Volete sapere cosa c’è dopo la fine? Ascoltate il nuovo album dei Boards of Canada | Rolling Stone Italia
Profezia a 1420 MHz

Volete sapere cosa c’è dopo la fine? Ascoltate il nuovo album dei Boards of Canada

‘Inferno’ arriva dopo 13 anni di attesa. È una chiave per capire il pianeta, un’escape room musicale. La recensione

Volete sapere cosa c’è dopo la fine? Ascoltate il nuovo album dei Boards of Canada

Boards of Canada

Foto: Warp Records

C’è un’immagine abbastanza precisa che misura il peso di 13 anni di assenza: una sala gremita di persone immobili davanti a un esagono rosso fuoco. Non una normale anteprima discografica, piuttosto una liturgia collettiva col pubblico disposto attorno al segnale in maniera religiosa, in attesa arrivi la propria (e nuova) epifania dagli speaker. Da Hexagon Sun in poi, l’esagono appartiene al lessico visivo di Michael Sandison e Marcus Eoin, le due entità dietro ai Boards of Canada, ma nelle Inferno Sessions (che presentavano l’ascolto al pubblico per la prima volta) smette di essere marchio, grafica, richiamo per iniziati per diventare centro fisico, altare, dispositivo di ricezione dell’allarme. Solo che stavolta non sta emergendo un ricordo, questa volta sta prendendo forma il presente.

Prima di rivelare il loro quinto e attesissimo album, i Boards of Canada sono tornati a manifestarsi nel modo a loro abituale, con indizi e apparizioni laterali anche più creepy del solito. VHS dai messaggi criptici recapitate a un numero limitatissimo di fan, poster con immagini distopiche comparsi in varie città tra America e Regno Unito, ascolti collettivi organizzati tra Tokyo, Berlino, Londra, New York. Una trasmissione riattivata poco a poco dalla distanza, l’antenna che ricomincia a mandare segnale.

Anche la copertina dell’album lavora sulla stessa frequenza. Niente demoni o fiamme da cartolina dell’aldilà. C’è una scena sfocata, inghiottita da rossi e gialli malati, con un’eco evidente al loro artwork di Music Has the Right to Children, ma qui ripassato sotto acido. Il passato non è più rifugio. È materiale infiammabile. Sandison ed Eoin non rientrano nel vecchio habitat BoC per farci sentire di nuovo al sicuro nella foschia analogica. Prendono quella lingua e la sottopongono a un clima peggiore tra voci più esposte, fede, radioastronomia, corpi, bassi angoscianti, sample parlati (diversi, lungo il viaggio). Forme meno levigate, stesso segnale, aria irrespirabile.

Il titolo è una dichiarazione, ma non nel modo più ovvio. Inferno infatti non suona sempre cupo e angosciante. Sembra più la rassegnazione di esser capitati in una stanza dove qualcuno prega in lingue arcane mentre fuori il mondo brancola alla deriva. Dante resta un fantasma che si aggira, più come un’idea di discesa nel disordine che come plastico dei suoi celebri gironi. E, soprattutto, qui non c’è alcun Virgilio: quel ruolo tocca a noi stessi. Per uscire dal buio, dobbiamo prima capire cosa continuiamo a venerare lì dentro.

Boards of Canada - Introit / Prophecy At 1420 MHz

La prima rottura col passato però è sonora. I fratelli scozzesi non hanno mai avuto bisogno di alzare la voce per far paura: basta una progressione fuori asse, un campione nascosto che bisbiglia, una texture consumata. Qui la minaccia è più frontale. Le batterie urtano, i bassi tengono il pavimento basso, certe strutture pescano da industrial, jungle, post-punk corroso. Ci sono presenti mono pad bucolici e più lamiere industriali. Non siamo di fronte una memoria sbiadita da guardare da lontano, piuttosto un’escape room da attraversare insieme a sconosciuti spiritati.

La prima parte dell’album si sporca progressivamente. Introit parte gentile, solare, un jingle colorato che sa di marchio di fabbrica. Dura molto poco. Prophecy at 1420 MHz spegne subito la stanza. Nulla, coscienza, verità, intelletto divino, causa ed effetto, un laconico “I am God, the ultimate resonance” a salutare gli astanti: non un campionario mistico buttato lì, ma una specie di sermone captato da una radio occulta. La riga dell’idrogeno a 1420 MHz cui rimanda il titolo è una coordinata della radioastronomia usata per studiare universo, origini del cosmo e perfino immaginare comunicazioni extraterrestri. Nelle mani dei Boards of Canada la scienza diventa profezia oscura, e in un attimo capisci che nel disco non sarai al sicuro.

