e veniamo presi da qualcosa di nuovo, finché non torniamo a ricordarcene. Oggi è arrivato questo momento di grande rivoluzione in cui la tecnologia digitale è sempre più veloce, mentre noi siamo praticamente uguali agli uomini della preistoria. Questo mi mette un po’ in imbarazzo, soprattutto guardando alle guerre e ai conflitti di questo momento, che ce lo stanno dimostrando nel modo peggiore».

Boosta lavazza

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Saremo anche come abitanti delle caverne, ma loro mica ce le avevano, le sound box per fare musica esperienziale che oggi in tanti si divertono ad attaccare a piante e frutti. Questo almeno suona come un tentativo onesto di esplorare la musica fuori dai confini canonici: «Sì, quando è fatta con consapevolezza e non legata solamente a un trend TikTok», mi dice Boosta, che di questo genere di video deve avere pieno il feed. Continua: «Quella è un’esperienza alla Schaeffer, perché mi viene in mente la sua composizione meravigliosa con i rumori del treno, fatta in un’epoca in cui fare musica elettronica era molto complicato. Per creare un suono che adesso facciamo con il telefonino c’erano macchine gigantesche e occorreva un tempo infinito per creare una composizione». Questa tendenza di ispirazione schaefferiana (se così vogliamo dire) non è del tutto malvagia, finché aiuta a vivere con più presenza il mondo del suono: «Per andare a cercarti il rumore della pianta devi scegliere tra diverse specie, diversi tipi di microfono, diversi tipi di passeggiate, diversi tipi di ascolto. Questo significa che tu stai impiegando del tempo per prendere delle decisioni ed esplorarle consapevolmente».

A proposito di decisioni e iniziative, Boosta ha in cantiere un nuovo progetto personale a Torino, un luogo pensato per far dialogare musica, incontri e cultura contemporanea. Lo descrive così: «Il mio studio d’artista prenderà una definizione un po’ diversa, che comprende altre espressioni oltre alla musica. Certo, questa è quella che sento più mia e appropriata, ma essendo uno spazio piuttosto grande vorrei che metà fosse completamente vuota, per poter essere un luogo in cui prendersi del tempo per ascoltare o vedere, di volta in volta, qualunque tipo di cosa sceglieremo di fare». E se caffè e sperimentazione torneranno a incontrarsi lì, Boosta ricorda la tesi scientifica secondo cui, in base alla musica che ascolti, cambia la percezione del cibo che mangi. Quindi è importante che sia buona musica.