L’album procede per zone: liturgie deformate, echi parlati, motori ritmici sbilenchi e ballate storte, ritorni a intermittenza di quiete e pericolo. Somewhere Right Now in the Future lascia affiorare una grazia obliqua, tra Cocteau Twins e My Bloody Valentine. Naraka sprofonda dopo metà brano, con un canto devozionale problematico: estasi e smarrimento in una nenia religiosa che tormenta il ritmo. Memory Death, forse il momento più classicamente BoC, prende respiro tra melodie eteree, giochi stereo, una pace soffice ma mai del tutto amichevole. Per un attimo Brian Eno sembra venirci incontro, ma con la porta dell’abisso rimane aperta. In controluce una progressione simile c’era già dentro Societas x Tape, il mix trasmesso dal duo su NTS nel 2019 per il trentennale di Warp. Shortwave, post-punk, kosmische, sample pubblicitari, stranezze analogiche, frammenti accostati più per magnetismo che per genere. Non una playlist, più un atlante obliquo del loro immaginario adulto. Inferno prende quella logica e la porta dentro un disco vero, in modo più pesante: il mistero non resta nella teca del culto Boards of Canada, ma decide di prendere corpo.

In questo cortocircuito tra scienza, spiritualità e modernità guasta, si arriva quasi al Battiato di Pollution: non davvero nel suono, certo, ma nell’idea di un laboratorio mistico dove materia, frequenze, corpo e trascendenza provano a comunicare attraverso apparecchiature difettose. E il tema più forte è senza dubbio quello spirituale. The Word Becomes Flesh richiama il Vangelo di Giovanni e lo accosta a un immaginario biologico, con l’incarnazione che diventa materia, sviluppo, carne. Il brano è uno dei passaggi meno risolti, più interessante come allusione che come portale d’accesso.

In Inferno c’è una differenza nel modo di trattare l’ambiguità rispetto al passato. In Geogaddi il male restava spesso un’ombra nel gioco, una geometria occulta sotto colori ancora infantili. Qui è più esplicito, adulto, sgradevole. Tomorrow’s Harvest annunciava un futuro già sbiadito mentre il nuovo capitolo scopre che il futuro non è più la casa di una minaccia, quel momento è il presente.

The Process è un ritorno nel buio, tra schiamazzi di una folla irrequieta, pad in minore e una voce femminile che annuncia l’avaria fuori controllo del mondo, ricordando quella di One Very Important Thought dall’album di debutto. Anche Into the Magic Land, con un motivo à la western filtrato dal loro vocabolario, suona familiare, restando un po’ fragile. Eppure l’album non vive solo nei codici. Il finale con I Saw Through Platonia è il punto in cui si smette di salire e si guarda giù, dentro il corpo. Platonia, nel pensiero del fisico e filosofo britannico Julian Barbour, viene descritto come un universo senza tempo, uno spazio in cui ogni possibile istante esiste già. Qui diventa immagine pura: fiati lontani, aria sinistra, stile BoC che ritorna come un fantasma educato, e sotto lo strato rovente un battito cardiaco appena percepibile. Prima è un dettaglio, poi diventa una presenza, poi una minaccia. Finché smette di pulsare, e con lui il disco. Dopo teologia, cosmologia, preghiere, numeri, resta la cosa più elementare da chiedersi, alla fine del viaggio: siamo ancora vivi?

Inferno non sembra però un disco sulla fine. Resta più interessante quando prova a capire cosa resta dopo: non cancella il buio di Tomorrow’s Harvest, lo attraversa con un’urgenza sfidante. Non si limita a immaginare il collasso: cerca una voce, un rito, un corpo, una comunità, forse persino una forma storta di speranza, come in Arena Americanada. È possibile che non piaccia a chi aspettava un ritorno più ipnotico, seducente, più vicino all’idea del duo come macchina perfetta del mistero. Alcune parti sono rigide, più pesanti del necessario, disorientate. Ma proprio questa irregolarità gli impedisce di diventare un elegante esercizio di stile, per tornare e basta. Non è un disco perfetto e forse non vuole esserlo. E rischia di sembrare meno misterioso proprio perché quando vuole ti parla chiaro.

Per anni abbiamo ripetuto che i Boards of Canada ci facevano sentire nostalgia per cose mai successe. Inferno rompe quel riflesso: non ci chiede più cosa ricordiamo, ma dove siamo finiti. Non è il loro album più accogliente, ma potrebbe diventare uno dei più necessari per capire il loro pianeta, perché ci toglie la parte prevedibile del miracolo. Il passato sbiadisce. Il segnale resta. Stavolta arriva dal reale. Cosa ci sta comunicando?